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Detto così non è altro che una brutta traduzione dell’inglese: The Female Athlete Triad, ma il concetto che questa definizione esprime emerge chiaramente lo stesso.

Stiamo parlando di una sindrome recentemente descritta in atlete di sesso femminile (da qui il nome) che in breve tempo si è conquistata una grande notorietà nel mondo dello sport professionistico.

Ma procediamo con ordine.

E’ noto da molto tempo che la struttura di personalità che predispone una donna ad emergere nel mondo dello sport professionista pare predisporla anche a contrarre un disturbo del comportamento alimentare.

More… Il fatto di essere dotate di una forte autodisciplina, della capacità di soffrire per conseguire i risultati desiderati, la forte motivazione verso il risultato, e la competitività sono tutti fattori che sono considerati predisponenti anche allo sviluppo di un DCA.

Dati questi fattori predisponenti è facile capire come quelle atlete che competono negli sport dove è richiesta agilità, leggerezza e velocità (anzichè massa e potenza muscolare) saranno a maggior rischio di sviluppare un DCA.

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Photo©: Coffeegirl351

Jean Benoit (medaglia d’oro nella maratona alle olimpiadi del 1984, ritratta nella foto) non ha certo mai sofferto di questi problemi, ma si è visto che c’è una percentuale altissima di disturbi alimentari sia a livello clinico che sub-clinico in:

* ginnaste (ginnastica ritmica)
* pattinatrici
* nuotatrici (nuoto sincronizzato)
* maratonete
* schermitrici
* cavallerizze

Secondo l’American Academy of Sports Medicine è possibile riconoscere un disturbo alimentare in un’atleta di sesso femminile per via dell’associazione della caratteristica triade composta da:

* bassa disponibilità di energia (diminuzione delle performance)
* irregolarità mestruali
* fragilità ossea (infrazioni e fratture ossee sotto sforzo)

Questo tentativo di ridurre la minimo la massa grassa, non incide dunque solo sulla performance atletica, ma sulla salute dell’atleta in generale predisponendola a rischi di fratture, strappi muscolari, complicanze cardiache e renali.

Queste atlete possono essere riconosciute già nelle fasi iniziali della loro malattia allorchè iniziano a ridurre l’apporto di cibo, prolungando nel contempo le sedute di allenamento ma diminuendo sempre di più il livello delle loro performance atletiche.

L’ossessione per il peso e la forma fisica che dimostrano sono spesso sproporzionate rispetto alle richeste dei loro allenatori e talora le atlete vengono sorprese ad usare farmaci purganti come lassativi o diuretici.

E’ evidente che, a causa delle estreme sollecitazioni a cui viene sottoposto il fisico di un’atleta, queste persone sono costantemente a rischio di gravi complicanze fisiche quando non di morte.

Da qui il motivo della crescente attenzione che il mondo della medicina dello sport dedica ormai da mesi a questa nuova sindrome.

9 Commenti

  1. Cristina dice:

    Singolare questa notizia, è difficile pensare a un DCA in chi pratica sport e deve ottenere risultati che esigono un corpo forte e in grado di rispondere con energia alla performance richiesta; inoltre penso allo sport come a uno stimolo vitalizzante, antidepressivo, euforizzante per il corpo, ma soprattutto per la mente; è certo possibile che lo sport di agonismo e competizione possa al contrario essere fonte di frustrazione e spinga a una paradossale sfida a se stessi prima che agli avversari. Mi piacerebbe capire meglio cosa scateni questo nero demone di violenza a se stessi tramite la castrazione alimentare

  2. Matilde dice:

    Singolare? Paradossale? Forse soltanto in apparenza. Se guardato da vicino, già da tempo il mondo dello sport agonistico ha chiaramente mostrato i propri limiti. Campioni che muoiono in giovane età per le conseguenze del doping, atleti che “truccano” il proprio corpo, come fosse un motore, per ottenere il massimo da ogni prestazione, per superare record, per vincere anche se stessi, per dimostrare a tutti di essere i migliori.
    Gli ingredienti di alcuni DCA ci sono tutti, mi pare: egocentrismo ed egotismo, desiderio di primeggiare, di vincere e stravincere, di essere perfetti.
    Ancora una volta si dimostra che l’agonismo sportivo, quello vero, ha infiniti limiti. Ricordate le “macchine da guerra” dell’URSS? Atleti perfetti, addestrati a vincere, che sacrificavano la loro esistenza per una medaglia sul petto.
    L’etica dello sport. Espressione abusata o desueta? Da sempre, e non soltanto nei più diffusi luoghi comuni, sport è stato sinonimo di salute, di “ben essere”. Ma la realtà agonistica è un’altra. Dettata da ben diverse finalità!
    Singolare, piuttosto, che questo fenomeno si riscontri soltanto sul sesso femminile. Gli atleti maschi non corrono questo rischio? Allora, sono indotta a credere che ancora una volta la vera causa sia legata ad altro, al condizionante modello di bellezza femminile imposto da media e pubblicità. L’ossessione delle atlete di sesso femminile per il peso e la forma fisica è veramente dettata soltanto dal desiderio di raggiungere risultati con un “fisico perfettamente atletico” o piuttosto dalla bramosia di avere un “fisico perfetto”? Obiettivo apparentemente facile per chi ha la convinzione di avere un pieno dominio del proprio corpo e una forte capacità di autodisciplina, non vi pare?

  3. Fabio Piccini dice:

    In realtà il problema riguarda anche gli atleti di sesso maschile.
    Ad un livello diverso però. A livello maschile il corpo diventa piuttosto un oggetto da ipertrofizzare.
    Dati inquietanti provengono dal mondo del football americano professionistico dove tanti infarti in giovani atleti sembrano da attribuirsi alla somministrazione indiscriminata di ormone della crescita (GH).
    Eppure già nel 2005 la NFL (National Football League) si è opposta all’introduzione del test per l’ormone della crescita tra i controlli antidoping dei giocatori.
    Nel frattempo il peso medio dei difensori di linea è passato dai 120 kg del 1985 ai 160 kg attuali!
    E i giovani titani, apparentemente forti e possenti, muoiono sempre più spesso sui campi di gioco…

  4. Anna dice:

    Fabio, innanzitutto in bocca al lupo per questo sito.
    Che dire?
    Mi muovo tra le parole e capisco vedo le foto e capisco.
    La mia esperienza da anoressica è cominciata quidici anni fa. non so se è finita e se finirà mai. L’anoressia , al contrario di altre malattie, non cerca guarigione. vuole stare li, silenziosa. costole da contare, un appello che mi mette al riparo dal giudizio del mondo. Le mie figlie, metterle a letto con cura e dedizione. per ogni costola un abbraccio. Sono cresciuta con la sensazione di essere sempre ad un passo dall’amore, di non essere mai abbastanza per l’amore.
    Così questa parola “abbastanza” si è incavata nelle ossa.
    Non sono mai abbastanza magra, adeguata o preparata.
    La mia personalità si è costruita su tutto quello che non sono e, per quanto questo sia un concetto che rende le mie fondamenta molli, allo stesso tempo è il pilastro della mia personalità, come a dire che se tolgo il marcio crollo.
    La mia parte sana, quella che vorrebbe una vita normale, è nascosta sotto strati di paura.così mi nascondo dietro un “paicere sono anna e sono anoressica”.
    E anche se non lo dico, lascio che il mio corpo parli,o meglio parlava, perchè ora sono visivamente sana. E’ bisogno di essere riconosiuti dal mondo, è bisogno di amore , fame d’amore. E’ incapacità di gestire la propria parte emozionale, vomitare cibo è vomitare il dolore, dopo la stanchezza ti prende i sensi e nessun pensiero è sufficiente a farmi stare male.
    Ho fatto il mio dovere, mi sono voluta bene, mi sono liberata dal piacere del cibo, perchè io piacere non ne merito.
    Poi arriva il giorno che mio padre muore, mio padre è stato Il Padre.
    E la vita è una maetra severa, non insegna mai con dolcezza.
    Il giorno pirma sei figlia e il giorno dopo sei grande e il giorno dopo è assenza.
    Così,per la prima volta,ho avuto chiara la sensazione che non tutto dipende dal mio essere più o meno “abbastanza”, che la vita accade a prescindere dalla mia bravura.Che le vite s’incontrano ma non ci apprtengono. Allora magari può essere che qualche volta ho incotrato persone incapaci d’amare e questo non l’avevo mai calcolato, ho messo sempre e solo in discussione me stessa.
    Credo che l’anoressia sia una difesa alla bulimia, alla voglia insaziabile di colmare quel buco nero dentro noi. Ci si difende da quello di cui si ha bisogno, come l’amore, come il pane e l’acqua. Ci si difende dalla vita, sfiorando ogni giorno la morte, anche se io non ho mai voluto morire. Un lento suicidio, sparire un pò alla volta, come a dire “ti prego, vieni a riprendermi”, la morte di mio padre è stato un dolore così importante che me ne vergogno quasi. Eppure è così.
    Poi è arrivata la fotografia ed èstata la salvezza. IO.
    La differenza tra ieri e oggi è che ora posso riconoscere le mie distorsioni emotive, quando mi guardo allo specchio e mi vedo grassa mi dico” non è vero sei magra. non è li il grasso è dentro.E’ il dolore che modella le mie visioni è la paura e l’incapacità di prendermi la responsabilità di me stessa.
    E’ l’amico che non ti chiama, l’uomo che ti tradisce, mia madre che non riesce a vedermi.” il grasso è tutto ciò che sporca il mio essere e che m’impedisce di riconoscermi. Come se all’improvviso qualcuno mi mettesse davanti ad uno specchio deformato e mi dicesse “guardati e riconosciti” e li dentro io vedo una persona che non sono io.
    L’ho scritto nel mio libro” il mondo ha cominciato a vedermi, quando ho cominciato a sparire”
    così faccio un esercizio mattutino, scrivere una frase per questo mio cuore atrofizzato “IO MERITO TUTTO L’AMORE DEL MONDO”

    Questi sono i miei contatti, se posso essere utile in qualche modo.
    Un abbraccio sincero
    Anna
    ho un blog privato su splinder chi volesse entrare puo scrivermi ad [email protected] oppure visitare la mia pagina myspace dove sono visibili i miei autoritratti
    http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=271512381
    oppure l’indirizzo flickr
    http:[email protected]/page1/

  5. Laura Mussoni dice:

    Sono felicissima che questo bellissimo sito, sia diventato un BLOG.
    Non perchè nel lontano 1998 presi io l’incarico dal Dottor Fabio Piccini di realizzarlo, ma perchè continuo a credere dopo tanto tempo che Internet possa informare e cambiare le persone, e queste pagine ne sono la conferma.
    Auguro a tutti voi lettori e lettrici che ogni giorno della vostra vita, possiate sentirvi amati e non soli. La via della guarigione non è poi così lontana se siete qui in questo blog che io identifico in due braccia aperte che vi stringono in un caldo abbraccio.
    Un caro saluto al Dottor Fabio, grazie di tutto.

    Laura

  6. Luna dice:

    Ciao Dottor Piccini innanzitutto complimenti per il sito! E un forte in bocca al lupo!
    Grazie Anna di avermi mandato l’indirizzo..Sto leggendo tutto
    Luna

  7. Matilde dice:

    Sorprendente che il test per l’ormone della crescita non rientri tra i controlli antidoping per i giocatori! Mi risulta, in realtà, che il GH sia responsabile non soltanto dell’aumento del volume della muscolatura, ma anche della sua consistenza e relativa resa. Forse gli atleti maschi sono indotti al suo impiego anche da questa convinzione o speranza.
    Il caso delle atlete femmine, invece, mi sembra in parte diverso, in quanto il tentativo di ridurre al minimo la massa grassa incide negativamente anche sulla performance atletica, come sottolinea lo studio dell’American Academy of Sports Medicine.
    Senza dubbio i due fenomeni sono ugualmente preoccupanti e le loro conseguenze analogamente dannose, talvolta letali, ma mi sembra di percepire sfumature diverse, soprattutto di natura psicologica (o psichiatrica?), nelle ragioni che possono scatenarli. Non è così?
    Se i giovani titani rischiano la vita pur di diventare forti e vincenti, cosa induce queste scattanti gazzelle a trasformarsi in libellule trasparenti?

  8. Letizia dice:

    Matilde sono assolutamente d’accordo con tutto ciò che hai detto, vorrei però conoscere le risposte alle interessanti domande che hai posto dato che sono quelle che anche io ho pensato di fare.

  9. Fabio Piccini dice:

    Nel numero di giugno 2004 dell’Harvard Magazine, Craig Lambert ha definito i suoi connazionali americani “affetti dalla sindrome di Gargantua”.
    SUV giganteschi, motociclette dalle cilindrate automobilistiche, case sempre più grandi, operazioni di plastica mammaria e genitale, body-building, sono solo alcuni dei segni che testimoniano il bisogno dell’americano medio di ingigantire ogni cosa che lo circonda.
    Purtroppo tutto ciò ha finito per coinvolgere anche le dimensioni del corpo degli americani (atleti e non) ad un livello più generale. Da qui il ricorso al GH in campo sportivo e l’opposizione della lega NFL ai controlli (i giganti in campo fanno spettacolo, bisogna vedere una partita di football dal vivo per capirlo).
    Il giocatore medio prende tutto quello che il suo coach gli dice di prendere, perché così impara fin dai tempi del college quando, appena arrivato all’Athletic Department dell’Università, capisce che restare in prima squadra è l’unica cosa che conta e l’unica strada che può portarlo al successo (per capire meglio questi concetti suggerisco la lettura dell’ultimo romanzo di Tom Wolfe: Il mio nome è Charlotte Simmons), del resto visto che tutti prendono il GH.
    Per quanto riguarda le atlete di sesso femminile invece, la risposta ancora non si sa. I maschi traggono un vantaggio atletico dalla loro “malattia” e quindi la cosa è più facilmente comprensibile.
    Ma per le femmine è vero l’esatto contrario.
    E la stessa American Academy of Sports Medicine non è ancora riuscita a spiegarsi il perché.

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