Tag Archivio per: Ortoressia

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremoImage©: eduardoonef

In questo post vi parlerò dei disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo. Parleremo, cioè di quando disciplina e performance divengono coperture di fragilità psicologiche.

C’è una frase che sento spesso in studio (e che leggo ovunque nel mondo del fitness): “Non è ossessione, è disciplina.” Ecco il problema: in alcuni contesti sportivi la linea tra disciplina sana e comportamento disfunzionale non è una riga sottile… è una nebbia fitta, piena di applausi, “like”, complimenti e medaglie. È facile confondere il controllo con la forza, la rigidità con la determinazione, la restrizione con la “pulizia”.

Negli atleti e nel fitness estremo, i disturbi alimentari possono mimetizzarsi alla perfezione: allenamenti impeccabili, nutrizione “perfetta”, zero sgarri, focus totale sul corpo. Il punto è che non sempre dietro c’è benessere. A volte c’è ansia, paura, vergogna e un bisogno di sentirsi “abbastanza” che passa solo attraverso il corpo.

C’è una cosa che vedo spesso: la disciplina smette di essere uno strumento e diventa un’etichetta. “IO sono disciplinato/a.” E quando la disciplina è un’etichetta, ogni deviazione diventa una minaccia: se sgarro, se riposo, se mangio qualcosa “fuori piano”… non sto solo cambiando abitudine. Sto mettendo in discussione chi sono.

È qui che la maschera della forza si incolla al viso.

  • “Non mangio quella roba perché voglio stare bene.” (ma sotto c’è ansia e controllo)

  • “Non salto allenamenti perché ho obiettivi.” (ma sotto c’è colpa e panico)

  • “Mi piace la routine.” (ma sotto c’è terrore del caos)

E la cosa più subdola? L’ambiente spesso rinforza tutto: più sei rigido/a, più ti dicono che sei un esempio. Nel frattempo, magari ti senti sempre più stanco/a, più irritabile, più solo/a… però “hey, che disciplina!”. Facciamo qualche esempio.

L’ortoressia, detta semplice, è quando la ricerca del “sano” diventa così rigida da rubarti la vita. Non è “mi piace mangiare bene”. È: “Se non mangio perfetto, mi sento sporco, in colpa, agitato”. Di solito non parte con drammi. Parte con una lista: togli questo, poi anche quello, poi “solo se è bio”, poi “solo se lo preparo io”. E piano piano lo spazio si restringe.

Segnali che non sono solo “stile di vita”, in quanto: pensi al cibo (e alle regole) più di quanto vorresti ammettere; mangiare fuori diventa stressante, non più divertente; ti senti moralmente migliore o peggiore in base a cosa mangi e, se “sgarri”, scatta il bisogno di compensare (più cardio, meno pasti, digiuni “riparatori”). E attenzione: nel fitness questo è facilissimo da mascherare, perché è tutto presentabile. Sembra autocontrollo. Ma se ti toglie la serenità, non è controllo: è prigionia.

La bigoressia (o dismorfia muscolare) è una roba che spesso non viene presa sul serio, soprattutto negli uomini, perché “vabbè, si allena, che sarà mai?”. In realtà è una sofferenza vera: puoi essere già super muscoloso e continuare a vederti “piccolo”, “scarico”, “non definito”. E allora cosa fai? Stringi ancora di più.

Segnali tipici della bigoressia sono che ti alleni anche quando sei distrutto o infortunato (perché fermarti è impensabile), controlli continuamente foto, specchio, pump e misure, la tua vita sociale si adatta agli allenamenti, non il contrario, e ti senti ok solo quando sei “in controllo” (ma il controllo dura poco). Qui la performance diventa un anestetico: ti calma per un attimo, ma poi torna l’ansia. E per stare zitto quel rumore interno, alzi il volume di allenamento e rigidità.

Infine, c’è la RED-S, acronimo di Relative Energy Deficiency in Sport. In pratica: introduci meno energia di quella che consumi e il corpo, che non è scemo, inizia a risparmiare dove può. Il prezzo lo paghi con il recupero, l’umore, gli ormoni, le ossa e l’immunità. E spesso te ne accorgi tardi, perché all’inizio magari “dimagrisci e vai forte”, quindi ti convinci che stia funzionando.

Poi arrivano cose come una stanchezza che non passa mai, infortuni ricorrenti o strani dolorini che non guariscono, irritabilità, sonno sballato e calo della libido, performance che crollano “senza motivo” e, nelle donne,  il ciclo che salta o cambia (ma anche negli uomini ci sono segnali ormonali e di energia). Se ti sembra che il corpo stia diventando un nemico “pigro”, a volte non è pigrizia: è sovraccarico.

Qui da terapeuta ti direi una cosa semplice: non mi interessa se la tua dieta è “pulita” o se ti alleni 6 volte a settimana. Mi interessa cosa ti succede dentro se non lo fai. Se riposi e ti sale l’ansia.
Se mangi qualcosa fuori piano e ti senti in colpa. Se salti un allenamento e ti sembra di valere meno. Quelli sono tutti campanelli. E non sono “mancanza di disciplina”: spesso sono segnali di un rapporto complesso tra controllo, autostima e paura.

La disciplina sana ha una caratteristica: sa essere flessibile. Quella tossica, invece, ha sempre lo stesso tono: “devi”.

 

Disturbi alimentari nei maschi

Disturbi alimentari nei maschi

Disturbi alimentari nei maschiImage ©: Egon Schiele

Parliamo dei disturbi alimentari nei maschi, concentrandoci su stigma, diagnosi mancate e specificità cliniche. Quando si parla di disturbi alimentari, l’immaginario collettivo tende a visualizzare figure femminili: adolescenti o giovani donne che lottano con anoressia, bulimia o binge eating. Ma c’è una realtà nascosta, ancora troppo silenziosa, che riguarda i maschi. I disturbi alimentari non fanno discriminazioni di genere, eppure nei maschi restano spesso invisibili, sottovalutati o fraintesi. Il risultato? Diagnosi tardive, sofferenze silenziose e percorsi terapeutici più complessi.

Per molti ragazzi, ammettere di avere un problema con il cibo significa esporsi a un doppio stigma. Da un lato, quello legato ai disturbi alimentari in sé – ancora erroneamente considerati “malattie da donne” – e dall’altro, quello associato alla mascolinità tossica: l’idea che un vero uomo debba essere forte, autonomo, immune da fragilità emotive. Questo doppio tabù porta a un pericoloso silenzio. Studi recenti stimano che circa il 25% delle persone con disturbi alimentari siano maschi, ma si ritiene che la cifra reale sia molto più alta, a causa delle diagnosi mancate. Molti uomini non chiedono aiuto, oppure i professionisti stessi non colgono i segnali, influenzati da bias culturali inconsapevoli.

Le manifestazioni dei disturbi alimentari nei maschi possono differire da quelle femminili, rendendo ancora più difficile individuarle. Ad esempio, nei ragazzi è più frequente l’ortoressia (l’ossessione per il cibo sano) o la vigoressia, ovvero la fissazione sullo sviluppo muscolare, spesso accompagnata da diete estreme e allenamenti compulsivi. Anche il binge eating (abbuffate compulsive) è comune nei maschi, spesso legato a emozioni represse, ansia o stress, ma difficilmente raccontato. Meno frequente è l’anoressia “classica”, ma quando si presenta, tende a essere più grave e cronicizzata, proprio perché riconosciuta in ritardo.

Un altro elemento distintivo è che i maschi spesso non desiderano diventare “magri”, ma più spesso “definiti”, “forti”, “prestanti”. Questo modifica il tipo di comportamento alimentare, pur mantenendo una matrice psicopatologica simile: controllo, bassa autostima, perfezionismo, bisogno di approvazione. Anche l’ambiente gioca un ruolo chiave. I media e i social hanno contribuito a creare un ideale maschile sempre più irrealistico: fisici scolpiti, zero grasso, addominali perfetti. Questa pressione estetica non è più un’esclusiva femminile. Sempre più ragazzi si confrontano con standard inarrivabili e interiorizzano l’idea che il proprio valore dipenda dall’aspetto fisico.

Palestra, diete iperproteiche, integratori, uso di steroidi: tutto può rientrare in un quadro di disordine alimentare, se motivato da ansia, compulsione e distorsione dell’immagine corporea. Ma chi lo direbbe? Chi oserebbe definirlo un disturbo? Ecco perché il primo passo per cambiare le cose è parlarne. Dare spazio al vissuto maschile nei disturbi alimentari, raccontarlo senza vergogna, è un atto rivoluzionario. I professionisti della salute mentale devono essere formati per riconoscere anche le forme meno “classiche” del disturbo e ascoltare senza pregiudizi.

La diagnosi precoce dei disturbi alimentari nei maschi salva vite. E soprattutto, restituisce dignità a chi, fino a ieri, si sentiva fuori posto persino nella sofferenza. Rompere il silenzio sui disturbi alimentari maschili non è solo una questione clinica, ma culturale. È un invito a ridefinire cosa significa essere uomo, anche nella vulnerabilità.