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Farmaci e disturbi alimentari: cosa sapere

Farmaci e disturbi alimentari: facciamo chiarezza

Farmaci e disturbi alimentari: cosa sapereImage ©: melyserna

In questo articolo cercherò di fare chiarezza sui farmaci utilizzati nei disturbi alimentari. SI tratta di un argomento delicato perché, quando si parla di disturbi alimentari, il tema “farmaci sì o farmaci no?” accende subito discussioni accese. C’è chi pensa che “basti la forza di volontà”, chi teme che gli psicofarmaci “cambino la personalità”, e chi spera in una pillola magica che faccia sparire di colpo abbuffate, vomito o ossessioni sul cibo.

La verità, come quasi sempre in psichiatria, è più sfumata. I farmaci non curano da soli un disturbo alimentare, ma possono diventare un tassello fondamentale del percorso, soprattutto quando ci sono comorbidità importanti quali depressione, ansia, DOC, disturbi di personalità, abuso di sostanze, instabilità dell’umore.

In questo post vi porterò “dietro le quinte” di ciò che usiamo più spesso nella pratica clinica, con un linguaggio il più diretto possibile, ma rigoroso. Prima distinzione importante:

  • I farmaci non sostituiscono la psicoterapia e il lavoro nutrizionale.

  • I farmaci possono aiutare a ridurre sintomi specifici che mantengono la malattia (ossessioni, impulsività, umore depresso, ansia devastante).

In altre parole: non “guariscono dall’anoressia” o “guariscono dalla bulimia”, ma creano le condizioni mentali perché la persona possa lavorare meglio in terapia e nel quotidiano. In questo senso, il blocco di partenza è costituito dagli antidepressivi SSRI. Gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) sono infatti i farmaci più utilizzati nei disturbi alimentari, soprattutto quando ci sono:

  • Bulimia nervosa

  • Disturbo da binge-eating

  • Depressione e ansia associate a un disturbo alimentare

Uno degli SSRI più studiati nella bulimia è la fluoxetina, spesso a dosaggi più elevati rispetto a quelli impiegati nella depressione. Può aiutare a ridurre frequenza e intensità di abbuffate e condotte di compenso, migliorare il tono dell’umore e ridurre pensieri ossessivi legati al peso e al cibo

Altri SSRI usati (sempre su valutazione psichiatrica) includono sertralina, escitalopram, paroxetina, citalopram.

Nel disturbo da alimentazione incontrollata (o binge-eating), gli SSRI possono ridurre le abbuffate, soprattutto quando c’è una componente depressiva o ansiosa di fondo. Talvolta si usano anche altri antidepressivi (es. alcuni SNRI come la venlafaxina) se sono presenti dolore cronico, ansia marcata o caratteristiche cliniche specifiche. Punto chiave: l’antidepressivo non viene prescritto “perché sei debole”, ma perché il sistema nervoso è incastrato in circuiti di ansia, ossessione e umore depresso che alimentano il disturbo.

Nell’anoressia nervosa il ruolo dei farmaci è più complesso. Con un peso molto basso, il cervello è letteralmente “a dieta forzata” di nutrienti: molti farmaci funzionano peggio e possono risultare più rischiosi. Gli antidepressivi possono essere considerati dopo un parziale recupero ponderale, soprattutto se persistono depressione, ansia intensa o DOC.

A volte, in questi casi, si utilizzano antipsicotici atipici a basso dosaggio (es. olanzapina, brexpiprazolo, ecc.) per ridurre l’ansia estrema legata al cibo, attenuare la rigidità del pensiero e l’ossessione per il controllo, e favorire indirettamente il recupero del peso.

Questa non è una scelta che nasce dal fatto che “sei psicotico”, ma dal fatto che questi farmaci agiscono su sistemi dopaminergici e serotoninergici che modulano la rigidità, l’ansia e la percezione del corpo.
Ovviamente, vanno monitorati con estrema attenzione (metabolismo, ECG, ecc.).

Nei disturbi alimentari con forte impulsività, autolesionismo e sbalzi d’umore (per esempio quando coesiste un disturbo borderline di personalità) possiamo valutare anche stabilizzatori dell’umore (come lamotrigina, acido valproico, litio, a seconda del quadro clinico). Non “aggiustano il carattere”, ma riducono l’intensità delle tempeste emotive che spesso scatenano abbuffate, vomito o comportamenti a rischio.

Se il disturbo alimentare si intreccia con un disturbo d’ansia generalizzato, un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) o con attacchi di panico, gli SSRI sono spesso la prima scelta. Nei casi più resistenti, si possono aggiungere antipsicotici in piccole dosi come potenziamento terapeutico. Le benzodiazepine, invece, si usano con molta cautela (se possibile per brevi periodi) per via del rischio di dipendenza.

Sempre più spesso vediamo la coesistenza tra ADHD e disturbi alimentari, soprattutto nel binge-eating e nella bulimia. E qui entrano in gioco anche i farmaci per l’ADHD (es. stimolanti o non stimolanti), che possono migliorare attenzione e controllo degli impulsi e ridurre il mangiare impulsivo, ,a la gestione è delicata, soprattutto se ci sono condotte restrittive o abuso di sostanze.

Ed ora qualche suggerimento pratico. Se tu o qualcuno che conosci sta lottando con un disturbo alimentare e ti stai chiedendo se i farmaci possano aiutare, parlane apertamente con lo specialista. Segnati domande e timori: “Questo farmaco a cosa serve esattamente nel mio caso?”, “Quali sono i possibili effetti collaterali?”, “In che tempi potrei aspettarmi un beneficio?”

Importantissimo! Non interrompere mai da soli la terapia farmacologica. Soprattutto con antidepressivi e stabilizzatori dell’umore, uno stop brusco può risultare controproducente e comportare effetti collaterali. Ogni modifica andrebbe apportata insieme al curante.

E comunque bisogna sempre ricordare che il farmaco è solo una parte del lavoro e che nessuna molecola potrà mai sostituire la psicoterapia (individuale, di gruppo, familiare), il lavoro nutrizionale con un professionista o gli interventi sul contesto di vita, sulle relazioni, sullo stress.