La sindrome da rialimentazione

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La sindrome da rialimentazione (refeeding syndrome per gli autori anglosassoni) rappresenta la complicazione più grave – talvolta mortale – che può verificarsi durante la rialimentazione di pazienti gravemente malnutriti (o che digiunano da almeno 7-10 giorni) e il cui metabolismo si è ormai adattato all’utilizzo degli acidi grassi e dei corpi chetonici per la produzione di energia.

Questo problema riguarda molti tipi di malattie – tra le quali anche l’Anoressia Nervosa (AN) – allorchè i pazienti vengono ricoverati in ospedale in stato di grave sottopeso e sottoposti ad un programma di nutrizione intensiva troppo aggressivo. Il disturbo insorge solitamente entro i primi due o tre giorni della rialimentazione e consegue a una serie di anomalie metaboliche che derivano dalle alterazioni idro-elettrolitiche scatenate dall’aumento di nutrienti assorbiti dalle cellule del paziente (grazie alla rinnovata stimolazione insulinica) le quali richiamano al loro interno una serie di minerali sottraendoli al circolo sanguigno.

Queste alterazioni, che coinvolgono i livelli sierici di fosfati, magnesio e potassio, scatenano anomalie a livello neurologico, cardiovascolare, polmonare, neuromuscolare ed ematologico talmente gravi che, se non viene riconosciuta e adeguatamente trattata nel più breve tempo possibile, la sindrome da rialimentazione può portare alla morte del paziente.

La terapia è innanzitutto preventiva, e consiste nell’aumentare progressivamente il carico calorico e nutrizionale nel corso della rialimentazione, misurando continuamente i livelli plasmatici di glicemia, trigliceridi, elettroliti e bicarbonati e supplementando il paziente con complessi vitaminici e minerali. A partire dal settimo giorno di rialimentazione il rischio di sviluppare una sindrome da rialimentazione si abbassa repentinamente fino ad azzerarsi.

Questo è il motivo per cui, quando una paziente con grave stato di denutrizione viene ricoverata in ospedale, nel corso delle prime settimane di degenza viene solitamente accolta in un reparto di medicina o di nutrizione clinica anzichè in psichiatria. E questo è anche il motivo per cui, quando è presente una grave malnutrizione la rialimentazione andrebbe sempre condotta in ambiente ospedaliero.

Social media e contagio psicosomatico

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Il ruolo dei social media come incubatore di psicopatologia della personalità e del comportamento, in particolare nel contesto dei disturbi alimentari, consiste in una complessa interazione tra autenticità dei sintomi e contagio sociale di tipo psicosomatico. Queste piattaforme agiscono spesso come strumenti a doppio taglio, offrendo da un lato reti di supporto e perpetuando al contempo comportamenti e ideali dannosi.

Certo, i social media possono fornire un sostegno e una convalida alle persone che lottano contro i disturbi alimentari. Le piattaforme possono offrire comunità in cui gli individui condividono esperienze, strategie di coping e storie di guarigione. Grazie a questo aspetto che si basa sull’autenticità dei sintomi e dei disturbi, i pazienti trovano contenuti utili e si sentono meno isolati nelle loro lotte.

Tuttavia, il lato oscuro dei social media risiede nel loro potenziale ruolo di contagio sociale psicosomatico. La natura pervasiva delle immagini corporee idealizzate e la glorificazione della magrezza possono esacerbare l’insoddisfazione corporea e i comportamenti alimentari disordinati. Gli utenti, soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti, sono particolarmente suscettibili a queste influenze a causa della loro fase di sviluppo e dell’elevato coinvolgimento nei social media. L’esposizione costante a tali contenuti (frequentemente falsati) può portare all’interiorizzazione di standard non salutari, innescando o peggiorando i disturbi alimentari.

Molti contenuti presenti su piattaforme come TikTok si presentano come fake dal punto di vista psicopatologico, nel senso che suggeriscono insiemi di segni e sintomi che non corrispondono nella realtà ad alcuna patologia realmente esistente. Il cosiddetto fenomeno del “confrontati-e-disperati”, in cui gli utenti confrontano il proprio corpo e le proprie abitudini alimentari con quelle descritte online, provoca spesso sentimenti di inadeguatezza e un’immagine corporea distorta. Questo confronto può fungere da catalizzatore o intensificare i disturbi  pre-esistenti.

In conclusione, se da un lato i social media possono convalidare e sostenere chi soffre di disturbi alimentari, dall’altro possono favorire e amplificare queste condizioni attraverso il contagio sociale psicosomatico inducendo quadri sintomatici che risultano confusivi anche per i clinici che sono chiamati a valutarli. L’impatto dei social media sui disturbi mentali in genere è un misto del riflesso di testimonianze reali e del contributo allo sviluppo o all’esacerbazione di queste condizioni da parte di contibuti di dubbia veridicità che spesso promuovono immagini e comportamenti imitativi malsani. Purtroppo ad oggi non esistono ancora watch-dogs in grado di prevenire la diffusione di contenuti tossici in rete e gli stessi controllori delle piattaforme incriminate non sembrano prendere sul serio il problema.

Utilità della pet therapy nei DCA

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Nell’intricato percorso di guarigione dai disturbi alimentari, si cercano continuamente approcci innovativi per integrare le terapie tradizionali. Tra questi, la pet therapy, nota anche come terapia assistita dagli animali (TAA), sta emergendo come uno strumento efficace e conveniente.

Questo post esplora come gli interventi assistiti dagli animali stanno aiutando molte persone nella loro battaglia contro i disturbi alimentari.
Uno dei benefici più profondi della pet therapy è l’amore incondizionato e l’accettazione che gli animali forniscono.

Per le persone che lottano contro i disturbi alimentari, spesso alle prese con intensi sensi di colpa, vergogna e bassa autostima, la compagnia non giudicante di un animale può essere incredibilmente lenitiva. Gli animali domestici non si preoccupano del proprio aspetto o delle proprie abitudini alimentari; il loro affetto è incrollabile.

È dimostrato che l’interazione con gli animali domestici riduce i livelli di stress e di ansia. Il semplice atto di accarezzare un cane o un gatto può rilasciare endorfine, creando un senso di calma e benessere. Questo può essere particolarmente benefico nei momenti di forte ansia o angoscia, comuni nel recupero dei disturbi alimentari.

Prendersi cura di un animale domestico richiede una routine e un senso di responsabilità che possono essere terapeutici per le persone in fase di recupero. Nutrire, curare e far fare esercizio a un animale domestico può aiutare a dare una struttura alla giornata, un aspetto cruciale per riacquistare il controllo sulle abitudini alimentari e sulle scelte di vita.

Sebbene la pet therapy non sia un trattamento validato specificamente per i disturbi alimentari, è un approccio complementare che può migliorare significativamente il percorso di recupero. Il legame tra uomini e animali è speciale e, nel contesto dei disturbi alimentari, può essere una fonte di conforto, motivazione e speranza.

L’Italia è attualmente l’unico paese Europeo ad aver implementato una regolamentazione delle terapie assistite con gli animali e dispone già da diversi anni di un registro nazionale degli operatori certificati e autorizzati all’utilizzo di terapie assistite dagli animali. Queste terapie possono essere condotte con diversi tipi di animali: dai cani, ai cavalli, agli asini e talora anche con gatti o conigli domestici. Un intervento assistito può essere richiesto sia dal paziente (o dai suoi familiari), come pure dal medico o dallo psicologo di riferimento.

Mentre continuiamo a esplorare e comprendere la natura multiforme dei disturbi alimentari, è importante ricordare che l’inclusione della pet therapy in un progetto terapeutico può offrire un addendum gentile – ma potente – nel percorso verso la guarigione e il benessere.

Anoressia: l’impatto della mindfulness

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La meditazione mindfulness è già da tempo un metodo riconosciuto a livello mondiale per affrontare l’Anoressia Nervosa. La sua efficacia nel trattamento clinico della cachessia neurogena (gli stati più gravi di dimagrimento presenti in alcune pazienti affette da AN), tuttavia, non mai era stata studiata fino ad oggi.

Uno studio condotto presso la Kyoto University’s Graduate School of Medicine ha dimostrato che la meditazione mindfulness riduce effettivamente l’ansia associata al peso. I risultati ottenuti mostrano infatti cambiamenti nell’attività delle regioni cerebrali coinvolte nell’ansia. Il programma di meditazione mindfulness proposto nel corso dello studio ha visto una diminuzione significativa dei pensieri ossessivi sull’immagine di sé dei soggetti del test e dell’attività cerebrale associata alle emozioni correlate.

Mindfulness e meditazione vanno di pari passo. La prima insegna ai praticanti ad affinare la consapevolezza dell’esperienza presente e la capacità di non giudicare e accettare le circostanze. La seconda è il mezzo con cui ci si può avvicinare alla mindfulness. “Ci siamo concentrati sulla possibilità che i pazienti con AN cerchino di evitare l’ansia paralizzante per l’aumento di peso e l’immagine di sé limitando il cibo o vomitando”, aggiunge il coautore Masanori Isobe.

Un programma di intervento mindfulness di 4 settimane ha esaminato i cambiamenti neurali utilizzando compiti progettati per indurre l’ansia legata al peso in 22 pazienti. I ricercatori hanno poi regolato l’ansia aiutando i pazienti ad accettare le situazioni e le esperienze attuali al loro valore nominale, invece di evitarle.

I ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (o fMRI) per analizzare la regolazione dell’attenzione in relazione ai disturbi alimentari. I risultati dello studio hanno confermato le impressioni dei ricercatori, nonostante diversi eventi, come la pandemia di Covid-19 e la guerra russo-ucraina, siano stati evidenziati come fattori significativi di aggravamento per le ansie dei pazienti.

 

Bulimia: i farmaci da evitare

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Esistono farmaci che sarebbe meglio evitare quando si soffre di bulimia nervosa? La risposta è affermativa. Iniziamo con il dire che i farmaci che vengono più spesso usati in questi casi in aggiunta alla psicoterapia sono gli antidepressivi che inibiscono la ricaptazione della serotonina (SSRI). Tra questi i più prescritti sono – in ordine di efficacia – la fluoxetina, la sertralina e il citalopram.

Sebbene questo tipo di sostanze abbiano dimostrato la loro efficacia in pazienti affette da bulimia, non è raro riscontrare in molti di questi casi la concomitante presenza di altre patologie quali una depressione maggiore, disturbi bipolari, disturbi d’ansia, disturbo borderline di personalità, o dipendenze miste da alcool o sostanze. Queste cosiddette comorbidità possono rendere necessario l’utilizzo di altri farmaci quali stabilizzatori dell’umore o neurolettici.

In tutti questi casi la scelta del farmaco o dei farmaci da utilizzare dovrebbe tenere in attenta considerazione l’elevato livello di impulsività che è presente in queste pazienti (anche in assenza di disturbi di personalità), e la possibilità di reazioni crociate con altri farmaci che vengono spesso autoprescritti e abusati quali lassativi, diuretici, stimolanti (per la soppressione dell’appetito e/o come bruciagrassi).

Nella scelta dei farmaci da utilizzare inoltre, bisognerebbe sempre considerare i possibili rischi collegati alle complicanze mediche del vomito autoindotto e della diarrea indotta da lassativi che causano spesso disidratazione e alterazioni elettrolitiche di diverso tipo. Tanto per fare qualche esempio, i farmaci che possono causare prolungamento dell’intervallo QT dell’elettrocardiogramma, quali gli antidepressivi triciclici e alcuni neurolettici, possono causare gravi aritmie in presenza di deficit di potassio. Farmaci eliminati per via renale quali il litio dovrebbero essere evitati per gli stessi motivi (disidratazione e disionie). Il bupropione (un antidepressivo ancora spesso prescritto in questi casi) può causare crisi epilettiche in queste pazienti e per questo motivo ha ricevuto un Black Box Warning della FDA negli Stati Uniti.

Infine i farmaci che possono causare un aumento della fame non sono indicati in questi casi in quanto possono peggiorare la sintomatologia compensatoria delle pazienti. Per sintetizzare quanto detto è importante ricordare che la bulimia può trarre beneficio dal trattamento con alcuni farmaci (in particolare alcuni SSRI) che andrebbero sempre associati ad una psicoterapia specialistica, la scelta del farmaco o dei farmaci da utilizzarsi dovrebbe però essere guidata da una attenta valutazione dei potenziali rischi che esistono in questa specifica popolazione di pazienti.

Abbuffarsi

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Il BED (Binge Eating Disorder), o DAI (Disturbo da Alimentazione Incontrollata), è stato ufficialmente introdotto nel DSM soltanto nel 2013 con il DSM-5. Ciò nonostante, i primi resoconti di questo tipo di patologia nella letteratura scientifica risalgono al 1932 allorchè venne descritto un quadro clinico caratterizzato dalla compresenza di depressione, binge eating.

Gli attuali criteri per diagnosticare un BED / DAI consistono nella presenza di almeno un episodio di abbuffata settimanale, con ingestione di una grande quantità di cibo, associata a perdita di controllo nell’assunzione degli alimenti, ma senza la presenza di alcuna strategia compensatoria finalizzata alla riduzione del danno (altrimenti si parla di Bulimia Nervosa).

La chiave per la diagnosi è nella “perdita di controllo” caratterizzata dal fatto che l’individuo continua introdurre cibo nonostante di senta già pieno e non senta più il sapore del cibo e, nonostante provi il desiderio di fermarsi, non riesce a farlo. Gli alimenti utilizzati sono solitamente ad elevato tenore calorico e vengono preparati o acquistati in anticipo quasi pregustando l’abbuffata, sebbene poi però il paziente si senta in colpa per questa. Inoltre l’atto dell’abbuffarsi avviene solitamente in segreto.

Le persone che soffrono di BED / DAI sono solitamente in sovrappeso o francamente obese e la gravità della loro obesità si correla direttamente con la gravità del disturbo del comportamento alimentare. Spesso hanno una storia familiare di depressione e obesità e tendono a dare una valutazione negativa di sè stesse. Il problema è frequentemente insorto già prima dell’adolescenza, condizionando negativamente lo sviluppo della personalità. Non a caso il BED / DAI si associa spesso a disturbi della personalità di diverso tipo.

Se consideriamo il fatto che le obesità più gravi sono spesso associate a questo tipo di disturbo del comportamento alimentare, diviene incontestabile l’importanza di considerare sempre la dimensione psicologica dell’individuo obeso. Se infatti ci si limita a trattare un paziente obeso affetto da BED / DAI con un approccio dietetico è altamente probabile che non si otterranno grandi risultati sul suo peso e che si avrà ben presto una serie di insuccessi terapeutici che demotiveranno il paziente dal richiedere ulteriori terapie.

Viceversa, quando viene diagnosticato nelle prime fasi del suo sviluppo, il BED / DAI ha un’ottima prognosi e può essere superato senza grandi difficoltà prima che le sue conseguenze fisiche e psicologiche divengano gravi. Una volta che il disturbo evolve, invece, è spesso necessario affidarsi a centri riabilitativi (peraltro ancora piuttosto rari in Italia) che utilizzano programmi integrati per cercare di invertire le problematiche psicofisiche del paziente.

Se dovessimo sintetizzare queste poche righe, potremmo dire che il BED / DAI è una patologia che può essere vinta facilmente se trattata all’esordio ma che può diventare altamente invalidante se trascurata o affrontata quando ormai le problematiche fisiche e psicologiche si sono ormai strutturate. Quindi, se vi sembra di essere affetti da questo tipo di disturbo, cercate di chiedere aiuto il prima possibile. Vincere questi problemi è assolutamente possibile!

 

DCA Coaching

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Negli ultimi due o tre anni si sente spesso parlare di Coach per i disturbi alimentari; ma che cos’è esattamente un DCA Coach? E cosa bisognerebbe controllare prima di affidare la propria salute a una di queste figure professionali?

Con la crescita della domanda di cure per i disturbi del comportamento alimentare (aumentati esponenzialmente negli anni della pandemia) e data la cronica incapacità dei servizi di salute mentale nel rispondere adeguatamente a questo tipo di richieste, vi sono sempre più figure professionali parallele (operanti solitamente nel privato) che cercano di riempire i vuori lasciati dal SSN e, talora, alcune di queste figure hanno davvero ben poco di “professionale”.

E così, in aggiunta alle varie associazioni e gruppi di pazienti/genitori che da anni cercano di proporre una valida alternativa ai servizi, in supporto a questi pazienti, gli anni della pandemia hanno visto il fiorire di una moltitudine di coach specializzatisi nel supporto e nella riabilitazione di pazienti affetti da questo tipo di disturbi.

Questo florilegio si è verificato non soltanto in Italia ma più o meno in tutti i paesi del mondo occidentale (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Australia, etc.) che sono i più affetti dal proliferare dei DCA. In Italia purtroppo se ne parla ancora poco o nulla. Vero, la pandemia ha visto esplodere il fenomeno del coaching online in genere. Dai Coach finanziari, a quelli del fitness, da quelli di coppia, a quelli del wellness, sembra vi sia una coorte di personaggi in grado di soddisfare bisogni di qualsiasi tipo. Purtroppo, molti di questi “specialisti” nell’altrui problem-solving non sempre sono in possesso dei titoli o delle qualifiche più adeguate al ruolo che impersonano e molte (troppe) persone in difficoltà finiscono per affidarsi a costoro prima ancora di verificarle.

Ma dove si trovano questo tipo di Coach? La maggior parte di loro pubblicizza la propria attività tramite i social media (Instagram, FB, Pinterest e TikTok innanzitutto). Il processo di selezione dei pazienti (prevalentemente di sesso femminile) si basa su una serie di questionari da compilarsi online che indagano il peso e il tipo di richiesta dei pazienti. La promessa è tipicamente quella di liberarsi dai sintomi del disturbo recuperando il peso desiderato (dal paziente; non necessariamente quello ideale), il risultato è garantito e i titoli formativi del coach vengono solitamente esagerati al fine di attrarre clienti. Il prezzo richiesto può andare da qualche centinaio a qualche migliaio di euro, pagati solitamente attraverso canali difficilmente tracciabili.

Negli ultimi tre anni mi è capitato di incontrare otto pazienti che erano rimasti vittime di questo tipo di pratiche scorrette. In quattro di questi casi, erano addirittura evidenti reati che andavano dalla tentata violenza carnale alla circonvenzione di incapace. Sicuramente – diranno i lettori – quando ciò accade la colpa è da imputarsi tanto alla vittima quanto all’impostore ma in realtà sono da considerarsi complici anche molte piattaforme social che fingono di ignorare cosa accade tra le loro pagine web.

Inoltre, la legislazione che riguarda il coaching / counselling (sia in Italia che nel resto dei paesi occidentali), è gravemente carente al punto che, se digitate “come diventare coach” sui motori di ricerca scoprirete una quantità di corsi che promettono di mettervi in grado di diventare coach certificati, indipendentemente dalle vostre competenze di partenza. Evidentemente si tratta di un mercato ricco di richieste e questo dà l’idea delle dimensioni del problema.

Come proteggersi? Innanzitutto diffidando dalle offerte di aiuto non richieste, specie se queste provengono da piattaforme social (indipendentemente dal fatto che si tratti di persone dello stesso sesso, piuttosto che di persone di sesso opposto). Se si decide di richiedere aiuto è fondamentale verificare i titori del counsellor (consiglio di evitare direttamente coloro che si autoproclamano coach). Si tratta di un laureato/a in medicina o psicologia? Può dimostrare il possesso di una specializzazione in psicoterapia e/o nel trattamento di disturbi del comportamento alimentare? Da quanto tempo opera sul mercato? E’ iscritto ad un albo professionale? Possiede una partita IVA o lavora per un presidio sanitario specialistico? E infine il pagamento; evitiamo le ricariche telefoniche, quelle su carte prepagate (tipo Mooney, etc.) e tutti i cosiddetti pagamenti non tracciabili. E, quando in dubbio, chiedete consiglio a qualcuno più esperto di voi. Oppure al vostro medico di fiducia.

Trovare persone competenti da cui farsi aiutare non è difficile. Il problema consiste nell’avere il coraggio di farlo e nel non farsi abbindolare dai falsi esperti.

 

Prevenire è meglio che curare

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Qual’è il motivo per cui i disturbi del comportamento alimentare aumentano sempre più – anzichè diminuire – con il passare del tempo? Una delle ragioni, al di là dell’incremento progressivo del peso della popolazione e dell’aumento dell’insoddisfazione per le proprie forme corporee da parte dei giovani, è la cronica carenza di interventi di prevenzione finalizzati alla presa di coscienza dei fattori predisponenti, scatenanti e di mantenimento di questo tipo di problematiche.

Ma, come e dove andrebbero implementati questo tipo di interventi, è materia di discussione tra gli esperti in materia da molti anni. Risultato; ciascuno cerca di cavarsela come meglio può, dalle associazioni, alle strutture scolastiche, alle Aziende USL, è tutto un fiorire di idee che spesso non vengono tradotte in pratica a causa della mancanza di mezzi e, sopratutto, di strumenti adeguati.

Proprio per questo motivo negli ultimi anni abbiamo lavorato intensamente alla produzione di modelli formativi e informativi destinati alla prevenzione primaria selettiva dei DCA, ovvero agli interventi da mettersi in atto nelle popolazioni a rischio in cui ancora non siano stati diagnosticati disturbi specifici ma in cui sia già possibile identificare dei possibili fattori predisponenti.

Probabilmente il più completo e maneggevole tra questo tipo di strumenti è stato il libro “Sotto il Segno Della Bilancia”, pubblicato dall’editore La Spiga nel 2018. La scelta di un editore di testi scolastici per questo tipo di prodotto non è stata casuale. Il testo, destinato agli alunni delle scuole secondarie di primo grado, è realizzato come un manuale di prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare “chiavi in mano”. Contiene infatti un racconto che introduce i giovani lettori ad una serie di approfondimenti, attività didattiche e percorsi di lettura, da svolgersi con il supporto degli insegnanti, finalizzate all’apprendimento dei concetti di base sul peso salutare, l’immagine corporea, il rapporto con lo specchio, etc.

Si tratta di un testo che, per la prima volta in Italia, offre agli insegnanti uno strumento efficace e facile da usarsi per cercare di intervenire su uno dei problemi più diffusi nella fascia di età compresa tra i dieci e i diciotto anni; l’insoddisfazione per il corpo e l’aspetto fisico da cui derivano i disturbi del comportamento alimentare.

Il libro è stato adottato in questi anni da numerosi comprensori scolastici e le richieste di corsi di formazione per insegnanti continuano ad arrivare nonostante siano trascorsi ormai cinque anni dalla sua pubblicazione. Segno questo della validità del progetto e dell’utilità di questo tipo di interventi nelle scuole. Ciò nonostante, stiamo tuttora lavorando a un nuovo progetto che prevede il coinvolgimento degli allievi delle scuole primarie. Troppo ambizioso? Chissà, noi ci proviamo…

La terza rinascita di AB.it

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Vi siamo mancati? L’ultimo post, in effetti, risale a circa sette anni or sono. La carenza di collaboratori e di sostegno istituzionale, in aggiunta agli impegni personali e professionali dei soci della prima ora, ha reso difficile operare con continuità a favore dell’associazione e mantenerne attivo il sito, come pure la pagina FB.

Per quanto ci riguarda, abbiamo trascorso questi anni (che potremmo definire sabbatici) lavorando nei Servizi di Salute Mentale; dapprima in Scandinavia, poi in Italia; approfondendo la terapia DBT con la Prof.ssa Marsha Linehan e la psicoterapia delle psicosi con il Dr. Michael Garrett. Abbiamo partecipato all’apertura del primo servizio residenziale piemontese per la terapia del BED e scritto due nuovi testi di auto-aiuto: il primo sul Biohacking e il secondo sulla Psichiatria Nutrizionale (argomenti decisamente nuovi ma sicuramente interessanti).

Ora vogliamo ripartire da dove eravamo rimasti. Per la terza volta. Grazie alla generosa ospitalità dei nostri patroni di Extera (che ci supportano da sempre) e alla maestria di Gianluca Busetto, il web designer che ha curato l’aggiornamento del sito (ormai obsoleto).

Le principali novità di AB.it sono costituite da numerosi aggiornamenti dei contenuti supportati da una nuova interfaccia grafica che ora include anche la possibilità di tradurre le pagine del sito in diverse lingue straniere. Inoltre, a partire da oggi, tutti i nuovi contenuti vengono automaticamente postati anche sulla nostra pagina FB, al fine di facilitarne la condivisione.

Arrivano in redazione due nuove collaboratrici che ci daranno una mano con la produzione di contenuti: Paola Guizzardi e Anna Fabroni. La prima, una nutrizionista esperta in DCA, collaboratrice delle Terme di Boario e referente dell’Associazione Ananke Family; la seconda, una fotografa specializzatasi in arteterapia e fototerapia con una lunga esperienza di lavoro sugli autoritratti terapeutici, già amministratrice della nostra pagina FB e con cui abbiamo già collaborato in passato.

Come intendiamo procedere? Gli ultimi dieci anni hanno visto emergere una sempre maggiore quantità di quadri clinici misti nei quali i DCA si mescolavano più spesso a disturbi della personalità piuttosto che a disturbi d’ansia e dell’umore come in passato. Per questo motivo ci siamo formati nella terapia DBT che ha dimostrato di essere molto più efficace della CBT classica nel trattamento di questi disturbi e che, con piccole modifiche, può essere applicata con successo a qualsiasi DCA. Inoltre abbiamo continuato a lavorare sull’immagine corporea mediante fotografie e autoritratti.

La mappa delle strutture dotate di centri specializzati si è modificata, anche se i principali centri sono rimasti quasi tutti in attività, altri se ne sono aggiunti, talora con specifiche subspecializzazioni. Purtroppo le liste d’attesa per l’accesso sia ai servizi ambulatoriali che a quelli ospedalieri rimangono lunghe. E questo è un problema ulteriormente aggravatosi dopo la pandemia.

La nostra intenzione è quella di riportare il sito e l’associazione in piena attività nel più breve tempo possibile e, con l’aiuto dei vostri consigli e suggerimenti, siamo certi di riuscire in questo intento. Fateci gli auguri!

Microbioma e metabolismo

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Il secolo della meta-genomica è cominciato e da oggi niente sarà più come prima. Dopo aver passato gli ultimi tre anni a condurre ricerche sui rapporti tra cibo, salute e malattia, e aver conseguito un dottorato in Scienza della Nutrizione all’Università Politecnica delle Marche di Ancona sono nuovamente qui a raccontarvi quello che è cambiato nel mondo dei disturbi alimentari. E le novità sono tante.

Già, perchè molte cose non sono più le stesse e questo è merito della scoperta del microbioma umano, ovvero di quel secondo genoma che proviene dai batteri che risiedono nell’intestino umano. Oggi sappiamo che l’uomo deve il suo stato di salute (o viceversa di malattia) alla compresenza e all’equilibrio di due diversi corredi genetici: il primo di natura umana (quello che tutti abbiamo sempre essere ritenuto essere la nostra “genetica”) ed il secondo di natura batterica (che rappresenta tutti i geni che vengono espressi dalla flora batterica che vive in simbiosi con il nostro organismo).

Per anni si è ritenuto che quando si parlava di predisposizione genetica il discorso riguardasse esclusivamente il genoma umano (ovvero i geni che sono impressi nei nostri cromosomi). Per molte malattie umane, questo si risolveva spesso in una condanna senza appello dato che, per definizione, la genetica umana è fissa ed immutabile. Da meno di dieci anni si è però scoperto che, quando si parla di predisposizione alla salute o alle malattie dal punto di vista metabolico, i geni umani contano solo per circa il 3%. La genetica batterica è infatti molto più importante di quella umana nel controllo di gestione delle risorse energetiche.

Cosa significa questo in pratica? Che la genetica umana controlla il colore degli occhi (che non può essere modificato), mentre la genetica batterica controlla la quantità di calorie che l’intestino è in grado di assumere dal cibo, e decide pertanto la velocità del metabolismo. Ma questa scoperta, che fino a pochi anni or sono era fanta-scienza, cambia radicalmente tutto ciò che credevamo di sapere sullo sviluppo dell’obesità (tanto per fare un esempio).

Oggi siamo in grado di prevedere la flora batterica intestinale di un individuo sulla base del suo BMI, perchè si è visto che tra i due vi è una concordanza perfetta. E siamo anche in grado di modificare l’uno sulla base dell’altra; una cosa impensabile fino a pochi anni fa. Anzi, sappiamo anche che è possibile modificare la flora batterica semplicemente intervenendo in maniera radicale sulla dieta di un individuo e cambiando così la velocità del suo metabolismo. E sappiamo che questo può essere fatto in soli tre giorni.

Sappiamo inoltre che il microbioma controlla la produzione del BDNF, un fattore neuotrofico stimolante che è implicato nelle sensazioni di fame e sazietà e che è correlato allo sviluppo di comportamenti di binge eating e bulimia. Ma questo significa anche che deve esistere un microbioma tipico della bulima e che pertanto questo può essere modificabile (è una rivoluzione!). E dato che si è visto che è possibile curare alcuni casi di autismo semplicemente modificando la flora batterica intestinale, oggi sappiamo che anche le cosiddette malattie nervose possono dipendere dal genoma batterico.

Insomma, le novità non sono poche e prevedo che nel giro di altri cinque anni, a queste se ne aggiungeranno molte altre che modificheranno radicalmente il modo in cui oggi trattiamo i disturbi del comportamento alimentare.