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Metodo Caviardage e DCA: curare l'anima con la poesia

Metodo Caviardage e DCA: curare l’anima con la poesia

Metodo Caviardage e DCA: curare l'anima con la poesiaImage ©: Tina Festa.

In questo post voglio parlarvi del Metodo Caviardage e di come curare l’anima attraverso la poesia. C’è una verità dolorosa che emerge ogni giorno nel mio studio: le parole, per chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare, spesso non riescono a uscire. Si fermano in gola, proprio come quel boccone che non si riesce a mandare giù.

Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni di pratica clinica e di ascolto analitico, è proprio questa: l’anoressia, la bulimia, il binge eating non sono mai “questioni di cibo”. Sono urla silenziose. Sono tentativi disperati del corpo di dire ciò che l’anima non riesce nemmeno a sussurrare.

Quante volte, in seduta, ho chiesto: “Come ti senti? Cosa provi quando guardi il tuo corpo?” E quante volte mi sono trovato di fronte al terrore del foglio bianco. Non per mancanza di emozioni – anzi, ce ne sono troppe – ma per l’impossibilità di tradurle in parole.

L’angoscia della prestazione, la paura di non trovare i termini “giusti”, l’incapacità di dipanare un groviglio emotivo troppo denso: tutto questo blocca la narrazione. E allora la domanda diventa: come possiamo dare voce a chi sente di averla perduta, senza forzarlo a costruire un racconto dal nulla?

È qui che entra in scena uno strumento terapeutico che trovo profondamente affascinante, quasi alchemico: il Metodo Caviardage, ideato dall’insegnante e arteterapeuta italiana Tina Festa. Il principio è rivoluzionario nella sua semplicità: non si tratta di scrivere, ma di svelare.

Ecco come funziona nella pratica:

  1. Si prende una pagina di un libro da macero, un testo già scritto
  2. Ci si mette in ascolto, senza giudicare
  3. Si lasciano emergere le parole che “chiamano” la nostra attenzione
  4. Tutto il resto viene oscurato, annerito, trasformato in opera d’arte visiva

Invece di dover produrre un testo – un atto che spesso genera la stessa ansia performativa che si proietta sul cibo o sul peso – la persona sceglie cosa far emergere e cosa nascondere. Da un mare caotico di parole, ne emergono due, tre, forse una frase intera. È una poesia nascosta che aspettava soltanto di essere liberata. In termini junghiani, è l’inconscio che pesca esattamente il simbolo di cui ha bisogno in quel preciso momento. Nessuna forzatura. Solo ascolto.

Chi combatte contro un disturbo alimentare conosce bene quella voce interiore che non riposa mai: il “Giudice Interiore”, un’istanza psichica che svaluta, critica, punisce. Una voce che dice: “Non sei abbastanza”, “Hai sbagliato tutto”, “Non meriti”. Il Caviardage aggira magicamente questo giudice, perché non c’è nulla da creare “bene” o “male”. Le parole sono già lì. Tu le scegli. Punto.

Annerendo le parole che non servono, non stiamo distruggendo: stiamo dando dignità al buio, all’Ombra. Nei DCA c’è una feroce tendenza al perfezionismo. Il Caviardage, invece, ci insegna che la bellezza – e la cura – possono nascere da una pagina strappata, sporca d’inchiostro, imperfetta. Che potente antidoto al bisogno di controllo assoluto!

Mentre il sintomo alimentare si concentra ossessivamente sul controllo del corpo, annerire una pagina sposta l’energia vitale verso la creatività. La metafora è potente: la persona non deve “mettere dentro” parole nuove (come il cibo che spaventa), ma solo “digerire” e conservare quelle già presenti sulla pagina. È un nutrimento emotivo caldo, autentico, che non passa attraverso il canale – ormai traumatizzato – del corpo e del cibo.

La guarigione da un disturbo alimentare non è un percorso lineare. È un viaggio eroico per ritrovare frammenti della propria identità sparsi lungo il cammino, spesso sepolti sotto anni di controllo, vergogna, silenzio. Il Caviardage ci ricorda una verità fondamentale: le risorse per guarire sono già scritte dentro di noi. Dobbiamo solo permetterci di farle emergere, oscurando il rumore di fondo.

Se, mentre leggi queste parole, senti una risonanza dentro di te, ti invito a fare una prova. Non serve essere “bravi”. Non serve essere “pronti”. Serve solo un po’ di curiosità. Ecco cosa fare:

  1. Prendi un vecchio libro che non usi più (anche una rivista va bene)
  2. Strappa una pagina – sì, davvero, strappala
  3. Non leggerla razionalmente
  4. Lascia che i tuoi occhi scivolino sulle righe come acqua
  5. Cerchia solo le parole che ti risuonano dentro, oggi, in questo preciso istante
  6. Prendi un pennarello nero e annerisci tutto il resto
  7. Osserva cosa emerge

Ora chiediti: Cosa ha da dirti la tua anima? A volte, la poesia più bella è quella che segna l’inizio della guarigione. E a volte, quella poesia era già dentro di noi. Serviva solo qualcuno che ci aiutasse a vederla.