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La geografia della fame in Italia

La geografia della fame in Italia

La geografia della fame in ItaliaImage©: Sunriseforever!

Oggi voglio parlarti della geografia della fame in Italia e del perché l’accesso alle cure per un DCA non dovrebbe basarsi sul codice postale. Già, perché anche la terapia della fame ha una mappa e non è quella che probabilmente immagini.

Quando dico “fame” non intendo solo quella biologica. Intendo quel vuoto che si insinua nella testa e spinge a cercare risposte nel cibo, nel controllo, nella restrizione. Ma c’è un’altra fame, di cui si parla troppo poco: quella di cure. E questa fame, in Italia, ha una geografia precisa.

Non è un modo di dire. È una realtà che vedo ogni settimana in ambulatorio: una ragazza di diciassette anni, accompagnata dalla madre, arriva dopo sei mesi di disperata ricerca di un centro specializzato. Arrivano da un’altra regione. Hanno chiamato ovunque, hanno atteso, hanno pianto. E alla fine hanno capito una cosa che nessuno dovrebbe mai capire: la possibilità di curarsi (e questo non vale soltanto per i DCA), in questo Paese, dipende ancora dal luogo in cui si vive.

Ti racconto una cosa che mi colpisce ogni volta che apro i dati. L’Istituto Superiore di Sanità ha mappato 180 strutture dedicate ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione tra pubblico e privato, la maggior parte dei quali si trova al Nord e al Centro. Non è un dettaglio statistico. È la differenza tra ricevere una diagnosi in tempo e aspettare mesi mentre la malattia peggiora.

Le liste d’attesa nel pubblico arrivano a 8-13 mesi. Otto mesi. Per un disturbo alimentare, otto mesi sono un’eternità. Il tempo, in psichiatria, non è mai neutro: è tessuto cerebrale, è plasticità, è possibilità di recupero. Ogni mese di attesa è un mese in cui il sintomo si consolida, in cui la fame diventa identità, in cui il corpo paga un prezzo che nessuna terapia potrà mai restituire appieno.

C’è chi ha la fortuna di vivere in Emilia-Romagna, dove si trovano 20 centri. C’è chi sta in Campania e ne trova 12, ma con liste infinite. E c’è chi, semplicemente, non ha i 2.700 euro al mese per una struttura privata. In un Paese in cui la salute è un diritto costituzionale, il portafoglio decide ancora chi guarisce e chi resta indietro.

Ma c’è un terzo scenario, ancora più silenzioso: quello di chi </span>non cerca ne</span>mmeno</span>ss=””>. Perché non sa che esistono i centri. Perché il medico di base ha minimizzato. Perché a casa si dice “è solo una fase”. Perché nella propria regione non c’è nulla, e tanto vale fingere che vada tutto bene. Questa è la fame più crudele: quella che non osa nemmeno farsi sentire.

Da psicoanalista, ho imparato che la mente non è un’entità astratta sospesa nel vuoto. È sempre situata. Ha un corpo, una storia, una famiglia, una lingua, un quartiere, un reddito. Quando dico che “la geografia della fame” è reale, intendo che il contesto non è lo sfondo del disturbo, ma ne fa parte: è parte della sua eziologia.

Un/a ragazzo/a che non trova un centro vicino non è “solo” un paziente: è un paziente abbandonato da un sistema. E l’abbandono, in clinica, ha un peso specifico. Produce vergogna, produce ritiro, produce la convinzione profonda di non meritare cura. La domanda non è “perché non chiede aiuto?”, ma “a chi lo chiede? “

Se guardiamo i dati con attenzione, vediamo che il problema non è solo quantitativo. È qualitativo. Nel Nord, i centri sono più numerosi e spesso integrati con i servizi territoriali. Nel Sud, molti centri sono “punti di riferimento” senza un’équipe multidisciplinare completa: mancano lo psicologo, il nutrizionista e lo psichiatra. La presa in carico si frammenta. E la frammentazione, per una persona con DCA, è spesso più dannosa dell’assenza.

A questo si aggiungono poi i costi indiretti: spostamenti, pernottamenti, giorni di lavoro o di scuola persi. Per molte famiglie, il vero ostacolo non è la lista d’attesa: è la logistica della speranza. Vedo ogni giorno quanto la geografia pesi sulla clinica. E allora sogno un sistema in cui la presa in carico non dipenda dalla latitudine. Dove la telepsichiatria non sia un ripiego, ma una rete. Dove i fondi per i DCA entrino nei LEA in modo omogeneo, senza che il federalismo sanitario diventi un federalismo dell’abbandono.

Sogno un Paese in cui una madre che scopre che sua figlia non mangia più non debba googlare “centro DCA più vicino” alle due di notte o chiedere consiglio a ChatGPT, e in cui il pediatra sappia indirizzare. In cui la scuola sappia accogliere. In cui la cura sia un diritto, non una lotteria geografica.

E sogno anche una psichiatria che non si limiti a curare l’individuo, ma denunci l’ingiustizia che lo ha reso paziente. Perché se accettiamo che la salute mentale dipenda dal reddito o dalla regione, stiamo scrivendo una geografia della fame che esclude qualcuno. E quel qualcuno, in ambulatorio, lo vediamo arrivare troppo tardi.

Non è utopia. In alcune regioni, i progetti di telepsichiatria per i DCA hanno già dimostrato di funzionare: riducono le distanze, mantengono il contatto con il territorio, permettono monitoraggi frequenti senza spostamenti. Ma perché funzionino davvero, servono investimenti, formazione e una regia nazionale. Altrimenti restano esperimenti isolati, validi solo per le slide dei convegni.

Qui entra in gioco un altro attore: le associazioni dei familiari. In molte regioni sono loro a colmare le lacune del sistema: sportelli, gruppi di auto-mutuo-aiuto, orientamento ai servizi. Fanno un lavoro che lo Stato dovrebbe fare. E lo fanno spesso gratis, a scapito della propria vita. Riconoscere questo lavoro è importante. Ma non basta: non possiamo delegare alla società civile ciò che è un diritto costituzionale.

Non è solo politica. È clinica. Informati sui centri della tua zona (la piattaforma ISS è pubblica e aggiornata). Chiedi ai tuoi rappresentanti locali perché il fondo per i DCA non è stato rinnovato. Parla con il tuo medico di base: spesso la prima barriera è la sottovalutazione del problema.

E se sei un professionista della salute mentale, non accettare l’idea che curarsi sia un privilegio. Ogni volta che accettiamo che la salute mentale dipenda dal reddito o dalla regione, stiamo scrivendo una geografia della fame che esclude qualcuno. E quel qualcuno, in ambulatorio, lo vediamo arrivare troppo tardi. La fame ha una mappa. Ma possiamo ridisegnarla. Insieme.

© Copyright - Anoressia Bulimia | Dr. Fabio Piccini | Medico, Psicoterapeuta e Psicoanalista
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