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Come usare il lifehacking per tornare a sé stessi

Come usare il lifehacking per tornare a sé stessi

Image ©: Fabio Piccini

Oggi vi parlerò di come usare il lifehacking per tornare a sé stessi. Ci sono momenti in cui la vita sembra chiederci soprattutto di funzionare. Funzionare al lavoro, nelle relazioni, nelle giornate piene, nelle aspettative degli altri. Funzionare anche con il corpo: controllarlo, misurarlo, correggerlo, renderlo adeguato a uno sguardo esterno che spesso diventa più severo del necessario.

Chi conosce la sofferenza legata al cibo, al peso o all’immagine corporea sa quanto questa pressione possa risultare faticosa. A volte non è solo una questione di alimentazione. È come se il corpo diventasse il luogo in cui si depositano ansia, bisogno di controllo, paura di non valere abbastanza, desiderio di essere visti e, insieme, timore di esserlo davvero.

È da questo spazio umano, fragile e complesso, che può essere letto “Tecniche di Lifehacking. 101 gesti per tornare a sé stessi“, il nuovo libro di Fabio Piccini.

Il titolo potrebbe far pensare a un manuale per essere più efficienti, più produttivi, più organizzati. In realtà, il libro va in una direzione diversa. Non invita a fare di più, ma a tornare più presenti. Non propone scorciatoie motivazionali, né soluzioni rapide. Offre, piuttosto, 101 capitoli brevi come piccoli varchi di consapevolezza: fermarsi, respirare, riconoscere ciò che pesa, porre un limite, ascoltare un’intuizione, distinguere ciò che nutre da ciò che consuma.

Sono gesti semplici, ma non superficiali. Perché spesso è proprio nei gesti minimi che iniziamo a capire qualcosa di noi.

Molte delle nostre scelte, infatti, non nascono da una piena libertà. A volte reagiamo a vecchie ferite, ad aspettative interiorizzate, a schemi imparati molto presto. A volte diciamo di sì quando vorremmo dire di no. A volte continuiamo a inseguire un ideale di perfezione che ci allontana dal corpo reale, dalla fame reale, dal bisogno reale di cura.

Per i lettori di un blog dedicato ai disturbi alimentari, questo libro può diventare un invito a spostare lo sguardo: dal controllo alla presenza, dalla prestazione all’ascolto, dalla domanda “come dovrei essere?” a quella più profonda “che cosa sta cercando di dirmi questa parte di me?”.

Naturalmente, un libro non sostituisce un percorso terapeutico, medico o nutrizionale quando necessario. Ma può accompagnarlo, o semplicemente aprire uno spazio di riflessione. Può aiutare a tradurre in parole ciò che spesso resta confuso: la stanchezza dell’adattarsi, il peso del giudizio, il bisogno di ritrovare una direzione più propria.

Il libro è strutturato in cinque parti, da “Tornare a sé” ad “Abitare il mondo”, e ogni capitolo si chiude con un gesto pratico per la giornata. Piccoli esercizi non per diventare qualcun altro, ma per smettere, lentamente, di allontanarsi da sé.

Forse il vero lifehacking è proprio questo: non controllare meglio la vita, ma abitarla con più verità. Non fare di più, ma vivere con più presenza. E imparare, un gesto alla volta, a tornare a casa dentro di sé.

Anoressia: l’impatto della mindfulness

Image ©: ha11ok_Pixabay

La meditazione mindfulness è già da tempo un metodo riconosciuto a livello mondiale per affrontare l’Anoressia Nervosa. La sua efficacia nel trattamento clinico della cachessia neurogena (gli stati più gravi di dimagrimento presenti in alcune pazienti affette da AN), tuttavia, non mai era stata studiata fino ad oggi.

Uno studio condotto presso la Kyoto University’s Graduate School of Medicine ha dimostrato che la meditazione mindfulness riduce effettivamente l’ansia associata al peso. I risultati ottenuti mostrano infatti cambiamenti nell’attività delle regioni cerebrali coinvolte nell’ansia. Il programma di meditazione mindfulness proposto nel corso dello studio ha visto una diminuzione significativa dei pensieri ossessivi sull’immagine di sé dei soggetti del test e dell’attività cerebrale associata alle emozioni correlate.

Mindfulness e meditazione vanno di pari passo. La prima insegna ai praticanti ad affinare la consapevolezza dell’esperienza presente e la capacità di non giudicare e accettare le circostanze. La seconda è il mezzo con cui ci si può avvicinare alla mindfulness. “Ci siamo concentrati sulla possibilità che i pazienti con AN cerchino di evitare l’ansia paralizzante per l’aumento di peso e l’immagine di sé limitando il cibo o vomitando”, aggiunge il coautore Masanori Isobe.

Un programma di intervento mindfulness di 4 settimane ha esaminato i cambiamenti neurali utilizzando compiti progettati per indurre l’ansia legata al peso in 22 pazienti. I ricercatori hanno poi regolato l’ansia aiutando i pazienti ad accettare le situazioni e le esperienze attuali al loro valore nominale, invece di evitarle.

I ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (o fMRI) per analizzare la regolazione dell’attenzione in relazione ai disturbi alimentari. I risultati dello studio hanno confermato le impressioni dei ricercatori, nonostante diversi eventi, come la pandemia di Covid-19 e la guerra russo-ucraina, siano stati evidenziati come fattori significativi di aggravamento per le ansie dei pazienti.

 

© Copyright - Anoressia Bulimia | Dr. Fabio Piccini | Medico, Psicoterapeuta e Psicoanalista
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