La solastalgia e l'angoscia per il cibo che muore

La solastalgia e l’angoscia per il cibo che scompare

La solastalgia e l'angoscia per il cibo che muoreImage©: _Marion

In questo articolo voglio parlarvi della solastalgia. Negli ultimi anni, nel mio studio, sento sempre più spesso una parola nuova. Non la dicono mai direttamente, i pazienti. La dipingono. Parlo di quella sensazione di perdita che arriva quando si sfoglia una rivista di cucina e ci si accorge che il grano, il caffè, l’olio d’oliva, il cioccolato – i mattoni del nostro piacere orale – stanno diventando progressivamente rari, minacciati, morenti. Esiste un termine specifico per questa sensazione: “solastalgia.

Coniato dal filosofo Glenn Albrecht, il termine descrive la sofferenza causata dalla trasformazione o distruzione dell’ambiente in cui viviamo mentre lo abitiamo ancora. Non è la nostalgia per un luogo lontano, ma lo struggimento per un luogo che ci si sgretola lentamente, ma inesorabilmente, sotto i piedi. E quando quel luogo è il nostro cibo, per chi ha una storia di disturbi alimentari, la questione diventa esplosiva.

Chi lavora con i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) conosce bene il “rumore di fondo” del controllo. Il tentativo, spesso disperato, di governare il corpo perché non si riesce a governare il mondo esterno. Oggi, quel mondo esterno si sta incaricando di confermare ogni paura.

Elena, 29 anni, anoressica restrittiva in fase di recupero, mi dice: “Dottore, ho passato anni a sentirmi dire che contare le calorie e razionare il cibo era follia. Ora accendo la TV e mi dicono di fare i conti con la CO2 di ogni pasto. Non mangiare carne non è più il mio sintomo, è la salvezza del pianeta. La mia malattia sembra diventata la norma morale”.

Elena descrive la legittimazione del sintomo. L’eco-ansia alimentare offre una copertura etica perfetta al disturbo. Restringere, eliminare categorie di cibo, sentirsi in colpa per il piacere del pasto non è più vissuto come patologia, ma come virtù ecologica. La solastalgia diventa il carburante di un controllo ossessivo che trova finalmente una giustificazione collettiva. Come faccio, come terapeuta, a negoziare la reintroduzione di un alimento “sicuro” per la paziente, se la narrazione globale mi dice che quell’alimento sta uccidendo il pianeta?

C’è un altro fenomeno, più sotterraneo, che ho osservato in alcuni pazienti affetti da binge eating. È una specie di angoscia predittiva che appare nei sogni. “Mangio tutto ora, perché tra vent’anni non ci sarà più niente”. L’abbuffata si colora di una disperazione apocalittica. Il cibo, già oggetto di dipendenza, diventa un bene in via di estinzione da accumulare nel corpo.

Luca, 22 anni, durante una seduta scoppia in lacrime parlando del cacao. “Non è giusto, l’unica cosa che mi calmava davvero, e la stiamo perdendo”. La sua tristezza non era dovuta a un’astrazione climatica; era un lutto personale e anticipatorio. La scomparsa del cioccolato dalla sua dieta futura rappresentava la scomparsa dell’ultima consolazione materna, dolce e accessibile.

Non si tratta di negare la crisi climatica. Si tratta di aiutare i pazienti a distinguere tra un’azione collettiva consapevole e un rituale privato di autopunizione. Perché è esattamente qui che la solastalgia si insinua nelle maglie del disturbo alimentare, offrendo una copertura nobile a ciò che nobile non è: la restrizione che diventa militanza, l’abbuffata che diviene disperazione predittiva, l’ortoressia che si riveste di una nuova identità etica.

Dobbiamo aiutare chi soffre di DCA a tollerare l’incertezza senza rifugiarsi nell’ortoressia verde o nell’edonismo disperato da fine del mondo. Il lavoro terapeutico oggi deve includere questa variabile: come si mangia con consapevolezza ecologica senza ricadere nella trappola del controllo ossessivo? Come si elabora il lutto per un pianeta ferito senza che quel lutto diventi il pretesto perfetto per far rientrare dalla finestra l’anoressia, la bulimia o il binge eating che avevamo cacciato dalla porta?

Perché un pianeta malato si cura con la responsabilità, non con il senso di colpa. E da un disturbo alimentare si guarisce imparando a mangiare in un mondo imperfetto, senza dover essere perfetti né per il proprio corpo né per il pianeta.

 

La trappola psichica dei farmaci GLP-1 usati per dimagrire

La trappola psichica dei farmaci GLP-1

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In questo articolo voglio parlarvi della trappola psichica dei farmaci GLP-1 usati per dimagrire. C’è un silenzio nuovo, nelle mie sedute. Un silenzio che sa di smarrimento e di vittoria vuota. Negli ultimi due anni, un numero crescente di pazienti varca la soglia del mio studio non per parlare del perché mangiano, ma del perché, all’improvviso, non ne hanno più bisogno. Sto parlando, ovviamente, della rivoluzione farmacologica dei GLP-1 (Semaglutide, Tirzepatide e affini), molecole nate per il diabete e oggi diventate il Sacro Graal del dimagrimento.

Come psicoanalista, non mi interessa l’euforia collettiva per la “pancia piatta” garantita dalla puntura settimanale. Mi interessa il contraccolpo psichico. Mi interessa quella sensazione, riportata con un filo di voce dai miei pazienti, di essere stati “derubati di qualcosa”, senza sapere esattamente cosa. Perché il vero labirinto non è nel corpo, ma nella mente che all’improvviso si ritrova senza la sua bussola più antica: la fame.

Dobbiamo intenderci su un punto clinico fondamentale. La fame umana non è quasi mai solo fame; lo abbiamo detto molte volte. È noia, è angoscia, è rabbia inespressa, è vuoto affettivo. Il cibo è il più primitivo degli psicofarmaci, il primo ansiolitico che impariamo a usare da bambini, quando il latte materno calmava ogni disperazione.

I farmaci GLP-1 non si limitano a rallentare lo svuotamento gastrico. Agiscono a livello centrale, sui recettori cerebrali, spegnendo il cosiddetto food noise quel rumore di fondo ossessivo che in molti casi strutturava l’intera giornata. Ma cosa succede quando, insieme al rumore del cibo, si spegne anche il segnale di altri desideri? È questa la trappola di cui voglio parlare.

In quanto, noi non abbiamo un corpo: noi siamo il nostro corpo. L’immagine corporea è una costruzione psichica sedimentata in decenni di esperienze emotive.

Anna, 35 anni, ha lottato con l’obesità dall’adolescenza. Grazie ai GLP-1, oggi indossa una taglia 42. Ma durante le sedute continua a sedersi come se occupasse uno spazio enorme, a scusarsi per la sua presenza, a leggere nei sorrisi degli altri una derisione che non c’è più. “Dottore, mi guardo allo specchio e vedo un’estranea. Mi tocco le ossa delle anche e mi sembrano un errore. Non mi riconosco. Ho quasi voglia di riprendere peso per tornare a sentirmi a casa”.

Questa è la trappola della dismorfofobia . Il farmaco cambia i tessuti in pochi mesi, ma la rappresentazione corticale del corpo è lenta, lentissima. La mente di Anna è rimasta intrappolata nel corpo obeso, un corpo che, per quanto sofferente, era il suo unico rifugio conosciuto. Il grasso, per molti, non è solo un nemico: è una barriera protettiva, un’armatura contro l’intimità, contro le aspettative altrui, contro la sessualità adulta. Togliere quell’armatura con una siringa, senza un lavoro analitico, significa esporre la persona a un’angoscia nuda, senza mediazioni.

Attenzione, non sono un talebano contrario all’uso dei farmaci. Riconosco il potenziale salvavita di queste molecole per chi ha gravi comorbilità metaboliche. Ma come psicoanalista devo sottolineare una verità scomoda: non si può medicalizzare la tristezza a vita senza affrontare il dolore che l’ha generata.

La trappola dei GLP-1 è la promessa di una soluzione biologica a un problema relazionale. Se usiamo il cibo per riempire un buco nero affettivo, e togliamo solo il cibo, il buco nero rimane lì, e risucchierà altro. Alcol, shopping compulsivo, ritiro sociale, o semplicemente un’apatia profonda, grigia, farmaco-resistente.

Il punto non è “smetti la puntura e vai in terapia”. Il punto è: se stai facendo questo percorso, non farlo da solo. La magrezza improvvisa è un trauma positivo, ma pur sempre un trauma. È un lutto per la persona che eri. E ogni lutto, se non elaborato, ti lascia in un limbo: non più grasso, ma non ancora vivo.

La vera sfida non è spegnere la fame. La vera sfida è imparare a tollerare il vuoto senza riempirlo, o trovando qualcosa che abbia davvero un sapore. Non quello del cibo, ma quello della vita.

Nasce la newsletter SempliceMente

Nasce la newsletter SempliceMente

Nasce la newsletter SempliceMenteImage ©: Humpty22

Da questo mese nasce la newsletter SempliceMente. L’obiettivo di questo spazio mensile è esplorare la complessità del funzionamento psichico con rigore clinico e in un linguaggio accessibile. Questa newsletter non è un surrogato di un consulto medico o psicoterapeutico, né un ricettario di soluzioni rapide. È uno strumento di psicoeducazione, pensato per fornire chiavi di lettura su come il nostro organismo elabora l’esperienza.

A volte il corpo parla prima della mente. Il cuore accelera senza un motivo apparente, lo stomaco si chiude, il sonno si fa leggero o la tristezza arriva come una nebbia sottile, senza bussare. Altre volte è la mente a correre da sola, a ripetere scenari che fanno male, a chiedersi “cosa c’è che non va in me?”

Chiunque abbia sfiorato un momento di fragilità psicologica lo sa: il confine tra mente e corpo è un’illusione, e i manuali non bastano mai a raccontare la complessità di ciò che proviamo.

Da questa consapevolezza nasce la nostra newsletter, uno spazio protetto in cui la salute mentale viene raccontata con profondità, calore e rigore scientifico. Non importa se sei un professionista in cerca di chiavi di lettura integrate o una persona che vuole semplicemente capire meglio ciò che le sta accadendo. Qui troverai parole che uniscono, mai che dividono.

Ogni mese esploreremo un tema diverso – ansia, depressione, traumi, disregolazione emotiva, relazioni, perdita, vergogna, resilienza – cercando di rispondere alla domanda che sta sotto a tutte le altre: come funzioniamo quando soffriamo, e cosa può aiutarci davvero?

Parleremo di corpo e mente, di neurobiologia e biografia personale, di interventi terapeutici e piccoli gesti di autoregolazione. Lo faremo rispettando la complessità del dolore psichico, ma senza mai dimenticare che dietro ogni sintomo c’è una persona intera, con la sua storia e la sua capacità – spesso insospettata – di trasformarsi.

Cosa troverai nella newsletter:

  • Un’esplorazione mensile su un tema di salute mentale, scritta per unire uno sguardo clinico a un linguaggio accessibile

  • Spunti di auto-osservazione per chi desidera conoscersi con maggiore gentilezza

  • Un approfondimento dedicato agli operatori della salute mentale, con strumenti e prospettive per una pratica più integrata

Il nostro primo viaggio parte da un’esperienza che molti conoscono: l’ansia, e da un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria – che a volte il corpo anticipa la mente, e che ascoltarlo è già un primo passo per stare meglio. Scarica qui la Newsletter Semplicemente_Numero_1

Ma è solo l’inizio. Perché la salute mentale non è un capitolo che si chiude con una diagnosi. È un territorio vasto, fatto di stagioni diverse, cadute e nuovi equilibri. E attraversarlo insieme è molto più umano che farlo da soli.

Se il primo numero ti è piaciuto, iscriviti ora. E parliamone insieme, ogni mese.

Come usare il lifehacking per tornare a sé stessi

Come usare il lifehacking per tornare a sé stessi

Image ©: Fabio Piccini

Oggi vi parlerò di come usare il lifehacking per tornare a sé stessi. Ci sono momenti in cui la vita sembra chiederci soprattutto di funzionare. Funzionare al lavoro, nelle relazioni, nelle giornate piene, nelle aspettative degli altri. Funzionare anche con il corpo: controllarlo, misurarlo, correggerlo, renderlo adeguato a uno sguardo esterno che spesso diventa più severo del necessario.

Chi conosce la sofferenza legata al cibo, al peso o all’immagine corporea sa quanto questa pressione possa risultare faticosa. A volte non è solo una questione di alimentazione. È come se il corpo diventasse il luogo in cui si depositano ansia, bisogno di controllo, paura di non valere abbastanza, desiderio di essere visti e, insieme, timore di esserlo davvero.

È da questo spazio umano, fragile e complesso, che può essere letto “Tecniche di Lifehacking. 101 gesti per tornare a sé stessi“, il nuovo libro di Fabio Piccini.

Il titolo potrebbe far pensare a un manuale per essere più efficienti, più produttivi, più organizzati. In realtà, il libro va in una direzione diversa. Non invita a fare di più, ma a tornare più presenti. Non propone scorciatoie motivazionali, né soluzioni rapide. Offre, piuttosto, 101 capitoli brevi come piccoli varchi di consapevolezza: fermarsi, respirare, riconoscere ciò che pesa, porre un limite, ascoltare un’intuizione, distinguere ciò che nutre da ciò che consuma.

Sono gesti semplici, ma non superficiali. Perché spesso è proprio nei gesti minimi che iniziamo a capire qualcosa di noi.

Molte delle nostre scelte, infatti, non nascono da una piena libertà. A volte reagiamo a vecchie ferite, ad aspettative interiorizzate, a schemi imparati molto presto. A volte diciamo di sì quando vorremmo dire di no. A volte continuiamo a inseguire un ideale di perfezione che ci allontana dal corpo reale, dalla fame reale, dal bisogno reale di cura.

Per i lettori di un blog dedicato ai disturbi alimentari, questo libro può diventare un invito a spostare lo sguardo: dal controllo alla presenza, dalla prestazione all’ascolto, dalla domanda “come dovrei essere?” a quella più profonda “che cosa sta cercando di dirmi questa parte di me?”.

Naturalmente, un libro non sostituisce un percorso terapeutico, medico o nutrizionale quando necessario. Ma può accompagnarlo, o semplicemente aprire uno spazio di riflessione. Può aiutare a tradurre in parole ciò che spesso resta confuso: la stanchezza dell’adattarsi, il peso del giudizio, il bisogno di ritrovare una direzione più propria.

Il libro è strutturato in cinque parti, da “Tornare a sé” ad “Abitare il mondo”, e ogni capitolo si chiude con un gesto pratico per la giornata. Piccoli esercizi non per diventare qualcun altro, ma per smettere, lentamente, di allontanarsi da sé.

Forse il vero lifehacking è proprio questo: non controllare meglio la vita, ma abitarla con più verità. Non fare di più, ma vivere con più presenza. E imparare, un gesto alla volta, a tornare a casa dentro di sé.

Metodo Caviardage e DCA: curare l'anima con la poesia

Metodo Caviardage e DCA: curare l’anima con la poesia

Metodo Caviardage e DCA: curare l'anima con la poesiaImage ©: Tina Festa

In questo post voglio parlarvi del Metodo Caviardage e di come curare l’anima attraverso la poesia. C’è una verità dolorosa che emerge ogni giorno nel mio studio: le parole, per chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare, spesso non riescono a uscire. Si fermano in gola, proprio come quel boccone che non si riesce a mandare giù.

Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni di pratica clinica e di ascolto analitico, è proprio questa: l’anoressia, la bulimia, il binge eating non sono mai “questioni di cibo”. Sono urla silenziose. Sono tentativi disperati del corpo di dire ciò che l’anima non riesce nemmeno a sussurrare.

Quante volte, in seduta, ho chiesto: “Come ti senti? Cosa provi quando guardi il tuo corpo?” E quante volte mi sono trovato di fronte al terrore del foglio bianco. Non per mancanza di emozioni – anzi, ce ne sono troppe – ma per l’impossibilità di tradurle in parole.

L’angoscia della prestazione, la paura di non trovare i termini “giusti”, l’incapacità di dipanare un groviglio emotivo troppo denso: tutto questo blocca la narrazione. E allora la domanda diventa: come possiamo dare voce a chi sente di averla perduta, senza forzarlo a costruire un racconto dal nulla?

È qui che entra in scena uno strumento terapeutico che trovo profondamente affascinante, quasi alchemico: il Metodo Caviardage, ideato dall’insegnante e arteterapeuta italiana Tina Festa. Il principio è rivoluzionario nella sua semplicità: non si tratta di scrivere, ma di svelare.

Ecco come funziona nella pratica:

  1. Si prende una pagina di un libro da macero, un testo già scritto
  2. Ci si mette in ascolto, senza giudicare
  3. Si lasciano emergere le parole che “chiamano” la nostra attenzione
  4. Tutto il resto viene oscurato, annerito, trasformato in opera d’arte visiva

Invece di dover produrre un testo – un atto che spesso genera la stessa ansia performativa che si proietta sul cibo o sul peso – la persona sceglie cosa far emergere e cosa nascondere. Da un mare caotico di parole, ne emergono due, tre, forse una frase intera. È una poesia nascosta che aspettava soltanto di essere liberata. In termini junghiani, è l’inconscio che pesca esattamente il simbolo di cui ha bisogno in quel preciso momento. Nessuna forzatura. Solo ascolto.

Chi combatte contro un disturbo alimentare conosce bene quella voce interiore che non riposa mai: il “Giudice Interiore”, un’istanza psichica che svaluta, critica, punisce. Una voce che dice: “Non sei abbastanza”, “Hai sbagliato tutto”, “Non meriti”. Il Caviardage aggira magicamente questo giudice, perché non c’è nulla da creare “bene” o “male”. Le parole sono già lì. Tu le scegli. Punto.

Annerendo le parole che non servono, non stiamo distruggendo: stiamo dando dignità al buio, all’Ombra. Nei DCA c’è una feroce tendenza al perfezionismo. Il Caviardage, invece, ci insegna che la bellezza – e la cura – possono nascere da una pagina strappata, sporca d’inchiostro, imperfetta. Che potente antidoto al bisogno di controllo assoluto!

Mentre il sintomo alimentare si concentra ossessivamente sul controllo del corpo, annerire una pagina sposta l’energia vitale verso la creatività. La metafora è potente: la persona non deve “mettere dentro” parole nuove (come il cibo che spaventa), ma solo “digerire” e conservare quelle già presenti sulla pagina. È un nutrimento emotivo caldo, autentico, che non passa attraverso il canale – ormai traumatizzato – del corpo e del cibo.

La guarigione da un disturbo alimentare non è un percorso lineare. È un viaggio eroico per ritrovare frammenti della propria identità sparsi lungo il cammino, spesso sepolti sotto anni di controllo, vergogna, silenzio. Il Caviardage ci ricorda una verità fondamentale: le risorse per guarire sono già scritte dentro di noi. Dobbiamo solo permetterci di farle emergere, oscurando il rumore di fondo.

Se, mentre leggi queste parole, senti una risonanza dentro di te, ti invito a fare una prova. Non serve essere “bravi”. Non serve essere “pronti”. Serve solo un po’ di curiosità. Ecco cosa fare:

  1. Prendi un vecchio libro che non usi più (anche una rivista va bene)
  2. Strappa una pagina – sì, davvero, strappala
  3. Non leggerla razionalmente
  4. Lascia che i tuoi occhi scivolino sulle righe come acqua
  5. Cerchia solo le parole che ti risuonano dentro, oggi, in questo preciso istante
  6. Prendi un pennarello nero e annerisci tutto il resto
  7. Osserva cosa emerge

Ora chiediti: Cosa ha da dirti la tua anima? A volte, la poesia più bella è quella che segna l’inizio della guarigione. E a volte, quella poesia era già dentro di noi. Serviva solo qualcuno che ci aiutasse a vederla.

Come riconoscere le personalità disturbate

Come riconoscere le personalità gravemente disturbate

Come riconoscere le personalità disturbateImage ©:  Geralt

Oggi vi parlerò di come riconoscere le personalità gravemente disturbate, auspicabilmente, prima di coinvolgercisi affettivamente. Quando si soffre, infatti, si diventa spesso più sensibili ai segnali dell’altro, ma non sempre più protette. Anzi: nei momenti di fragilità può accadere qualcosa di molto umano e molto rischioso insieme — scambiare per intensità ciò che, in realtà, è controllo; scambiare per fascino ciò che, col tempo, si rivela instabilità profonda; scambiare per “amore che travolge” una relazione che, lentamente, svuota.

Per questo è importante imparare a riconoscere alcune personalità gravemente disturbate, non per giudicare o etichettare, bensì per proteggere la propria salute emotiva. Chi lotta con un disturbo alimentare, o ne porta ancora le ferite, spesso conosce bene il linguaggio della mancanza, del bisogno di approvazione, della paura di non bastare. Ed è proprio su questi punti delicati che certe personalità possono agganciarsi con estrema facilità.

Non sempre si presentano come persone apertamente aggressive o “pericolose”. A volte, all’inizio, sono magnetiche. Possono apparire seducenti, intense, sicure di sé, capaci di farti sentire vista come non mai. Ti leggono in fretta, capiscono cosa desideri sentirti dire, sembrano offrirti esattamente ciò che ti è mancato. Ma ben presto qualcosa cambia: ciò che inizialmente sembrava vicinanza diventa invasione; ciò che pareva protezione diventa possesso; ciò che sembrava passione si trasforma in altalena.

Uno dei segnali più importanti è la confusione che lasciano dentro di te. Dopo averli incontrati, invece di sentirti più salda, ti senti ancora più incerta. Inizi a dubitare delle tue percezioni, a chiederti se stai esagerando, se sei “troppo sensibile”, se hai capito male. Le relazioni emotivamente sane non ti fanno vivere in uno stato costante di allarme. Non ti costringono a camminare sulle uova. Non ti fanno sentire sempre in difetto.

Un altro segnale è la rapidità con cui tutto accelera. Confidenze immediate, promesse premature, bisogno di esclusività, richieste implicite di centralità assoluta. Quando una persona vuole entrare troppo in fretta nella tua vita, non sempre sta amando: talvolta sta occupando spazio. E quando non tollera frustrazioni, limiti o attese, può reagire con freddezza improvvisa, rabbia, sparizioni punitive o svalutazioni dolorose.

Le personalità più disturbate spesso faticano profondamente a riconoscere l’esistenza emotiva dell’altro. L’altro non è davvero un soggetto da incontrare, ma piuttosto uno specchio da usare, una funzione da trattenere, una presenza da controllare. Così, i tuoi bisogni diventano fastidiosi, i tuoi confini sembrano offese, il tuo “no” viene vissuto come tradimento. E piano piano ti ritrovi a restringerti per non disturbare, a spiegarti troppo, a perdonare troppo, a perdere contatto con te stessa.

C’è poi un dettaglio prezioso da ascoltare: come ti senti nel corpo. Il corpo spesso capisce prima della mente. Tensione, insonnia, nodo allo stomaco, fame che scompare o esplode, bisogno di controllarti di più: a volte il corpo segnala che la relazione sta toccando ferite profonde e le sta aggravando. Per chi ha una storia di disturbo alimentare, questo è un campanello da non ignorare mai.

Riconoscere le personalità gravemente disturbate non significa diagnosticare. Significa osservare, ma anche attribuire valore ai segnali ripetuti, non alle giustificazioni. E, infine, ricordare che non tutto ciò che è intenso è amore, e non tutto ciò che ti sceglie ti fa bene.

Anche di questo parlano gli articoli precedenti: della vulnerabilità affettiva, del bisogno di essere viste, del sottile confine tra il desiderio d’amore e il rischio di perdersi. Rileggerli può aiutarti a ricomporre il filo. Perché scegliere chi ci sta accanto non è un dettaglio del percorso di cura: ne è una parte essenziale. E imparare a proteggersi, a volte, è una forma profondissima di guarigione.

Il telefono prevede le abbuffate? Segnali e micro-aiuti

“Il tuo telefono sa quando stai per crollare?”: segnali precoci e micro-interventi anti-abbuffata

Il telefono prevede le abbuffate? Segnali e micro-aiutiImage ©: Nika_Akin

Il telefono prevede le abbuffate? Quando ti chiedi “Il mio telefono sa quando sto per crollare?”, suona quasi inquietante. Come se ci fosse un occhio che ti spia e ti anticipa. Ma l’idea utile è più semplice – e più umana: non è magia né “controllo”. È imparare a riconoscere quei minuti (e spesso quelle ore) in cui la vulnerabilità sale, prima che parli il sintomo. Il telefono, più che sapere, può aiutarti a vedere una sequenza che, da dentro, sembra nebbia.

La scena è spesso questa: “Non so perché sia successo, mi sono ritrovata in cucina”. Non c’è un “decido”, c’è un trascinamento. Prima c’è stanchezza, o una tensione addosso come un cappotto troppo pesante, o un vuoto difficile da nominare. Poi il gesto automatico: aprire l’armadio e cercare qualcosa che non sia solo cibo. È tregua. È silenzio. È un interruttore che spegne il rumore per qualche minuto.

Eppure, quasi mai l’abbuffata nasce davvero in cucina. Di solito cresce prima, come una marea, perché si incastrano tre pezzi. Il primo pezzo è rappresentato dai trigger emotivi: ansia, vergogna, rabbia, solitudine, frustrazione, la sensazione di essere “in difetto” con il mondo. Il secondo è la fisiologia: sonno corto o frammentato, stress che non molla, fame reale non ascoltata, energia che cala e lascia il cervello senza carburante per scegliere. Il terzo è il contesto: isolamento, frizioni, routine che salta, giornate senza pause, casa che diventa l’unico confine. Quando questi tre fattori si allineano, la soglia di tolleranza si abbassa e l’automatismo diventa più probabile. Non perché tu sia “debole”, ma perché il sistema nervoso cerca una via rapida per regolare un sovraccarico.

Qui entrano in gioco i segnali deboli: piccoli cambiamenti che sembrano innocui, ma che – messi insieme – raccontano molto. Una notte spezzata, un risveglio già in affanno. L’iperconnessione: un’ora di scroll che non ti dà niente, eppure non riesci a smettere. L’evitamento sociale: rimandi le risposte, cancelli un piano, ti dici “non ho voglia di nessuno” e, intanto, ti chiudi ancora di più. E poi la rigidità alimentare, travestita da disciplina: “salto pranzo per recuperare”, “oggi devo essere brava”. Sono frasi che suonano ragionevoli finché non diventano la miccia.

Il telefono non fa diagnosi, ma registra tracce indirette: ore di sonno, picchi di utilizzo, giornate più sedentarie, conversazioni che si diradano. Letti nel modo sbagliato, questi dati diventano un tribunale. Letti nel modo giusto, diventano un semaforo: non “sei sbagliata”, ma “oggi sei più esposta”. E quando sei più esposta, non ti serve un discorso motivazionale. Ti serve un microintervento reale, breve e fattibile: qualcosa che non chieda eroismo, perché nei momenti critici l’eroismo è il primo a saltare.

Immagina quel bivio: senti il richiamo della cucina e, insieme, una parte di te che vorrebbe fermarsi. In quel punto, anche novanta secondi possono cambiare la traiettoria. Novanta secondi di respiro lento, con una mano sul torace o sull’addome, non per “calmarti perfettamente”, ma per interrompere l’automatismo e far rientrare un filo di scelta nel corpo. Subito dopo, aiuta avere una frase già pronta, decisa prima: un piano “se–allora”. Se mi accorgo che sto andando verso il cibo senza fame, faccio tre mosse semplici: bevo qualcosa, respiro e mi sposto fisicamente in un’altra stanza. Il cambio di ambiente funziona perché il corpo capisce i confini prima della mente: una doccia veloce, due minuti sul balcone, anche solo sedersi sul letto con una coperta può spezzare la scena.

Un altro microintervento potente è il contatto umano, anche minimo. Non devi spiegare tutto né confessare. Ti serve un “ponte”: un vocale di venti secondi, un messaggio che dica: “oggi sono fragile, mi fai compagnia un attimo?”. L’isolamento è benzina; un piccolo gesto relazionale può spegnerla. E poi c’è lo snack di prevenzione, spesso frainteso: se hai saltato un pasto o sei arrivata a sera in deficit, il cervello diventa più estremo (o controllo totale o crollo totale). Uno snack semplice e regolare non è “cedere”: è manutenzione, è stabilizzare prima dell’urgenza.

Certo, esistono rischi e limiti. La privacy: non tutto va tracciato né condiviso. E soprattutto il perfezionismo: trasformare i dati in pagella (“ho dormito male, quindi oggi sarà un disastro”) aumenta l’ansia e la rigidità, cioè esattamente il terreno che prepara il sintomo. La regola d’oro è questa: i segnali servono a una cura preventiva, non a una punizione retroattiva. Se la notte è stata corta, la conclusione non è “devo essere più brava”, ma “oggi mi serve più regolarità, più gentilezza, meno pretese”.

Penso a Martina, 27 anni, BED “a ondate”. Le sue abbuffate sembravano arrivare dal nulla, poi la sequenza è diventata chiara: notti corte, un litigio o una frizione, e il salto del pranzo “per recuperare”. Dopo quel trio, l’onda arrivava quasi sempre. Il lavoro non è stato “impedire” con la forza, ma costruire due se–allora: uno corporeo (se dormo poco, allora pranzo vero anche minimo e snack-ponte) e uno relazionale (se mi chiudo dopo una frizione, allora mando un messaggio-ponte). Piccole mosse, ma ripetibili. E quando sono ripetibili, diventano affidabili.

Alla fine, la verità è semplicemente questa: il sintomo raramente è improvviso. Spesso è preceduto da una sequenza. Il target non è “controllarmi”, ma “prendermi prima”. E a volte basta una manovra minuscola – somatica o ambientale – per cambiare l’esito: non perché ti trasformi in una macchina ordinata, ma perché ti riporti, anche solo di poco, dalla parte della cura.

 

DCA e gaslighting nella relazione di coppia

DCA e gaslighting nella relazione di coppia

Image©:artbykleitonDCA e gaslighting nella relazione di coppia

Oggi vi parlerò di DCA e gaslighting nella relazione di coppia. Se sei affetta da un disturbo del comportamento alimentare e sei in una relazione di coppia, potresti aver sentito frasi che all’apparenza sembrano “normali”, ma dentro ti lasciano confusa, colpevole, svuotata. Tipo: “Dai, non è successo niente.” “Te la stai inventando.” “Sei troppo sensibile.” “Stai soltanto facendo un dramma.” “Non hai davvero fame, è ansia.” “Non sei ‘così magra’, smettila.” “E vai pure in psicoterapia!” Ecco: questi sono tutti esempi del cosiddetto gaslighting.

Gaslighting significa una cosa precisa: una dinamica in cui l’altra persona mette ripetutamente in dubbio la tua percezione della realtà (pensieri, emozioni, ricordi, segnali del corpo), fino a farti pensare che il problema sei tu. Non è “una litigata”, né “un’opinione diversa”. È una distorsione sistematica dei tuoi vissuti: tu porti un’esperienza (“mi sento in ansia quando commenti il mio piatto”) e l’altra persona la riscrive (“sei tu che esageri, io scherzo”).

Nelle relazioni di coppia, il gaslighting è particolarmente potente perché si appoggia su due leve: la fiducia e l’intimità. Quando la persona che ami ti dice che stai sbagliando a sentire ciò che senti, spesso ci credi più facilmente che non se te lo dice uno sconosciuto. Ma perché chi soffre di un DCA è più esposta al gaslighting?

La risposta è semplice. Un DCA è come una lente deformante: “non fidarti della fame”, “non fidarti dello specchio”, “non fidarti delle emozioni”. Se questa base è già instabile, quando il partner aggiunge: “Sei paranoica, te lo inventi”, il dubbio si duplica. È come se ti togliessero anche l’ultima bussola.

Molte pazienti temono di essere “troppo poco”, “un peso”, “difettose”. In coppia questo può tradursi in: non dire, non chiedere, non disturbare. E il gaslighting funziona benissimo quando tu ti senti in debito o in colpa anche solo per il fatto di avere dei bisogni.

Nel nostro mondo è socialmente accettato che il partner commenti il corpo, il cibo, il peso e l’attività fisica. “Lo dico per motivarti.” “È per la tua salute.” Peccato che, in un DCA, questi commenti, anziché motivare, inneschino strategie di controllo, ansia, restrizioni, abbuffate, purging. Se poi lo fai notare e ti rispondono “sei tu che la vivi male” (ed ecco di nuovo il gaslighting).

Come si manifesta il gaslighting nella coppia quando c’è un DCA? Qui entriamo nel concreto: “gaslighting” è una parola grande, ma nella vita quotidiana assume facce specifiche.

Minimizzazione

Tu: “Quando dici che dovrei dimagrire mi si accende il DCA.”
Partner: “Ma figurati, era una battuta. Esageri sempre.”

Messaggio implicito: la tua esperienza non vale.

Ribaltamento

Tu: “Mi mette ansia se controlli cosa mangio.”
Partner: “Lo faccio perché sei fuori controllo. Se ti arrabbi, è perché hai qualcosa da nascondere.”

Messaggio implicito: se protesti, sei colpevole.

Negazione

Tu: “Ieri mi hai detto che sembravo gonfiə e che dovevo stare attentə.”
Partner: “Mai detto. Ti inventi sempre tutto.”

Messaggio implicito: non fidarti della tua memoria.

Colpevolizzazione

“Ti butto via questi cibi, ti fanno male.”
“Se mi amassi davvero, mangeresti meglio.”
“Se non cambi, non so se posso restare con te.”

Qui la cura diventa ricatto. E il ricatto diventa un acceleratore del DCA.

Isolamento

“Il tuo terapeuta ti mette contro di me.”
“Le tue amiche ti influenzano.”
“Quel centro DCA ti fa credere di essere malata.”

Messaggio implicito: non ascoltare chi ti dà strumenti, ascolta solo me.

In coppia si litiga, certo. E può capitare che qualcuno dica una frase infelice. Il gaslighting però è un pattern relazionale, non un episodio: si ripete, ti confonde, ti fa dubitare di te, e spesso porta a una relazione dove tu cammini sulle uova.

Un indicatore pratico: dopo averne parlato, ti senti più chiara o più confusa di prima? Se la relazione ti lascia sistematicamente confusa, in colpa e con la sensazione di essere “sbagliata” anche quando poni confini, vale la pena prenderla molto sul serio. Ma come puoi proteggerti da queste situazioni?

Ecco alcune frasi da tenere in mente e utilizzare con il partner per uscire dalla trappola del gaslighting. Tutte condividono lo stesso concetto: “Posso discuterne ma non posso essere smentita perché questo è ciò che sento”.

  • Non sto discutendo se provo questo: lo provo.”

  • “Possiamo parlare del fatto senza dirmi che me lo invento?”

  • “Se quando ti dico una mia sensazione minimizzi, la conversazione si ferma.”

  • “I commenti sul corpo e sul cibo non vanno bene per me.”

E se hai dei dubbi, fai un reality check con un terapeuta esperto in terapia dei DCA, un gruppo di autoaiuto o un’amica fidata. Il punto non è “mettere il partner in cattiva luce”, ma evitare che la tua realtà venga riscritta. Nelle coppie con DCA, spesso serve una regola base: niente commenti su peso, porzioni, “sgarri”, addominali, bilancia. Anche se “positivi”. Anche “che bella, sei dimagrita” può innescare il disturbo. Quando il partner non ascolta, ridicolizza, ti isola o ti ricatta, non è più “mancanza di sensibilità”: è una dinamica potenzialmente abusante. In quel caso, il supporto professionale e una rete esterna diventano fondamentali.

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremoImage©: eduardoonef

In questo post vi parlerò dei disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo. Parleremo, cioè di quando disciplina e performance divengono coperture di fragilità psicologiche.

C’è una frase che sento spesso in studio (e che leggo ovunque nel mondo del fitness): “Non è ossessione, è disciplina.” Ecco il problema: in alcuni contesti sportivi la linea tra disciplina sana e comportamento disfunzionale non è una riga sottile… è una nebbia fitta, piena di applausi, “like”, complimenti e medaglie. È facile confondere il controllo con la forza, la rigidità con la determinazione, la restrizione con la “pulizia”.

Negli atleti e nel fitness estremo, i disturbi alimentari possono mimetizzarsi alla perfezione: allenamenti impeccabili, nutrizione “perfetta”, zero sgarri, focus totale sul corpo. Il punto è che non sempre dietro c’è benessere. A volte c’è ansia, paura, vergogna e un bisogno di sentirsi “abbastanza” che passa solo attraverso il corpo.

C’è una cosa che vedo spesso: la disciplina smette di essere uno strumento e diventa un’etichetta. “IO sono disciplinato/a.” E quando la disciplina è un’etichetta, ogni deviazione diventa una minaccia: se sgarro, se riposo, se mangio qualcosa “fuori piano”… non sto solo cambiando abitudine. Sto mettendo in discussione chi sono.

È qui che la maschera della forza si incolla al viso.

  • “Non mangio quella roba perché voglio stare bene.” (ma sotto c’è ansia e controllo)

  • “Non salto allenamenti perché ho obiettivi.” (ma sotto c’è colpa e panico)

  • “Mi piace la routine.” (ma sotto c’è terrore del caos)

E la cosa più subdola? L’ambiente spesso rinforza tutto: più sei rigido/a, più ti dicono che sei un esempio. Nel frattempo, magari ti senti sempre più stanco/a, più irritabile, più solo/a… però “hey, che disciplina!”. Facciamo qualche esempio.

L’ortoressia, detta semplice, è quando la ricerca del “sano” diventa così rigida da rubarti la vita. Non è “mi piace mangiare bene”. È: “Se non mangio perfetto, mi sento sporco, in colpa, agitato”. Di solito non parte con drammi. Parte con una lista: togli questo, poi anche quello, poi “solo se è bio”, poi “solo se lo preparo io”. E piano piano lo spazio si restringe.

Segnali che non sono solo “stile di vita”, in quanto: pensi al cibo (e alle regole) più di quanto vorresti ammettere; mangiare fuori diventa stressante, non più divertente; ti senti moralmente migliore o peggiore in base a cosa mangi e, se “sgarri”, scatta il bisogno di compensare (più cardio, meno pasti, digiuni “riparatori”). E attenzione: nel fitness questo è facilissimo da mascherare, perché è tutto presentabile. Sembra autocontrollo. Ma se ti toglie la serenità, non è controllo: è prigionia.

La bigoressia (o dismorfia muscolare) è una roba che spesso non viene presa sul serio, soprattutto negli uomini, perché “vabbè, si allena, che sarà mai?”. In realtà è una sofferenza vera: puoi essere già super muscoloso e continuare a vederti “piccolo”, “scarico”, “non definito”. E allora cosa fai? Stringi ancora di più.

Segnali tipici della bigoressia sono che ti alleni anche quando sei distrutto o infortunato (perché fermarti è impensabile), controlli continuamente foto, specchio, pump e misure, la tua vita sociale si adatta agli allenamenti, non il contrario, e ti senti ok solo quando sei “in controllo” (ma il controllo dura poco). Qui la performance diventa un anestetico: ti calma per un attimo, ma poi torna l’ansia. E per stare zitto quel rumore interno, alzi il volume di allenamento e rigidità.

Infine, c’è la RED-S, acronimo di Relative Energy Deficiency in Sport. In pratica: introduci meno energia di quella che consumi e il corpo, che non è scemo, inizia a risparmiare dove può. Il prezzo lo paghi con il recupero, l’umore, gli ormoni, le ossa e l’immunità. E spesso te ne accorgi tardi, perché all’inizio magari “dimagrisci e vai forte”, quindi ti convinci che stia funzionando.

Poi arrivano cose come una stanchezza che non passa mai, infortuni ricorrenti o strani dolorini che non guariscono, irritabilità, sonno sballato e calo della libido, performance che crollano “senza motivo” e, nelle donne,  il ciclo che salta o cambia (ma anche negli uomini ci sono segnali ormonali e di energia). Se ti sembra che il corpo stia diventando un nemico “pigro”, a volte non è pigrizia: è sovraccarico.

Qui da terapeuta ti direi una cosa semplice: non mi interessa se la tua dieta è “pulita” o se ti alleni 6 volte a settimana. Mi interessa cosa ti succede dentro se non lo fai. Se riposi e ti sale l’ansia.
Se mangi qualcosa fuori piano e ti senti in colpa. Se salti un allenamento e ti sembra di valere meno. Quelli sono tutti campanelli. E non sono “mancanza di disciplina”: spesso sono segnali di un rapporto complesso tra controllo, autostima e paura.

La disciplina sana ha una caratteristica: sa essere flessibile. Quella tossica, invece, ha sempre lo stesso tono: “devi”.

 

Anoressia a 60 anni

Anoressia a 60 anni: il tabù invisibile

Anoressia a 60 anniImage©: congerdesign

In questo post voglio parlarvi dei disturbi alimentari nella terza età. Quando pensiamo all’anoressia, l’immagine che ci viene in mente è quasi sempre la stessa: un’adolescente, magari perfezionista, alle prese con il proprio corpo che cambia. Quasi mai ci immaginiamo una donna di 60 anni o un uomo di 65 che, all’improvviso, iniziano a mangiare sempre meno, a dimagrire in modo allarmante e a sviluppare una vera e propria ossessione per il controllo del cibo.

Eppure succede. Non è la norma, ma è un fenomeno in crescita e, soprattutto, è quasi totalmente invisibile. In questo post voglio accompagnarti a capire perché l’anoressia può esordire – o riacutizzarsi – nella terza età, quali sono i fattori di rischio più frequenti e cosa possiamo fare, come familiari, come professionisti, o come persone direttamente coinvolte – per rompere il tabù e chiedere aiuto.

Chi arriva nel mio studio a 60, 65 o 70 anni con un disturbo alimentare quasi sempre inizia dicendo: “Mi vergogno un po’ a parlarne…mi sento ridicola, lo so che queste sono cose da ragazzine.” E questo è il primo grande ostacolo: l’idea che, dopo una certa età, non si “abbia diritto” a stare male in questo modo. Il risultato? Si sottovalutano i sintomi, si attribuisce tutto alla menopausa, all’andropausa, al metabolismo, allo stress, ai “capricci” della persona anziana.

In realtà, dietro a un’anoressia a 60 anni troviamo spesso una trama psicologica molto complessa, in cui il cibo è solo la punta dell’iceberg. Ma perché l’anoressia può comparire dopo i sessant’anni?

Molte storie iniziano con un lutto: la morte del partner, di un fratello, di un’amica con cui si condivideva tutto. Il dolore del lutto può intaccare profondamente l’appetito (all’inizio può essere “solo” inappetenza), alterare il ritmo sonno–veglia e la percezione del tempo e creare un senso di vuoto e di perdita di significato.

In alcuni casi, il controllo del cibo diventa una risposta al caos interno: “Non posso controllare la morte, l’assenza, l’invecchiamento… ma posso controllare quello che mangio”. Questa dinamica, se si struttura, può assumere tutte le caratteristiche di un disturbo alimentare vero e proprio.

La terza età porta con sé una serie di cambiamenti non negoziabili, tra cui: il pensionamento e il cambiamento di ruolo sociale, figli che vanno via o costruiscono altre famiglie, la riduzione delle energie fisiche, una maggiore dipendenza dagli altri in alcune attività.

Per alcune persone, quelle dalle strutture di personalità più rigide, tutto questo è vissuto come una drammatica perdita di controllo. Restrizione alimentare, calcolo delle calorie, rituali rigidi intorno ai pasti possono diventare un modo – malsano ma potente – per sentire di avere ancora un “punto fermo”: il proprio corpo.

La solitudine è un fattore di rischio sottostimato. Pasti consumati da soli, nessuno che osserva davvero i cambiamenti di peso, nessuno che dice “mi preoccupi”. In queste condizioni, un disturbo alimentare può crescere quasi indisturbato.

Alcune persone iniziano a “non avere voglia di cucinare solo per me”, saltano un pasto, poi due, e riducono le porzioni… Altre, al contrario, sviluppano rituali estremamente rigidi come unico modo per tenere insieme le giornate. Dietro la rigidità, spesso, c’è un senso profondo di vuoto.

L’idea che “dopo una certa età l’aspetto non conta più” è una fantasia confortante, ma poco realistica. Menopausa e andropausa portano:

  • Cambiamenti nella distribuzione del grasso corporeo

  • Variazioni del tono muscolare

  • Vampate, insonnia, irritabilità, calo del desiderio sessuale

Questi cambiamenti possono riattivare vecchie insicurezze o aprire un capitolo mai affrontato con il proprio corpo. Alcune persone reagiscono con una rigida dieta, un esercizio fisico compulsivo o una restrizione estrema per “non lasciarsi andare”. In altri casi, l’anoressia dell’anziano rappresenta un tentativo di fermarsi nel tempo, di opporsi alla percezione dell’invecchiamento.

Quali sono i segnali d’allarme? Non è normale che:

  • Una persona perda peso in modo rapido e importante “senza motivo”

  • Ci sia un’ossessione crescente per diete, calorie, cibi “puri” o “spazzatura”

  • Si evitino pranzi e cene sociali con scuse sempre diverse

  • Si neghi il problema nonostante gli allarmi di medici e familiari

  • La bilancia diventi un rituale quotidiano carico di ansia

Spesso chi è intorno pensa: “È solo invecchiamento”, oppure  “Finalmente mangia meno, così dimagrisce”, o magari  “È il metabolismo che cambia”. Questa minimizzazione è pericolosa. A 60 anni, una forte restrizione alimentare può avere effetti fisici molto più rapidi e gravi rispetto a quelli di un’adolescente: rischio di osteoporosi, scompensi cardiaci, cadute, indebolimento generale.

Ma se ti riconosci in queste righe, non sei “ridicolo/a”, non sei “troppo grande” per soffrire di un disturbo alimentare. Il dolore non ha età, e neanche il diritto alla cura. Parlane con il tuo medico di base, senza vergogna: è spesso il primo alleato, oppure cerca un medico psicoterapeuta esperto in disturbi alimentari, specificando l’età e le tue condizioni fisiche. Quasi certamente costoro coinvolgeranno nel trattamento anche un nutrizionista o un medico internista con esperienza in disturbi alimentari e in età avanzata.

Chiedere aiuto non significa “fallire”, ma smettere di combattere da solo una guerra logorante.

© Copyright - Anoressia Bulimia | Dr. Fabio Piccini | Medico, Psicoterapeuta e Psicoanalista
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