Metodo Caviardage e DCA: curare l'anima con la poesia

Metodo Caviardage e DCA: curare l’anima con la poesia

Metodo Caviardage e DCA: curare l'anima con la poesiaImage ©: Tina Festa.

In questo post voglio parlarvi del Metodo Caviardage e di come curare l’anima attraverso la poesia. C’è una verità dolorosa che emerge ogni giorno nel mio studio: le parole, per chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare, spesso non riescono a uscire. Si fermano in gola, proprio come quel boccone che non si riesce a mandare giù.

Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni di pratica clinica e di ascolto analitico, è proprio questa: l’anoressia, la bulimia, il binge eating non sono mai “questioni di cibo”. Sono urla silenziose. Sono tentativi disperati del corpo di dire ciò che l’anima non riesce nemmeno a sussurrare.

Quante volte, in seduta, ho chiesto: “Come ti senti? Cosa provi quando guardi il tuo corpo?” E quante volte mi sono trovato di fronte al terrore del foglio bianco. Non per mancanza di emozioni – anzi, ce ne sono troppe – ma per l’impossibilità di tradurle in parole.

L’angoscia della prestazione, la paura di non trovare i termini “giusti”, l’incapacità di dipanare un groviglio emotivo troppo denso: tutto questo blocca la narrazione. E allora la domanda diventa: come possiamo dare voce a chi sente di averla perduta, senza forzarlo a costruire un racconto dal nulla?

È qui che entra in scena uno strumento terapeutico che trovo profondamente affascinante, quasi alchemico: il Metodo Caviardage, ideato dall’insegnante e arteterapeuta italiana Tina Festa. Il principio è rivoluzionario nella sua semplicità: non si tratta di scrivere, ma di svelare.

Ecco come funziona nella pratica:

  1. Si prende una pagina di un libro da macero, un testo già scritto
  2. Ci si mette in ascolto, senza giudicare
  3. Si lasciano emergere le parole che “chiamano” la nostra attenzione
  4. Tutto il resto viene oscurato, annerito, trasformato in opera d’arte visiva

Invece di dover produrre un testo – un atto che spesso genera la stessa ansia performativa che si proietta sul cibo o sul peso – la persona sceglie cosa far emergere e cosa nascondere. Da un mare caotico di parole, ne emergono due, tre, forse una frase intera. È una poesia nascosta che aspettava soltanto di essere liberata. In termini junghiani, è l’inconscio che pesca esattamente il simbolo di cui ha bisogno in quel preciso momento. Nessuna forzatura. Solo ascolto.

Chi combatte contro un disturbo alimentare conosce bene quella voce interiore che non riposa mai: il “Giudice Interiore”, un’istanza psichica che svaluta, critica, punisce. Una voce che dice: “Non sei abbastanza”, “Hai sbagliato tutto”, “Non meriti”. Il Caviardage aggira magicamente questo giudice, perché non c’è nulla da creare “bene” o “male”. Le parole sono già lì. Tu le scegli. Punto.

Annerendo le parole che non servono, non stiamo distruggendo: stiamo dando dignità al buio, all’Ombra. Nei DCA c’è una feroce tendenza al perfezionismo. Il Caviardage, invece, ci insegna che la bellezza – e la cura – possono nascere da una pagina strappata, sporca d’inchiostro, imperfetta. Che potente antidoto al bisogno di controllo assoluto!

Mentre il sintomo alimentare si concentra ossessivamente sul controllo del corpo, annerire una pagina sposta l’energia vitale verso la creatività. La metafora è potente: la persona non deve “mettere dentro” parole nuove (come il cibo che spaventa), ma solo “digerire” e conservare quelle già presenti sulla pagina. È un nutrimento emotivo caldo, autentico, che non passa attraverso il canale – ormai traumatizzato – del corpo e del cibo.

La guarigione da un disturbo alimentare non è un percorso lineare. È un viaggio eroico per ritrovare frammenti della propria identità sparsi lungo il cammino, spesso sepolti sotto anni di controllo, vergogna, silenzio. Il Caviardage ci ricorda una verità fondamentale: le risorse per guarire sono già scritte dentro di noi. Dobbiamo solo permetterci di farle emergere, oscurando il rumore di fondo.

Se, mentre leggi queste parole, senti una risonanza dentro di te, ti invito a fare una prova. Non serve essere “bravi”. Non serve essere “pronti”. Serve solo un po’ di curiosità. Ecco cosa fare:

  1. Prendi un vecchio libro che non usi più (anche una rivista va bene)
  2. Strappa una pagina – sì, davvero, strappala
  3. Non leggerla razionalmente
  4. Lascia che i tuoi occhi scivolino sulle righe come acqua
  5. Cerchia solo le parole che ti risuonano dentro, oggi, in questo preciso istante
  6. Prendi un pennarello nero e annerisci tutto il resto
  7. Osserva cosa emerge

Ora chiediti: Cosa ha da dirti la tua anima? A volte, la poesia più bella è quella che segna l’inizio della guarigione. E a volte, quella poesia era già dentro di noi. Serviva solo qualcuno che ci aiutasse a vederla.

Come riconoscere le personalità disturbate

Come riconoscere le personalità gravemente disturbate

Come riconoscere le personalità disturbateImage ©:  Geralt

Oggi vi parlerò di come riconoscere le personalità gravemente disturbate, auspicabilmente, prima di coinvolgercisi affettivamente. Quando si soffre, infatti, si diventa spesso più sensibili ai segnali dell’altro, ma non sempre più protette. Anzi: nei momenti di fragilità può accadere qualcosa di molto umano e molto rischioso insieme — scambiare per intensità ciò che, in realtà, è controllo; scambiare per fascino ciò che, col tempo, si rivela instabilità profonda; scambiare per “amore che travolge” una relazione che, lentamente, svuota.

Per questo è importante imparare a riconoscere alcune personalità gravemente disturbate, non per giudicare o etichettare, bensì per proteggere la propria salute emotiva. Chi lotta con un disturbo alimentare, o ne porta ancora le ferite, spesso conosce bene il linguaggio della mancanza, del bisogno di approvazione, della paura di non bastare. Ed è proprio su questi punti delicati che certe personalità possono agganciarsi con estrema facilità.

Non sempre si presentano come persone apertamente aggressive o “pericolose”. A volte, all’inizio, sono magnetiche. Possono apparire seducenti, intense, sicure di sé, capaci di farti sentire vista come non mai. Ti leggono in fretta, capiscono cosa desideri sentirti dire, sembrano offrirti esattamente ciò che ti è mancato. Ma ben presto qualcosa cambia: ciò che inizialmente sembrava vicinanza diventa invasione; ciò che pareva protezione diventa possesso; ciò che sembrava passione si trasforma in altalena.

Uno dei segnali più importanti è la confusione che lasciano dentro di te. Dopo averli incontrati, invece di sentirti più salda, ti senti ancora più incerta. Inizi a dubitare delle tue percezioni, a chiederti se stai esagerando, se sei “troppo sensibile”, se hai capito male. Le relazioni emotivamente sane non ti fanno vivere in uno stato costante di allarme. Non ti costringono a camminare sulle uova. Non ti fanno sentire sempre in difetto.

Un altro segnale è la rapidità con cui tutto accelera. Confidenze immediate, promesse premature, bisogno di esclusività, richieste implicite di centralità assoluta. Quando una persona vuole entrare troppo in fretta nella tua vita, non sempre sta amando: talvolta sta occupando spazio. E quando non tollera frustrazioni, limiti o attese, può reagire con freddezza improvvisa, rabbia, sparizioni punitive o svalutazioni dolorose.

Le personalità più disturbate spesso faticano profondamente a riconoscere l’esistenza emotiva dell’altro. L’altro non è davvero un soggetto da incontrare, ma piuttosto uno specchio da usare, una funzione da trattenere, una presenza da controllare. Così, i tuoi bisogni diventano fastidiosi, i tuoi confini sembrano offese, il tuo “no” viene vissuto come tradimento. E piano piano ti ritrovi a restringerti per non disturbare, a spiegarti troppo, a perdonare troppo, a perdere contatto con te stessa.

C’è poi un dettaglio prezioso da ascoltare: come ti senti nel corpo. Il corpo spesso capisce prima della mente. Tensione, insonnia, nodo allo stomaco, fame che scompare o esplode, bisogno di controllarti di più: a volte il corpo segnala che la relazione sta toccando ferite profonde e le sta aggravando. Per chi ha una storia di disturbo alimentare, questo è un campanello da non ignorare mai.

Riconoscere le personalità gravemente disturbate non significa diagnosticare. Significa osservare, ma anche attribuire valore ai segnali ripetuti, non alle giustificazioni. E, infine, ricordare che non tutto ciò che è intenso è amore, e non tutto ciò che ti sceglie ti fa bene.

Anche di questo parlano gli articoli precedenti: della vulnerabilità affettiva, del bisogno di essere viste, del sottile confine tra il desiderio d’amore e il rischio di perdersi. Rileggerli può aiutarti a ricomporre il filo. Perché scegliere chi ci sta accanto non è un dettaglio del percorso di cura: ne è una parte essenziale. E imparare a proteggersi, a volte, è una forma profondissima di guarigione.

Il telefono prevede le abbuffate? Segnali e micro-aiuti

“Il tuo telefono sa quando stai per crollare?”: segnali precoci e micro-interventi anti-abbuffata

Il telefono prevede le abbuffate? Segnali e micro-aiutiImage ©: Nika_Akin

Il telefono prevede le abbuffate? Quando ti chiedi “Il mio telefono sa quando sto per crollare?”, suona quasi inquietante. Come se ci fosse un occhio che ti spia e ti anticipa. Ma l’idea utile è più semplice – e più umana: non è magia né “controllo”. È imparare a riconoscere quei minuti (e spesso quelle ore) in cui la vulnerabilità sale, prima che parli il sintomo. Il telefono, più che sapere, può aiutarti a vedere una sequenza che, da dentro, sembra nebbia.

La scena è spesso questa: “Non so perché sia successo, mi sono ritrovata in cucina”. Non c’è un “decido”, c’è un trascinamento. Prima c’è stanchezza, o una tensione addosso come un cappotto troppo pesante, o un vuoto difficile da nominare. Poi il gesto automatico: aprire l’armadio e cercare qualcosa che non sia solo cibo. È tregua. È silenzio. È un interruttore che spegne il rumore per qualche minuto.

Eppure, quasi mai l’abbuffata nasce davvero in cucina. Di solito cresce prima, come una marea, perché si incastrano tre pezzi. Il primo pezzo è rappresentato dai trigger emotivi: ansia, vergogna, rabbia, solitudine, frustrazione, la sensazione di essere “in difetto” con il mondo. Il secondo è la fisiologia: sonno corto o frammentato, stress che non molla, fame reale non ascoltata, energia che cala e lascia il cervello senza carburante per scegliere. Il terzo è il contesto: isolamento, frizioni, routine che salta, giornate senza pause, casa che diventa l’unico confine. Quando questi tre fattori si allineano, la soglia di tolleranza si abbassa e l’automatismo diventa più probabile. Non perché tu sia “debole”, ma perché il sistema nervoso cerca una via rapida per regolare un sovraccarico.

Qui entrano in gioco i segnali deboli: piccoli cambiamenti che sembrano innocui, ma che – messi insieme – raccontano molto. Una notte spezzata, un risveglio già in affanno. L’iperconnessione: un’ora di scroll che non ti dà niente, eppure non riesci a smettere. L’evitamento sociale: rimandi le risposte, cancelli un piano, ti dici “non ho voglia di nessuno” e, intanto, ti chiudi ancora di più. E poi la rigidità alimentare, travestita da disciplina: “salto pranzo per recuperare”, “oggi devo essere brava”. Sono frasi che suonano ragionevoli finché non diventano la miccia.

Il telefono non fa diagnosi, ma registra tracce indirette: ore di sonno, picchi di utilizzo, giornate più sedentarie, conversazioni che si diradano. Letti nel modo sbagliato, questi dati diventano un tribunale. Letti nel modo giusto, diventano un semaforo: non “sei sbagliata”, ma “oggi sei più esposta”. E quando sei più esposta, non ti serve un discorso motivazionale. Ti serve un microintervento reale, breve e fattibile: qualcosa che non chieda eroismo, perché nei momenti critici l’eroismo è il primo a saltare.

Immagina quel bivio: senti il richiamo della cucina e, insieme, una parte di te che vorrebbe fermarsi. In quel punto, anche novanta secondi possono cambiare la traiettoria. Novanta secondi di respiro lento, con una mano sul torace o sull’addome, non per “calmarti perfettamente”, ma per interrompere l’automatismo e far rientrare un filo di scelta nel corpo. Subito dopo, aiuta avere una frase già pronta, decisa prima: un piano “se–allora”. Se mi accorgo che sto andando verso il cibo senza fame, faccio tre mosse semplici: bevo qualcosa, respiro e mi sposto fisicamente in un’altra stanza. Il cambio di ambiente funziona perché il corpo capisce i confini prima della mente: una doccia veloce, due minuti sul balcone, anche solo sedersi sul letto con una coperta può spezzare la scena.

Un altro microintervento potente è il contatto umano, anche minimo. Non devi spiegare tutto né confessare. Ti serve un “ponte”: un vocale di venti secondi, un messaggio che dica: “oggi sono fragile, mi fai compagnia un attimo?”. L’isolamento è benzina; un piccolo gesto relazionale può spegnerla. E poi c’è lo snack di prevenzione, spesso frainteso: se hai saltato un pasto o sei arrivata a sera in deficit, il cervello diventa più estremo (o controllo totale o crollo totale). Uno snack semplice e regolare non è “cedere”: è manutenzione, è stabilizzare prima dell’urgenza.

Certo, esistono rischi e limiti. La privacy: non tutto va tracciato né condiviso. E soprattutto il perfezionismo: trasformare i dati in pagella (“ho dormito male, quindi oggi sarà un disastro”) aumenta l’ansia e la rigidità, cioè esattamente il terreno che prepara il sintomo. La regola d’oro è questa: i segnali servono a una cura preventiva, non a una punizione retroattiva. Se la notte è stata corta, la conclusione non è “devo essere più brava”, ma “oggi mi serve più regolarità, più gentilezza, meno pretese”.

Penso a Martina, 27 anni, BED “a ondate”. Le sue abbuffate sembravano arrivare dal nulla, poi la sequenza è diventata chiara: notti corte, un litigio o una frizione, e il salto del pranzo “per recuperare”. Dopo quel trio, l’onda arrivava quasi sempre. Il lavoro non è stato “impedire” con la forza, ma costruire due se–allora: uno corporeo (se dormo poco, allora pranzo vero anche minimo e snack-ponte) e uno relazionale (se mi chiudo dopo una frizione, allora mando un messaggio-ponte). Piccole mosse, ma ripetibili. E quando sono ripetibili, diventano affidabili.

Alla fine, la verità è semplicemente questa: il sintomo raramente è improvviso. Spesso è preceduto da una sequenza. Il target non è “controllarmi”, ma “prendermi prima”. E a volte basta una manovra minuscola – somatica o ambientale – per cambiare l’esito: non perché ti trasformi in una macchina ordinata, ma perché ti riporti, anche solo di poco, dalla parte della cura.

 

DCA e gaslighting nella relazione di coppia

DCA e gaslighting nella relazione di coppia

Image©:artbykleitonDCA e gaslighting nella relazione di coppia

Oggi vi parlerò di DCA e gaslighting nella relazione di coppia. Se sei affetta da un disturbo del comportamento alimentare e sei in una relazione di coppia, potresti aver sentito frasi che all’apparenza sembrano “normali”, ma dentro ti lasciano confusa, colpevole, svuotata. Tipo: “Dai, non è successo niente.” “Te la stai inventando.” “Sei troppo sensibile.” “Stai soltanto facendo un dramma.” “Non hai davvero fame, è ansia.” “Non sei ‘così magra’, smettila.” “E vai pure in psicoterapia!” Ecco: questi sono tutti esempi del cosiddetto gaslighting.

Gaslighting significa una cosa precisa: una dinamica in cui l’altra persona mette ripetutamente in dubbio la tua percezione della realtà (pensieri, emozioni, ricordi, segnali del corpo), fino a farti pensare che il problema sei tu. Non è “una litigata”, né “un’opinione diversa”. È una distorsione sistematica dei tuoi vissuti: tu porti un’esperienza (“mi sento in ansia quando commenti il mio piatto”) e l’altra persona la riscrive (“sei tu che esageri, io scherzo”).

Nelle relazioni di coppia, il gaslighting è particolarmente potente perché si appoggia su due leve: la fiducia e l’intimità. Quando la persona che ami ti dice che stai sbagliando a sentire ciò che senti, spesso ci credi più facilmente che non se te lo dice uno sconosciuto. Ma perché chi soffre di un DCA è più esposta al gaslighting?

La risposta è semplice. Un DCA è come una lente deformante: “non fidarti della fame”, “non fidarti dello specchio”, “non fidarti delle emozioni”. Se questa base è già instabile, quando il partner aggiunge: “Sei paranoica, te lo inventi”, il dubbio si duplica. È come se ti togliessero anche l’ultima bussola.

Molte pazienti temono di essere “troppo poco”, “un peso”, “difettose”. In coppia questo può tradursi in: non dire, non chiedere, non disturbare. E il gaslighting funziona benissimo quando tu ti senti in debito o in colpa anche solo per il fatto di avere dei bisogni.

Nel nostro mondo è socialmente accettato che il partner commenti il corpo, il cibo, il peso e l’attività fisica. “Lo dico per motivarti.” “È per la tua salute.” Peccato che, in un DCA, questi commenti, anziché motivare, inneschino strategie di controllo, ansia, restrizioni, abbuffate, purging. Se poi lo fai notare e ti rispondono “sei tu che la vivi male” (ed ecco di nuovo il gaslighting).

Come si manifesta il gaslighting nella coppia quando c’è un DCA? Qui entriamo nel concreto: “gaslighting” è una parola grande, ma nella vita quotidiana assume facce specifiche.

Minimizzazione

Tu: “Quando dici che dovrei dimagrire mi si accende il DCA.”
Partner: “Ma figurati, era una battuta. Esageri sempre.”

Messaggio implicito: la tua esperienza non vale.

Ribaltamento

Tu: “Mi mette ansia se controlli cosa mangio.”
Partner: “Lo faccio perché sei fuori controllo. Se ti arrabbi, è perché hai qualcosa da nascondere.”

Messaggio implicito: se protesti, sei colpevole.

Negazione

Tu: “Ieri mi hai detto che sembravo gonfiə e che dovevo stare attentə.”
Partner: “Mai detto. Ti inventi sempre tutto.”

Messaggio implicito: non fidarti della tua memoria.

Colpevolizzazione

“Ti butto via questi cibi, ti fanno male.”
“Se mi amassi davvero, mangeresti meglio.”
“Se non cambi, non so se posso restare con te.”

Qui la cura diventa ricatto. E il ricatto diventa un acceleratore del DCA.

Isolamento

“Il tuo terapeuta ti mette contro di me.”
“Le tue amiche ti influenzano.”
“Quel centro DCA ti fa credere di essere malata.”

Messaggio implicito: non ascoltare chi ti dà strumenti, ascolta solo me.

In coppia si litiga, certo. E può capitare che qualcuno dica una frase infelice. Il gaslighting però è un pattern relazionale, non un episodio: si ripete, ti confonde, ti fa dubitare di te, e spesso porta a una relazione dove tu cammini sulle uova.

Un indicatore pratico: dopo averne parlato, ti senti più chiara o più confusa di prima? Se la relazione ti lascia sistematicamente confusa, in colpa e con la sensazione di essere “sbagliata” anche quando poni confini, vale la pena prenderla molto sul serio. Ma come puoi proteggerti da queste situazioni?

Ecco alcune frasi da tenere in mente e utilizzare con il partner per uscire dalla trappola del gaslighting. Tutte condividono lo stesso concetto: “Posso discuterne ma non posso essere smentita perché questo è ciò che sento”.

  • Non sto discutendo se provo questo: lo provo.”

  • “Possiamo parlare del fatto senza dirmi che me lo invento?”

  • “Se quando ti dico una mia sensazione minimizzi, la conversazione si ferma.”

  • “I commenti sul corpo e sul cibo non vanno bene per me.”

E se hai dei dubbi, fai un reality check con un terapeuta esperto in terapia dei DCA, un gruppo di autoaiuto o un’amica fidata. Il punto non è “mettere il partner in cattiva luce”, ma evitare che la tua realtà venga riscritta. Nelle coppie con DCA, spesso serve una regola base: niente commenti su peso, porzioni, “sgarri”, addominali, bilancia. Anche se “positivi”. Anche “che bella, sei dimagrita” può innescare il disturbo. Quando il partner non ascolta, ridicolizza, ti isola o ti ricatta, non è più “mancanza di sensibilità”: è una dinamica potenzialmente abusante. In quel caso, il supporto professionale e una rete esterna diventano fondamentali.

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremoImage©: eduardoonef

In questo post vi parlerò dei disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo. Parleremo, cioè di quando disciplina e performance divengono coperture di fragilità psicologiche.

C’è una frase che sento spesso in studio (e che leggo ovunque nel mondo del fitness): “Non è ossessione, è disciplina.” Ecco il problema: in alcuni contesti sportivi la linea tra disciplina sana e comportamento disfunzionale non è una riga sottile… è una nebbia fitta, piena di applausi, “like”, complimenti e medaglie. È facile confondere il controllo con la forza, la rigidità con la determinazione, la restrizione con la “pulizia”.

Negli atleti e nel fitness estremo, i disturbi alimentari possono mimetizzarsi alla perfezione: allenamenti impeccabili, nutrizione “perfetta”, zero sgarri, focus totale sul corpo. Il punto è che non sempre dietro c’è benessere. A volte c’è ansia, paura, vergogna e un bisogno di sentirsi “abbastanza” che passa solo attraverso il corpo.

C’è una cosa che vedo spesso: la disciplina smette di essere uno strumento e diventa un’etichetta. “IO sono disciplinato/a.” E quando la disciplina è un’etichetta, ogni deviazione diventa una minaccia: se sgarro, se riposo, se mangio qualcosa “fuori piano”… non sto solo cambiando abitudine. Sto mettendo in discussione chi sono.

È qui che la maschera della forza si incolla al viso.

  • “Non mangio quella roba perché voglio stare bene.” (ma sotto c’è ansia e controllo)

  • “Non salto allenamenti perché ho obiettivi.” (ma sotto c’è colpa e panico)

  • “Mi piace la routine.” (ma sotto c’è terrore del caos)

E la cosa più subdola? L’ambiente spesso rinforza tutto: più sei rigido/a, più ti dicono che sei un esempio. Nel frattempo, magari ti senti sempre più stanco/a, più irritabile, più solo/a… però “hey, che disciplina!”. Facciamo qualche esempio.

L’ortoressia, detta semplice, è quando la ricerca del “sano” diventa così rigida da rubarti la vita. Non è “mi piace mangiare bene”. È: “Se non mangio perfetto, mi sento sporco, in colpa, agitato”. Di solito non parte con drammi. Parte con una lista: togli questo, poi anche quello, poi “solo se è bio”, poi “solo se lo preparo io”. E piano piano lo spazio si restringe.

Segnali che non sono solo “stile di vita”, in quanto: pensi al cibo (e alle regole) più di quanto vorresti ammettere; mangiare fuori diventa stressante, non più divertente; ti senti moralmente migliore o peggiore in base a cosa mangi e, se “sgarri”, scatta il bisogno di compensare (più cardio, meno pasti, digiuni “riparatori”). E attenzione: nel fitness questo è facilissimo da mascherare, perché è tutto presentabile. Sembra autocontrollo. Ma se ti toglie la serenità, non è controllo: è prigionia.

La bigoressia (o dismorfia muscolare) è una roba che spesso non viene presa sul serio, soprattutto negli uomini, perché “vabbè, si allena, che sarà mai?”. In realtà è una sofferenza vera: puoi essere già super muscoloso e continuare a vederti “piccolo”, “scarico”, “non definito”. E allora cosa fai? Stringi ancora di più.

Segnali tipici della bigoressia sono che ti alleni anche quando sei distrutto o infortunato (perché fermarti è impensabile), controlli continuamente foto, specchio, pump e misure, la tua vita sociale si adatta agli allenamenti, non il contrario, e ti senti ok solo quando sei “in controllo” (ma il controllo dura poco). Qui la performance diventa un anestetico: ti calma per un attimo, ma poi torna l’ansia. E per stare zitto quel rumore interno, alzi il volume di allenamento e rigidità.

Infine, c’è la RED-S, acronimo di Relative Energy Deficiency in Sport. In pratica: introduci meno energia di quella che consumi e il corpo, che non è scemo, inizia a risparmiare dove può. Il prezzo lo paghi con il recupero, l’umore, gli ormoni, le ossa e l’immunità. E spesso te ne accorgi tardi, perché all’inizio magari “dimagrisci e vai forte”, quindi ti convinci che stia funzionando.

Poi arrivano cose come una stanchezza che non passa mai, infortuni ricorrenti o strani dolorini che non guariscono, irritabilità, sonno sballato e calo della libido, performance che crollano “senza motivo” e, nelle donne,  il ciclo che salta o cambia (ma anche negli uomini ci sono segnali ormonali e di energia). Se ti sembra che il corpo stia diventando un nemico “pigro”, a volte non è pigrizia: è sovraccarico.

Qui da terapeuta ti direi una cosa semplice: non mi interessa se la tua dieta è “pulita” o se ti alleni 6 volte a settimana. Mi interessa cosa ti succede dentro se non lo fai. Se riposi e ti sale l’ansia.
Se mangi qualcosa fuori piano e ti senti in colpa. Se salti un allenamento e ti sembra di valere meno. Quelli sono tutti campanelli. E non sono “mancanza di disciplina”: spesso sono segnali di un rapporto complesso tra controllo, autostima e paura.

La disciplina sana ha una caratteristica: sa essere flessibile. Quella tossica, invece, ha sempre lo stesso tono: “devi”.

 

Anoressia a 60 anni

Anoressia a 60 anni: il tabù invisibile

Anoressia a 60 anniImage©: congerdesign

In questo post voglio parlarvi dei disturbi alimentari nella terza età. Quando pensiamo all’anoressia, l’immagine che ci viene in mente è quasi sempre la stessa: un’adolescente, magari perfezionista, alle prese con il proprio corpo che cambia. Quasi mai ci immaginiamo una donna di 60 anni o un uomo di 65 che, all’improvviso, iniziano a mangiare sempre meno, a dimagrire in modo allarmante e a sviluppare una vera e propria ossessione per il controllo del cibo.

Eppure succede. Non è la norma, ma è un fenomeno in crescita e, soprattutto, è quasi totalmente invisibile. In questo post voglio accompagnarti a capire perché l’anoressia può esordire – o riacutizzarsi – nella terza età, quali sono i fattori di rischio più frequenti e cosa possiamo fare, come familiari, come professionisti, o come persone direttamente coinvolte – per rompere il tabù e chiedere aiuto.

Chi arriva nel mio studio a 60, 65 o 70 anni con un disturbo alimentare quasi sempre inizia dicendo: “Mi vergogno un po’ a parlarne…mi sento ridicola, lo so che queste sono cose da ragazzine.” E questo è il primo grande ostacolo: l’idea che, dopo una certa età, non si “abbia diritto” a stare male in questo modo. Il risultato? Si sottovalutano i sintomi, si attribuisce tutto alla menopausa, all’andropausa, al metabolismo, allo stress, ai “capricci” della persona anziana.

In realtà, dietro a un’anoressia a 60 anni troviamo spesso una trama psicologica molto complessa, in cui il cibo è solo la punta dell’iceberg. Ma perché l’anoressia può comparire dopo i sessant’anni?

Molte storie iniziano con un lutto: la morte del partner, di un fratello, di un’amica con cui si condivideva tutto. Il dolore del lutto può intaccare profondamente l’appetito (all’inizio può essere “solo” inappetenza), alterare il ritmo sonno–veglia e la percezione del tempo e creare un senso di vuoto e di perdita di significato.

In alcuni casi, il controllo del cibo diventa una risposta al caos interno: “Non posso controllare la morte, l’assenza, l’invecchiamento… ma posso controllare quello che mangio”. Questa dinamica, se si struttura, può assumere tutte le caratteristiche di un disturbo alimentare vero e proprio.

La terza età porta con sé una serie di cambiamenti non negoziabili, tra cui: il pensionamento e il cambiamento di ruolo sociale, figli che vanno via o costruiscono altre famiglie, la riduzione delle energie fisiche, una maggiore dipendenza dagli altri in alcune attività.

Per alcune persone, quelle dalle strutture di personalità più rigide, tutto questo è vissuto come una drammatica perdita di controllo. Restrizione alimentare, calcolo delle calorie, rituali rigidi intorno ai pasti possono diventare un modo – malsano ma potente – per sentire di avere ancora un “punto fermo”: il proprio corpo.

La solitudine è un fattore di rischio sottostimato. Pasti consumati da soli, nessuno che osserva davvero i cambiamenti di peso, nessuno che dice “mi preoccupi”. In queste condizioni, un disturbo alimentare può crescere quasi indisturbato.

Alcune persone iniziano a “non avere voglia di cucinare solo per me”, saltano un pasto, poi due, e riducono le porzioni… Altre, al contrario, sviluppano rituali estremamente rigidi come unico modo per tenere insieme le giornate. Dietro la rigidità, spesso, c’è un senso profondo di vuoto.

L’idea che “dopo una certa età l’aspetto non conta più” è una fantasia confortante, ma poco realistica. Menopausa e andropausa portano:

  • Cambiamenti nella distribuzione del grasso corporeo

  • Variazioni del tono muscolare

  • Vampate, insonnia, irritabilità, calo del desiderio sessuale

Questi cambiamenti possono riattivare vecchie insicurezze o aprire un capitolo mai affrontato con il proprio corpo. Alcune persone reagiscono con una rigida dieta, un esercizio fisico compulsivo o una restrizione estrema per “non lasciarsi andare”. In altri casi, l’anoressia dell’anziano rappresenta un tentativo di fermarsi nel tempo, di opporsi alla percezione dell’invecchiamento.

Quali sono i segnali d’allarme? Non è normale che:

  • Una persona perda peso in modo rapido e importante “senza motivo”

  • Ci sia un’ossessione crescente per diete, calorie, cibi “puri” o “spazzatura”

  • Si evitino pranzi e cene sociali con scuse sempre diverse

  • Si neghi il problema nonostante gli allarmi di medici e familiari

  • La bilancia diventi un rituale quotidiano carico di ansia

Spesso chi è intorno pensa: “È solo invecchiamento”, oppure  “Finalmente mangia meno, così dimagrisce”, o magari  “È il metabolismo che cambia”. Questa minimizzazione è pericolosa. A 60 anni, una forte restrizione alimentare può avere effetti fisici molto più rapidi e gravi rispetto a quelli di un’adolescente: rischio di osteoporosi, scompensi cardiaci, cadute, indebolimento generale.

Ma se ti riconosci in queste righe, non sei “ridicolo/a”, non sei “troppo grande” per soffrire di un disturbo alimentare. Il dolore non ha età, e neanche il diritto alla cura. Parlane con il tuo medico di base, senza vergogna: è spesso il primo alleato, oppure cerca un medico psicoterapeuta esperto in disturbi alimentari, specificando l’età e le tue condizioni fisiche. Quasi certamente costoro coinvolgeranno nel trattamento anche un nutrizionista o un medico internista con esperienza in disturbi alimentari e in età avanzata.

Chiedere aiuto non significa “fallire”, ma smettere di combattere da solo una guerra logorante.

Farmaci e disturbi alimentari: cosa sapere

Psicofarmaci e disturbi alimentari: facciamo chiarezza

Farmaci e disturbi alimentari: cosa sapereImage ©: melyserna

In questo articolo cercherò di fare chiarezza sui farmaci utilizzati nei disturbi alimentari. SI tratta di un argomento delicato perché, quando si parla di disturbi alimentari, il tema “farmaci sì o farmaci no?” accende subito discussioni accese. C’è chi pensa che “basti la forza di volontà”, chi teme che gli psicofarmaci “cambino la personalità”, e chi spera in una pillola magica che faccia sparire di colpo abbuffate, vomito o ossessioni sul cibo.

La verità, come quasi sempre in psichiatria, è più sfumata. I farmaci non curano da soli un disturbo alimentare, ma possono diventare un tassello fondamentale del percorso, soprattutto quando ci sono comorbidità importanti quali depressione, ansia, DOC, disturbi di personalità, abuso di sostanze, instabilità dell’umore.

In questo post vi porterò “dietro le quinte” di ciò che usiamo più spesso nella pratica clinica, con un linguaggio il più diretto possibile, ma rigoroso. Prima distinzione importante:

  • I farmaci non sostituiscono la psicoterapia e il lavoro nutrizionale.

  • I farmaci possono aiutare a ridurre sintomi specifici che mantengono la malattia (ossessioni, impulsività, umore depresso, ansia devastante).

In altre parole: non “guariscono dall’anoressia” o “guariscono dalla bulimia”, ma creano le condizioni mentali perché la persona possa lavorare meglio in terapia e nel quotidiano. In questo senso, il blocco di partenza è costituito dagli antidepressivi SSRI. Gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) sono infatti i farmaci più utilizzati nei disturbi alimentari, soprattutto quando ci sono:

  • Bulimia nervosa

  • Disturbo da binge-eating

  • Depressione e ansia associate a un disturbo alimentare

Uno degli SSRI più studiati nella bulimia è la fluoxetina, spesso a dosaggi più elevati rispetto a quelli impiegati nella depressione. Può aiutare a ridurre frequenza e intensità di abbuffate e condotte di compenso, migliorare il tono dell’umore e ridurre pensieri ossessivi legati al peso e al cibo

Altri SSRI usati (sempre su valutazione psichiatrica) includono sertralina, escitalopram, paroxetina, citalopram.

Nel disturbo da alimentazione incontrollata (o binge-eating), gli SSRI possono ridurre le abbuffate, soprattutto quando c’è una componente depressiva o ansiosa di fondo. Talvolta si usano anche altri antidepressivi (es. alcuni SNRI come la venlafaxina) se sono presenti dolore cronico, ansia marcata o caratteristiche cliniche specifiche. Punto chiave: l’antidepressivo non viene prescritto “perché sei debole”, ma perché il sistema nervoso è incastrato in circuiti di ansia, ossessione e umore depresso che alimentano il disturbo.

Nell’anoressia nervosa il ruolo dei farmaci è più complesso. Con un peso molto basso, il cervello è letteralmente “a dieta forzata” di nutrienti: molti farmaci funzionano peggio e possono risultare più rischiosi. Gli antidepressivi possono essere considerati dopo un parziale recupero ponderale, soprattutto se persistono depressione, ansia intensa o DOC.

A volte, in questi casi, si utilizzano antipsicotici atipici a basso dosaggio (es. olanzapina, brexpiprazolo, ecc.) per ridurre l’ansia estrema legata al cibo, attenuare la rigidità del pensiero e l’ossessione per il controllo, e favorire indirettamente il recupero del peso.

Questa non è una scelta che nasce dal fatto che “sei psicotico”, ma dal fatto che questi farmaci agiscono su sistemi dopaminergici e serotoninergici che modulano la rigidità, l’ansia e la percezione del corpo.
Ovviamente, vanno monitorati con estrema attenzione (metabolismo, ECG, ecc.).

Nei disturbi alimentari con forte impulsività, autolesionismo e sbalzi d’umore (per esempio quando coesiste un disturbo borderline di personalità) possiamo valutare anche stabilizzatori dell’umore (come lamotrigina, acido valproico, litio, a seconda del quadro clinico). Non “aggiustano il carattere”, ma riducono l’intensità delle tempeste emotive che spesso scatenano abbuffate, vomito o comportamenti a rischio.

Se il disturbo alimentare si intreccia con un disturbo d’ansia generalizzato, un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) o con attacchi di panico, gli SSRI sono spesso la prima scelta. Nei casi più resistenti, si possono aggiungere antipsicotici in piccole dosi come potenziamento terapeutico. Le benzodiazepine, invece, si usano con molta cautela (se possibile per brevi periodi) per via del rischio di dipendenza.

Sempre più spesso vediamo la coesistenza tra ADHD e disturbi alimentari, soprattutto nel binge-eating e nella bulimia. E qui entrano in gioco anche i farmaci per l’ADHD (es. stimolanti o non stimolanti), che possono migliorare attenzione e controllo degli impulsi e ridurre il mangiare impulsivo, ,a la gestione è delicata, soprattutto se ci sono condotte restrittive o abuso di sostanze.

Ed ora qualche suggerimento pratico. Se tu o qualcuno che conosci sta lottando con un disturbo alimentare e ti stai chiedendo se i farmaci possano aiutare, parlane apertamente con lo specialista. Segnati domande e timori: “Questo farmaco a cosa serve esattamente nel mio caso?”, “Quali sono i possibili effetti collaterali?”, “In che tempi potrei aspettarmi un beneficio?”

Importantissimo! Non interrompere mai da soli la terapia farmacologica. Soprattutto con antidepressivi e stabilizzatori dell’umore, uno stop brusco può risultare controproducente e comportare effetti collaterali. Ogni modifica andrebbe apportata insieme al curante.

E comunque bisogna sempre ricordare che il farmaco è solo una parte del lavoro e che nessuna molecola potrà mai sostituire la psicoterapia (individuale, di gruppo, familiare), il lavoro nutrizionale con un professionista o gli interventi sul contesto di vita, sulle relazioni, sullo stress.

Il corpo come avatar

Il corpo come avatar: disturbi alimentari nell’era digitale

Il corpo come avatarImage ©: 3D_Realistix

Oggi parliamo del corpo come avatar e dei disturbi alimentari nell’era digitale. Ti è mai capitato di guardare il tuo avatar in un videogioco o su una piattaforma social e pensare: “Magari il mio corpo fosse così”?

Se la risposta è sì, sappi che è molto più comune di quanto immagini. E non riguarda solo l’ego o la vanità, ma tocca il modo in cui percepiamo il nostro corpo in un’epoca in cui l’identità digitale pesa quanto – e a volte più – di quella fisica.

Da psicoterapeuta che si occupa di disturbi alimentari, sto vedendo una trasformazione silenziosa ma potente: il corpo non è più soltanto qualcosa che viviamo, ma qualcosa che progettiamo, quasi fosse un personaggio di un videogioco. E quando il corpo reale non coincide con quello digitale… iniziano i problemi.

Siamo cresciuti a selfie e filtri, ma il metaverso ha fatto un ulteriore passo: ci permette di creare un corpo come se fosse un progetto grafico. Puoi essere altissima, magrissima, muscolosa, filiforme, fluida, androgina, ibrida… tutto. Non è solo libertà creativa, è un nuovo modo di esistere.

Il punto è che questo corpo digitale spesso diventa una versione idealizzata, una sorta di sogno lucido di ciò che vorremmo essere. E quando torniamo nel corpo reale – quello che suda, che ha fame, si stanca, cambia – può emergere una discrepanza fastidiosa; a volte dolorosa.

Nelle sedute di terapia sento spesso cose del tipo: “Il mio avatar è la versione di me che nessuno potrà mai rifiutare.” Oppure: “Quando sono online, mi sento leggerə, fuori dal corpo. Nella vita vera mi sento pesante.” È qui che il rischio dei disturbi alimentari entra in gioco. L’avatar diventa un modello irraggiungibile che cerchiamo di imitare con la dieta, l’allenamento, la restrizione, l’ossessione del controllo.

Non succede da un giorno all’altro. È un processo sottile, che inizia con il confronto:

  • tra ciò che siamo e ciò che “potremmo essere”

  • tra corpi reali e corpi digitali

  • tra sensazioni fisiche e performance visive

E a un certo punto il corpo reale sembra quasi un bug, un errore di rendering. In più, il metaverso e i social alimentano un circolo vizioso: feedback immediati, avatar iperperfetti, estetiche irrealistiche. Tutto questo può amplificare la vergogna, l’insoddisfazione e la disconnessione da ciò che si prova davvero.

La buona notizia è che l’avatar non deve necessariamente essere un nemico. Anzi, in terapia può diventare un alleato sorprendente. L’immagine digitale che scegli dice molto di te: cosa desideri, quali parti senti bloccate, cosa vorresti sperimentare senza la paura del giudizio. L’obiettivo non è somigliare al proprio avatar, ma capire perché quel corpo digitale ci rappresenta, cosa esprime che il corpo reale non riesce.

È un lavoro di integrazione, non di perfezione fisica. L’essenza è questa: non siamo costretti a scegliere tra “io reale” e “io digitale”. Possiamo imparare a farli dialogare. E parallelamente, c’è un cammino prezioso da fare: tornare ad abitare il corpo reale. Non come oggetto da perfezionare, ma come luogo vivo, fatto di sensazioni, limiti, storia.

Se ti rendi conto che il corpo digitale pesa più del tuo corpo reale, puoi partire da alcune domande come queste:

  • Che sensazione provo quando mi guardo allo specchio dopo aver trascorso del tempo nel metaverso?

  • Quanta parte del mio umore dipende dall’immagine che presento online?

  • Mi è capitato di modificare il mio modo di mangiare o di allenarmi per avvicinarmi al mio avatar?

Sono domande semplici ma scomode, che spesso aprono scenari importanti. Poi, a piccoli passi:

  • Riduci il bombardamento visivo se noti che, dopo aver utilizzato certe piattaforme, ti senti a terra.

  • Riporta l’attenzione sul corpo con gesti quotidiani: mangiare senza schermi, respirare profondamente, muoverti senza obiettivi estetici.

  • Parlane con qualcuno che non ti dica “ma sì, è solo un gioco”. Ovvero, se senti che il rapporto con il cibo o col corpo sta diventando un pensiero fisso, cerca un aiuto professionale. Non perché “sei grave”, ma perché meriti di stare meglio.

Il metaverso, gli avatar, le identità digitali, sono strumenti potentissimi. Possiamo usarli per esplorare chi siamo, per giocare, per creare. Ma non possono sostituirci. Il corpo reale non è un downgrade. È il posto in cui viviamo davvero, quello che sente, che soffre, che si emoziona, che ci accompagna.

L’avatar può talvolta essere un racconto di te, ma mai un verdetto su di te. E se inizi a guardarlo così, può diventare una porta verso la cura, anziché un recinto che ti imprigiona.

I disturbi alimentari nascosti nel mondo del Gaming

I disturbi alimentari nascosti nel mondo del Gaming

Image ©: StockSnap

Mai sentito parlare dei disturbi alimentari nascosti nel mondo gaming? Se sei un gamer, probabilmente ti è capitato di dirlo: “Solo un’altra partita e poi vado a mangiare.”
Ma poi ne arriva un’altra. E un’altra ancora. Alla fine ti ritrovi alle tre del mattino, con lo stomaco che brontola e la scrivania piena di lattine vuote.

Nel mondo degli e-sport — e persino tra chi gioca “solo” per passione — il rapporto con il cibo diventa spesso disfunzionale. Non per scelta o superficialità, ma per come funziona la mente sotto pressione. Le ore di gioco, l’adrenalina costante, la paura di “staccare” e perdere ritmo: tutto questo spinge a ignorare i segnali di fame, a rimandare i pasti, a compensare poi con abbuffate o con dosi eccessive di caffeina.

Dietro la performance digitale (come in quelle fisiche del resto) c’è un corpo che vive nel mondo reale, anche se a volte ce lo dimentichiamo. Molti gamer professionisti mi raccontano di come “il tempo sparisca” quando sono concentrati. E in effetti è così: quando siamo immersi in una partita competitiva, il cervello è bombardato di dopamina, adrenalina e cortisolo. Queste sostanze spengono temporaneamente la percezione della fame e creano un senso di “urgenza continua”.

Finisce che il corpo aspetta, aspetta, e poi pretende: “Ora mi devi nutrire!” — e lo fa in modo impulsivo, portando spesso a episodi di binge eating, cioè di abbuffate incontrollate. Dall’altro lato, c’è chi vive la fame come un fastidio o una distrazione e tende a saltare pasti per “restare leggero”, o chi tiene in piedi tutto con energy drink e caffè, come se la caffeina fosse un carburante infinito. Spoiler: non lo è.

Il risultato? Una montagna russa energetica. Ti senti lucido per un’ora, poi crolli. Ti riempi di stimolanti per risalire, ma il sonno ne risente, e con lui la capacità di concentrazione. È un circolo vizioso che, nel tempo, mina la performance più di quanto la migliori. Spesso, quando parlo con i gamer, emerge una convinzione implicita: “Se sto attento a mangiare e dormire, perdo tempo utile all’allenamento.”
In realtà è l’opposto.

Il cervello, proprio come una scheda grafica, ha bisogno di energia costante per funzionare al massimo. Un’alimentazione regolare, con snack equilibrati e pause mirate, può tradursi in:

  • una concentrazione più stabile,

  • tempi di reazione più rapidi,

  • meno tilt durante gli scontri,

  • e soprattutto un recupero cognitivo migliore dopo ore di gioco.

Mangiare in modo consapevole non è “una distrazione”: è una strategia di performance. Chi riesce a integrare alimentazione e allenamento mentale spesso scopre di avere una lucidità nuova, anche nei momenti di stress o in un match decisivo. Dunque, cosa bisogna fare per affrontare i disturbi alimentari nascosi nel mondo del gaming? Non serve rivoluzionare tutto da un giorno all’altro. Si può iniziare da cose minuscole, ma costanti.

Ad esempio, prova a programmare il cibo come fosse un cooldown: ogni tot ore, una pausa breve, anche solo per bere o fare uno snack veloce. Non serve cucinare da chef — bastano combinazioni semplici come yogurt e frutta, pane integrale e burro d’arachidi, o una banana e un po’ di frutta secca.

Un altro trucchetto: bevi un sorso d’acqua a ogni respawn o cambio di lobby. È un modo facile per ricordarti di idratarti senza dover “pensare” troppo. E per quanto riguarda la caffeina… mettila “sotto contratto”. Decidi in anticipo quando la usi e quando no. Se inizi a berla solo per tenerti sveglio, è già un segnale che il corpo è in affanno.

Infine, se ti capita di abbuffarti, niente panico e niente sensi di colpa. Il binge eating non è “mancanza di forza di volontà”, è spesso una risposta a una lunga restrizione o a un eccesso di stress. La soluzione non è punirti, ma ricominciare a mangiare regolarmente nei giorni successivi.

Se però noti che il tuo rapporto con il cibo ti sfugge di mano, e i binge divengono frequenti o se senti di non avere controllo su caffeina e fame, parlarne con uno psicoterapeuta o un nutrizionista esperto in disturbi alimentari è il passo più efficace — e più “pro” — che puoi fare.

Non devi arrivare a un punto di crisi per meritare supporto. I disturbi alimentari nei gamer sono reali, ma spesso invisibili, nascosti dietro monitor e routine competitive. Riconoscerli non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. Il mondo del gaming è ancora giovane, ed è necessario imparare a bilanciare performance e salute mentale. Imparare a nutrirsi bene non serve solo a “stare meglio”: serve a giocare più a lungo, con più lucidità e meno stress. Perché, alla fine, anche il miglior player del mondo ha bisogno di un corpo che regga il ritmo della sua mente.

Mangiare luce. Pseudoscienze e disturbi identità

Mangiare luce: l’ascesa delle pseudoscienze alimentari nei disturbi dell’identità

Image ©: ReenablackMangiare luce. Pseudoscienze e disturbi identità

In questo post voglio parlarvi dell’ascesa delle pseudoscienze alimentari nei disturbi dell’identità. Il motivo è che negli ultimi anni ho visto diffondersi online una quantità di racconti seducenti: persone che dichiarano di vivere “di prana”, influencer che giurano di “resettare l’anima” con digiuni interminabili, community che promettono purezza e identità nuova attraverso regimi alimentari sempre più ristretti.

È il cosiddetto fascino del mangiare luce, un ombrello che include il Breatharianesimo, le diete estreme e la spiritualizzazione del digiuno estremo. Il problema? Queste narrazioni, pur presentandosi come percorsi di crescita, spesso alimentano disturbi dell’identità e disturbi alimentari. L’idea di “purificarsi” fino a diventare eterei rischia di trasformarsi in una gabbia: meno mangio, più valgo, più divengo “vero”. Un’equazione tossica.

Il Breatharianesimo sostiene che si possa vivere senza cibo (e talvolta senza acqua), nutrendosi soltanto di energia vitale. Non esistono prove scientifiche che lo supportino; esistono, invece, rischi medici gravissimi (malnutrizione, squilibri elettrolitici, complicanze cardiache). Dietro al linguaggio spirituale, spesso si nasconde una negazione del corpo—e quando l’identità è fragile, l’idea di trascenderlo diventa un’illusione seducente.

Quando l’identità è incerta, pensiamo a periodi di transizione, rotture, burnout, traumi, il bisogno di controllo, appartenenza e significato cresce. Le pseudoscienze alimentari offrono:

  • Controllo totale: “Se controllo il cibo, controllo la vita”. Ridurre l’assunzione diventa un modo rapido (e pericoloso) per sentire potere.

  • Purezza morale: il cibo non è più nutrimento, ma peccato o virtù. Nasce la spiritualizzazione del digiuno: meno mangio, più divengo “elevato”.

  • Identità di gruppo: community online offrono appartenenza, lessico comune, rituali, del tipo: “Noi capiamo la verità, gli altri dormono”.

  • Pensiero magico: promessa di trasformazione istantanea (“digiuna tre giorni e rinascirai”).

  • Dissociazione dal corpo: in chi ha storia di trauma, il corpo può essere vissuto come estraneo; affamarlo diventa un modo di non sentirlo.

Il digiuno ha radici culturali e religiose complesse; praticato in modo breve e consapevole, con indicazioni mediche, può avere significati personali legittimi. Ma nella versione social—challenge prolungate, “water fasting” di settimane, “dry fasting” come prova di purezza—si scivola presto in condotte disfunzionali che rinforzano sintomi ansiosi, depressivi e ossessivo-compulsivi. Quali?

  • Diminuzione rapida di peso, stanchezza estrema, capogiri, sincope.

  • Ossessioni su “cibi impuri”, rituali rigidi, conteggi maniacali.

  • Isolamento sociale: rifiuto di pasti in compagnia per “non contaminarsi”.

  • Linguaggio assolutista (“tutto o niente”, “puro/impuro”).

  • Segretezza, bugie su ciò che si mangia, pratica di digiuni prolungati non condivisi con familiari/curanti.

Sotto l’ideale di nutrirsi di luce spesso c’è sempre un desiderio legittimo: quello di sentirsi integri, liberi, in pace. Ma l’astensione ritualizzata non restituisce identità; la frantuma in una moltitudine di regole e colpa. Il vero desiderio da coltivare è un altro: ricongiungersi al corpo come luogo di sicurezza, trovare comunità non basate sulla restrizione, dare significato alla vita senza sacrificare la salute. Qui non si tratta di “forza di volontà”, ma di ricostruzione identitaria. Ecco una mappa essenziale:

  • Inventario dei trigger: annota quando emergono pensieri di purezza/restrizione (ora del giorno, profili seguiti, stati emotivi).

  • Sostituzioni narrative: quando compare “devo purificarmi”, rispondi con “posso regolarmi senza punirmi” e aggiungi un’azione di cura (bere, fare uno snack bilanciato, riposare).

  • Contratti di realtà: condividi con una persona fidata un patto anti-digiuno estremo (“se penso a un dry fast, ti scrivo prima”).

  • Feed detox: rimuovi contenuti pro-Breatharianesimo/diete estreme; segui profili di nutrizionisti e terapeuti con approccio evidence-based.

  • Team di supporto: valuta un percorso con uno psicoterapeuta specializzato in disturbi alimentari e un dietista con esperienza clinica. Se ci sono sintomi fisici, coinvolgi il tuo medico di fiducia

Attenzione infine ai casi in cui è necessario un controllo medico urgente. Mi riferisco specificamente a:

  • Capogiri, svenimenti, dolore toracico, amenorrea prolungata, perdita di peso rapida.

  • Condotte di digiuno >24–36 ore ripetute, soprattutto se accompagnate da disidratazione.

  • Pensieri autolesivi o ideazione suicidaria: in questi casi, contatta subito i servizi di emergenza o le linee di ascolto del tuo territorio.

Ricorda, la vera crescita spirituale non passa per l’invisibilità del corpo, ma per la sua riconciliazione. Nutrire il sé significa nutrire anche il corpo: con cibo, relazioni sane, riposo e senso. Se ti riconosci in questi temi, parlare con uno specialista può aprire un varco fuori dal labirinto. Se questo post ti ha parlato, salvalo e condividilo con chi potrebbe averne bisogno.