La trappola psichica dei farmaci GLP-1
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In questo articolo voglio parlarvi della trappola psichica dei farmaci GLP-1 usati per dimagrire. C’è un silenzio nuovo, nelle mie sedute. Un silenzio che sa di smarrimento e di vittoria vuota. Negli ultimi due anni, un numero crescente di pazienti varca la soglia del mio studio non per parlare del perché mangiano, ma del perché, all’improvviso, non ne hanno più bisogno. Sto parlando, ovviamente, della rivoluzione farmacologica dei GLP-1 (Semaglutide, Tirzepatide e affini), molecole nate per il diabete e oggi diventate il Sacro Graal del dimagrimento.
Come psicoanalista, non mi interessa l’euforia collettiva per la “pancia piatta” garantita dalla puntura settimanale. Mi interessa il contraccolpo psichico. Mi interessa quella sensazione, riportata con un filo di voce dai miei pazienti, di essere stati “derubati di qualcosa”, senza sapere esattamente cosa. Perché il vero labirinto non è nel corpo, ma nella mente che all’improvviso si ritrova senza la sua bussola più antica: la fame.
Dobbiamo intenderci su un punto clinico fondamentale. La fame umana non è quasi mai solo fame; lo abbiamo detto molte volte. È noia, è angoscia, è rabbia inespressa, è vuoto affettivo. Il cibo è il più primitivo degli psicofarmaci, il primo ansiolitico che impariamo a usare da bambini, quando il latte materno calmava ogni disperazione.
I farmaci GLP-1 non si limitano a rallentare lo svuotamento gastrico. Agiscono a livello centrale, sui recettori cerebrali, spegnendo il cosiddetto food noise quel rumore di fondo ossessivo che in molti casi strutturava l’intera giornata. Ma cosa succede quando, insieme al rumore del cibo, si spegne anche il segnale di altri desideri? È questa la trappola di cui voglio parlare.
In quanto, noi non abbiamo un corpo: noi siamo il nostro corpo. L’immagine corporea è una costruzione psichica sedimentata in decenni di esperienze emotive.
Anna, 35 anni, ha lottato con l’obesità dall’adolescenza. Grazie ai GLP-1, oggi indossa una taglia 42. Ma durante le sedute continua a sedersi come se occupasse uno spazio enorme, a scusarsi per la sua presenza, a leggere nei sorrisi degli altri una derisione che non c’è più. “Dottore, mi guardo allo specchio e vedo un’estranea. Mi tocco le ossa delle anche e mi sembrano un errore. Non mi riconosco. Ho quasi voglia di riprendere peso per tornare a sentirmi a casa”.
Questa è la trappola della dismorfofobia . Il farmaco cambia i tessuti in pochi mesi, ma la rappresentazione corticale del corpo è lenta, lentissima. La mente di Anna è rimasta intrappolata nel corpo obeso, un corpo che, per quanto sofferente, era il suo unico rifugio conosciuto. Il grasso, per molti, non è solo un nemico: è una barriera protettiva, un’armatura contro l’intimità, contro le aspettative altrui, contro la sessualità adulta. Togliere quell’armatura con una siringa, senza un lavoro analitico, significa esporre la persona a un’angoscia nuda, senza mediazioni.

