Il corpo grida ciò che la mente non sa dire

Il corpo grida ciò che la mente non sa dire

Il corpo grida ciò che la mente non sa direImage©: StockSnap

Il corpo grida ciò che la mente non sa dire, questa è l’essenza dei disturbi alimentari. Mangiare non è solo nutrirsi. È relazione, identità, controllo, conforto, ribellione. È una danza sottile tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo. I disturbi alimentari nascono quando questa danza si spezza, quando il dialogo tra il nostro sentire (femminile) e il nostro raziocinio (maschile) si trasforma in conflitto.

Non sono solo malattie del corpo, anche se il corpo ne porta i segni visibili. Sono ferite dell’anima, mappe emozionali che non abbiamo imparato a leggere. L’anoressia, la bulimia, il binge eating non sono capricci, né mode. Sono strategie di sopravvivenza, tentativi disperati (e creativi, per quanto distruttivi) di trovare un equilibrio quando tutto dentro vacilla.

Il femminile in noi sente. Ha bisogno di ascolto, di accoglienza, di tempo. Ma in una società che premia la performance e l’autocontrollo, impariamo presto a zittire le emozioni. Il maschile, con la sua logica e la sua spinta a “funzionare”, prende il sopravvento: ci dice che dobbiamo essere forti, belli, efficienti. Che dobbiamo controllare tutto, anche il corpo, anche la fame.

E così, ciò che sentiamo diventa ingombrante. La fame emotiva si confonde con quella fisica. Il cibo diventa l’unico linguaggio possibile per esprimere un dolore che non trova parole. Si mangia troppo per riempire un vuoto. Si digiuna per sentire di avere il potere. Si vomita per espellere un senso di colpa che non ci appartiene.

In un disturbo alimentare, il corpo diventa campo di battaglia. Lo si punisce, lo si modella, lo si odia, lo si vuole cancellare. Ma quel corpo siamo noi. E quando lo attacchiamo, in realtà stiamo attaccando una parte di noi che chiede solo di essere riconosciuta. Il corpo parla quando la mente tace. E dice sempre la verità.

Spesso, dietro a un disturbo alimentare, c’è un trauma, un vuoto relazionale, un’identità fragile, un dolore antico. Ma c’è anche una grande sensibilità, una ricerca profonda di senso, un bisogno autentico di connessione. Il problema non è il cibo. Il problema è tutto ciò che il cibo cerca di nascondere, di anestetizzare, di sistemare.

Guarire da un disturbo alimentare non significa “tornare a mangiare normalmente”. Significa ritrovare un’alleanza con se stessi. Riunire il maschile e il femminile interiori. Dare spazio al sentire, senza perdere il pensiero. Ritrovare fiducia nel corpo, senza paura di ascoltarlo.

È un processo lento, imperfetto, spesso doloroso. Ma è anche un atto di profonda libertà. Non si tratta solo di guarire, ma di rinascere. Di dire: non voglio più combattermi. Voglio capirmi. Voglio accogliermi.

Se stai vivendo un disturbo alimentare, o se ami qualcuno che lo sta vivendo, sappi questo: non sei sbagliato. Il tuo dolore ha un senso, anche se adesso ti sembra incomprensibile. E non sei solo. Ci sono professionisti, reti, storie che possono aiutarti a fare pace con quel corpo che oggi ti fa paura.

Il corpo grida ciò che la mente non sa dire. Perché il corpo non è il problema. È il messaggero. E ascoltarlo può essere il primo passo per tornare a casa.

Legame tra autismo e disturbi alimentari

Legame tra autismo e disturbi alimentariImage©: Mirush_fotografka

Esiste un legame che pochi conoscono tra autismo e disturbi alimentari. Negli ultimi anni, l’interesse scientifico verso la relazione tra disturbi dello spettro autistico (ASD) e disturbi del comportamento alimentare (DCA) è cresciuto significativamente. Sebbene queste due condizioni possano sembrare distinte a prima vista, emergono sempre più evidenze di una sovrapposizione clinica, comportamentale e neurobiologica che merita attenzione, sia in ambito clinico sia nella vita quotidiana delle persone coinvolte.

L’autismo è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da difficoltà nella comunicazione sociale e dalla presenza di comportamenti ripetitivi e interessi ristretti. In molti casi, queste caratteristiche possono influenzare in modo marcato il rapporto con il cibo.

Ad esempio, l’ipersensibilità sensoriale – molto comune nelle persone autistiche – può rendere alcune consistenze, odori o sapori intollerabili. Non è raro che bambini e adulti nello spettro rifiutino interi gruppi alimentari o mangino solo cibi di un colore o una forma specifica. Questo comportamento, spesso definito come “alimentazione selettiva”, può risultare in carenze nutrizionali e compromettere la crescita o la salute generale.

Inoltre, le rigidità cognitive e comportamentali tipiche dell’autismo possono portare a rituali alimentari molto rigidi o alla necessità di mantenere una routine precisa durante i pasti. Qualsiasi variazione può causare ansia o rifiuto del cibo.

Sebbene l’alimentazione selettiva sia comune nei soggetti autistici, non sempre configura un vero e proprio disturbo del comportamento alimentare secondo i criteri diagnostici. Tuttavia, in alcuni casi, i comportamenti alimentari problematici si intensificano fino a rientrare in diagnosi cliniche come:

  • Anoressia nervosa: studi recenti suggeriscono che una percentuale significativa di pazienti con anoressia, soprattutto donne, mostra tratti autistici, anche in assenza di una diagnosi formale. La rigidità cognitiva, l’alessitimia (difficoltà a riconoscere ed esprimere le emozioni) e la tendenza al perfezionismo possono contribuire allo sviluppo e al mantenimento del disturbo.

  • Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (ARFID): questa condizione, inclusa nel DSM-5, è particolarmente rilevante nel contesto dell’autismo. L’ARFID si manifesta con un’eccessiva restrizione alimentare non motivata da paura di ingrassare, ma da fattori sensoriali, traumi legati al cibo o mancanza di interesse per l’alimentazione

Il legame tra autismo e disturbi alimentari esiste, e non è unidirezionale. Se da un lato l’autismo può predisporre a sviluppare un disturbo alimentare, dall’altro l’esperienza di un DCA in adolescenza o età adulta può mascherare – o rendere evidente – tratti autistici precedentemente non diagnosticati.

Inoltre, molte persone autistiche, in particolare donne, sono spesso diagnosticate tardivamente proprio perché i loro sintomi vengono interpretati erroneamente come manifestazioni di ansia, depressione o disturbi alimentari. Questo fenomeno, noto come camouflaging (mascheramento), può ritardare l’accesso a interventi adeguati.

Comprendere l’intreccio che esiste tra autismo e disturbi alimentari è fondamentale per offrire un supporto clinico adeguato. I trattamenti standard per i DCA, infatti, potrebbero non essere efficaci – o addirittura controproducenti – per una persona affetta da un disturbo dello spettro autistico, se non tengono conto delle sue specificità sensoriali, comunicative e cognitive.

È quindi necessario un approccio multidisciplinare e individualizzato, che coinvolga medici, nutrizionisti, psicologi e terapisti occupazionali. L’obiettivo non è solo “normalizzare” l’alimentazione, ma anche promuovere il benessere globale della persona, rispettando le sue modalità uniche di vivere e percepire il mondo.

Il legame tra autismo e disturbi del comportamento alimentare è complesso e ancora in fase di esplorazione, ma riconoscerlo è un primo passo fondamentale per migliorare la diagnosi, il trattamento e la qualità della vita di chi si trova a vivere questa doppia sfida. La sensibilizzazione, la ricerca e una maggiore formazione degli operatori sanitari possono fare davvero la differenza.


disturbi alimentari

Nove verità sui disturbi alimentari

Image ©: Geralt

I disturbi alimentari non sono una questione di vanità o di semplice forza di volontà. Sono condizioni complesse, radicate in un intreccio di fattori biologici, psicologici e sociali. Eppure, nonostante la crescente consapevolezza, molti miti continuano a oscurare la realtà. Oggi voglio raccontarti nove verità sui disturbi alimentari che troppo spesso vengono ignorate.

  1. Non si tratta solo di cibo.
    Dietro l’ossessione per il peso o le calorie si nasconde qualcosa di più profondo: ansia, bisogno di controllo, bassa autostima, dolore emotivo. Il cibo diventa solo lo strumento attraverso cui si esprimono queste fragilità. E non si tratta di scelte, ma di malattie con seri substrati biologici.

  2. Possono colpire chiunque.
    Donne, uomini, adolescenti, adulti, persone di ogni etnia e background: i disturbi alimentari non hanno un volto unico. Pensare che riguardino solo giovani ragazze di livello socioeconomico medio-alto è riduttivo e pericoloso.

  3. Non è necessario essere sottopeso per avere un disturbo alimentare.
    L’immagine dell’anoressia come sinonimo di magrezza estrema è solo una parte della realtà. Molti disturbi, come la bulimia o il binge eating, possono manifestarsi in persone di peso normale o superiore. Il peso non racconta mai tutta la storia.

  4. Sono tra le malattie psichiatriche più letali.
    L’anoressia nervosa ha uno dei più alti tassi di mortalità tra i disturbi mentali, sia per complicanze fisiche che per suicidio. Questo dato ci ricorda l’urgenza di trattarli come problemi seri, non come capricci adolescenziali.

  5. Geni e ambiente giocano entrambi un ruolo importante nello sviluppo di queste malattie.
    La cosiddetta predisposizione genetica da sola non basta a predire chi svilupperà o meno il disturbo. Inoltre molti casi di DCA sono sporadici in quanto non vi sono altri membri della famiglia che hanno mai sofferto di un disturbo similare. Gli studi sui gemelli hanno dimostrato che a parità di genetica le influenze ambientali fanno la differenza nello sviluppare o meno una patologia, e, viceversa, si è visto che a parità di sollecitazioni ambientali soltanto una minoranza degli individui esposti svilupperà dei sintomi.

  6. I social media possono essere un’arma a doppio taglio.
    Se da un lato esistono community di supporto e sensibilizzazione, dall’altro le immagini idealizzate, i “body check” e le mode alimentari estreme propagandate da sedicenti influencers possono alimentare insicurezze e comportamenti disfunzionali. La consapevolezza digitale è fondamentale.

  7. Non sempre si vede dall’esterno.
    Molte persone convivono con un disturbo alimentare senza che il loro corpo rifletta i segni visibili. Un sorriso, un’apparente normalità, possono nascondere una sofferenza invisibile. Non sottovalutiamo mai chi ci sta accanto.

  8. Le famiglie non sono da incolpare, ma da coinvolgere.
    Spesso si tende a puntare il dito contro i genitori o l’ambiente familiare. Sebbene i contesti relazionali abbiano un ruolo, i disturbi alimentari sono multifattoriali. Coinvolgere la famiglia nel percorso di cura è una risorsa preziosa, non una colpa.

  9. La guarigione è possibile, ma non è lineare.
    Chi è sulla strada del recupero può inciampare, ricadere, riprendere fiato e rialzarsi. È un viaggio fatto di alti e bassi, che merita rispetto, pazienza e incoraggiamento. La speranza non è mai vana.

I disturbi alimentari parlano di dolore, ma anche di una profonda richiesta d’aiuto. Ascoltare, comprendere, informarsi sono i primi passi per abbattere lo stigma e aprire la strada al sostegno. Se tu o qualcuno che conosci sta lottando, sappi che chiedere aiuto è un atto di forza, non di debolezza. Queste nove verità derivano da ciò che si è scoperto in decenni di studio su queste patologie e sono da considerarsi informazioni basate sulle evidenze. Diffondile tra le persone che ti sono care.

zolpidem

Zolpidem e abbuffate notturne

Image ©: Mizianitka
I disturbi alimentari sono spesso associati alla luce del giorno, ai pasti saltati o alle abbuffate nascoste. Ma esiste una realtà ancora poco conosciuta che si consuma nel silenzio della notte: il night eating, ovvero le abbuffate notturne. E, quando questo fenomeno si intreccia con l’uso di farmaci come lo zolpidem, i rischi aumentano esponenzialmente.

Lo zolpidem è uno dei sonniferi più prescritti al mondo. Utilizzato per combattere l’insonnia, agisce rapidamente inducendo il sonno, ma può avere effetti collaterali inquietanti, specialmente se usato a lungo termine o senza il controllo medico adeguato. Tra questi effetti, il più allarmante è il comportamento automatico notturno: camminare, abbuffarsi, e perfino guidare mentre si è in uno stato di semi-incoscienza. In particolare, il legame tra zolpidem e abbuffate notturne è poco conosciuto in Italia.

Nel caso delle abbuffate notturne, infatti, il confine tra bisogno fisiologico e comportamento patologico si fa più sfumato. Le persone che soffrono di Night Eating Syndrome (NES) avvertono un impulso incontrollabile a mangiare durante la notte, spesso senza nemmeno rendersene conto. Quando questa sindrome è scatenata dall’assunzione di zolpidem, la situazione si complica: la persona può consumare grandi quantità di cibo in stato di amnesia, svegliandosi il giorno dopo senza averne alcun ricordo, solo con tracce evidenti — confezioni vuote, cucina in disordine, o sensazioni di nausea e vergogna. Il rischio aumenta nel sesso femminile, quando allo zolpidem si associano altri psicofarmaci quali antidepressivi o alcuni neurolettici e quando viene assunto a dosaggi superiori a 10 mg.

Perché si crea questa combinazione esplosiva? Lo zolpidem altera il ciclo sonno-veglia e riduce le barriere cognitive che normalmente ci impediscono di agire sugli impulsi più automatici. Chi già convive con disturbi del comportamento alimentare o con una fragile regolazione emotiva è particolarmente vulnerabile. Il bisogno emotivo di cibo, normalmente “controllato” durante il giorno, può esplodere senza freni nelle ore notturne, trasformando il sonno in un incubo di cui spesso non si ha memoria.

Le conseguenze? Oltre all’aumento di peso non controllato, chi vive episodi di night eating sotto l’effetto di zolpidem può sviluppare problemi metabolici seri, aggravare la propria autostima già compromessa, e alimentare un ciclo di ansia, colpa e restrizione alimentare diurno. Questo peggiora ulteriormente il disturbo alimentare di base o rischia di scatenarne uno, creando una spirale difficile da interrompere. La situazione è talmente seria che recentemente la FDA statunitense ha emesso una nota specifica a proposito del rischio che la prescrizione di sonniferi possa scatenare disturbi alimentariscatenare disturbi alimentari.

Come intervenire? La prima arma è la consapevolezza. Se ti accorgi di mangiare durante la notte senza ricordarlo, o se noti segnali sospetti, parlane subito con un medico. Non sospendere mai lo zolpidem da sola: l’interruzione brusca può causare sintomi di astinenza severi. È fondamentale costruire un percorso personalizzato che affronti sia l’insonnia che il disturbo alimentare, magari attraverso un mix di terapia cognitivo-comportamentale, interventi nutrizionali mirati e, se necessario, una revisione farmacologica.

disturbi alimentari

Un segreto per guarire dai disturbi alimentari

disturbi alimentariImage ©: Roszie

Quando è stata l’ultima volta che ti sei congratulata con te stessa? Pensaci un attimo: quante volte hai aspettato l’approvazione degli altri per sentirti soddisfatta? Quante volte hai nascosto la tua gioia per paura di sembrare presuntuosa? Quante volte hai abbassato il volume della tua felicità per non disturbare chi ti stava accanto? Ecco, è arrivato il momento di cambiare e guarire dai disturbi alimentari.

Imparare a congratularsi con se stessi è una delle forme più pure di autoguarigione dai disturbi alimentari. Quando sei tu la prima a emozionarti per i tuoi risultati, stai dicendo al tuo cuore: “Ti vedo. Riconosco quanto hai faticato. Sono fiera di te”. E questo vale per ogni conquista: una promozione, una scelta difficile presa con coraggio, un giorno in cui sei riuscita ad alzarti dal letto nonostante il peso sul petto.

Non servono medaglie o applausi. Basta uno sguardo sincero e la volontà di riconoscere il proprio valore. Perché la verità è semplice: se non sei tu la prima a credere in te stessa, chi dovrebbe farlo al posto tuo?

Se non celebri tu le tue vittorie, chi potrà mai farlo davvero nel modo giusto? Spesso abbiamo imparato a minimizzare i nostri successi, come se fossero banali o immeritati. Ma ogni passo avanti è una battaglia vinta contro il dubbio, la paura, la stanchezza. Ogni conquista è un segnale che stiamo andando nella direzione giusta. E se impariamo a riconoscerla, quella direzione diventerà più chiara, più forte, più luminosa.

Congratularsi con se stessi è anche un atto rivoluzionario in una società che ci spinge a guardare sempre fuori, a confrontarci, a rincorrere standard esterni. Tu non sei una copia sbiadita di qualcun altro. Sei un essere unico, con il tuo ritmo, i tuoi sogni, le tue ferite e le tue rinascite. Ed è proprio da lì che parte la vera forza: dal riconoscersi, dall’accogliersi, dal valorizzarsi.

Quindi sì, la prossima volta che raggiungi qualcosa – anche se sembra piccola agli occhi del mondo – festeggia. Con un sorriso, con un pensiero, con un gesto che ti dica “ce l’hai fatta”. Non aspettare l’approvazione degli altri per sentirti legittimata a essere fiera di te.

Impara ad applaudire te stessa. Perché ogni applauso interiore è un punto in più sulla strada della guarigione dai disturbi alimentari. E tu, te lo meriti davvero.

La chirurgia bariatrica

Image ©: Domkarch
La chirurgia bariatrica rappresenta una delle soluzioni più efficaci per il trattamento dell’obesità patologica che non risponde ai trattamenti tradizionali. Promette benefici significativi sulla perdita di peso e sulla riduzione delle comorbidità quali diabete, ipertensione e apnea notturna. Tuttavia, si tratta di un intervento chirurgico complesso che comporta diversi rischi e non è adatto a tutti i pazienti.

La corretta selezione dei candidati è un elemento chiave per il successo della procedura e per la prevenzione di complicanze a lungo termine. In questo articolo analizzeremo i rischi associati alla terapia bariatrica, le sfide nella scelta dei pazienti e le possibili complicazioni post-operatorie.

Non tutti i pazienti obesi sono idonei per la chirurgia bariatrica. La selezione viene effettuata in base a criteri ben definiti, come:

  • Indice di Massa Corporea (BMI): Generalmente, la chirurgia è raccomandata per pazienti con un IMC superiore a 40 o superiore a 35 se accompagnato da gravi patologie correlate all’obesità.
  • Condizioni di salute preesistenti: Alcune malattie croniche possono rendere l’intervento più rischioso o meno efficace. Ad esempio, pazienti con disturbi cardiaci severi, insufficienza renale o problemi epatici avanzati potrebbero non essere buoni candidati.
  • Stabilità psicologica: L’obesità spesso è legata a disturbi dell’alimentazione o problemi psicologici. I pazienti con depressione grave, disturbi d’ansia non trattati o disturbi alimentari attivi potrebbero non essere idonei, a meno che non vengano supportati con un adeguato percorso psicologico pre-operatorio.
  • Capacità di seguire le linee guida post-operatorie: La chirurgia bariatrica richiede un impegno a lungo termine per adottare nuove abitudini alimentari e uno stile di vita più sano. Pazienti che non sono disposti o in grado di seguire queste indicazioni rischiano di non ottenere risultati soddisfacenti o di sviluppare complicanze.

Uno dei problemi più comuni nella selezione dei pazienti consiste nel sottovalutare gli aspetti psicologici ed emotivi. Alcuni pazienti vedono la chirurgia come una soluzione “magica” alla loro condizione senza comprendere che richiede un cambiamento radicale nel rapporto con il cibo e con il proprio corpo. Questo può portare a risultati deludenti o addirittura a problemi più gravi nel lungo periodo.

Fatte salve le eventuali complicanze chirurgiche immediate, anche quando l’intervento è tecnicamente riuscito, i pazienti possono dover affrontare problemi quali:

  • Deficienze nutrizionali, in quanto il ridotto assorbimento di nutrienti può portare a carenze di ferro, calcio, vitamina B12 e altri elementi essenziali
  • Dumping syndrome, derivante dal fatto che in certi casi il cibo passa troppo velocemente dallo stomaco all’intestino, causando sintomi come nausea e debolezza
  • Reflusso gastroesofageo, causato dall’alterazione del transito alimentare che porta alcuni pazienti a sviluppare un aumento del reflusso acido
  • Disbiosi intestinali, causate dalla profonda alterazione del transito degli alimenti nel tubo gastrointestinale che si verifica in alcuni interventi

E infine, la drastica perdita di peso può avere un impatto significativo sulla salute mentale consistenti in depressione e ansia, derivante dal fatto che alcuni pazienti si trovano a lottare con emozioni negative, specialmente se la perdita di peso non porta il miglioramento emotivo sperato. O ancora, nello sviluppo di disturbi dell’alimentazione anche in pazienti che ne erano privi, in quanto il cambiamento nelle abitudini alimentari può portare a comportamenti alimentari disfunzionali.

Quindi, la chirurgia bariatrica può offrire benefici significativi, ma non è una scelta da prendere alla leggera. La corretta selezione del paziente è fondamentale per minimizzare i rischi e garantire il successo dell’intervento. È essenziale che chiunque stia considerando questa opzione si informi adeguatamente, discuta con il proprio medico e sia consapevole delle sfide fisiche e psicologiche che dovrà affrontare.

 

DCA e disturbi della personalità

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Esiste un legame complesso tra i disturbi alimentari (DCA) e i disturbi della personalità. Un legame che spesso viene sottovalutato anche da clinici esperti e che è responsabile di molti insuccessi terapeutici.

I disturbi alimentari non sono solo una questione di dieta, peso o immagine corporea. Dietro questi comportamenti si celano spesso dinamiche psicologiche profonde, tra cui veri e propri disturbi della personalità. Ma in che modo questi due mondi si intrecciano?

Chi soffre di un disturbo della personalità tende ad avere un’immagine di sé instabile, difficoltà nelle relazioni e modalità di pensiero disfunzionali. Questi stessi aspetti emergono anche nei disturbi alimentari, rendendo il legame tra le due problematiche particolarmente forte. Alcuni studi dimostrano che fino al 50% delle persone con anoressia, bulimia o disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder) presenta anche un disturbo di personalità. Ma quali sono le correlazioni più comuni? Vediamole in ordine di frequenza esaminando per ciascuna i possibili punti di contatto con i DCA.

Disturbo Borderline di Personalità (DBP): l’impulsività, l’instabilità emotiva e il senso cronico di vuoto possono manifestarsi con abbuffate seguite da condotte compensatorie (vomito, digiuno o eccessivo esercizio fisico). Chi soffre di DBP spesso usa il cibo come mezzo per regolare le proprie emozioni.

Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (DOC): il perfezionismo rigido e il bisogno di controllo possono portare a diete estreme e schemi alimentari rigidissimi, favorendo disturbi come l’anoressia nervosa restrittiva.

Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP): l’ossessione per l’immagine e il desiderio di approvazione possono alimentare comportamenti alimentari disfunzionali, come restrizioni severe o episodi di abbuffate segrete per mantenere un’immagine “perfetta” agli occhi degli altri.

Disturbo Evitante di Personalità (DEP): il forte senso di inadeguatezza e la paura del giudizio possono portare a relazioni problematiche con il cibo, tra isolamento sociale e abbuffate solitarie.

Questa comorbidità che esiste tra DCA e disturbi della personalità ha profonde implicazioni anche sulla terapia. Molti trattamenti per i disturbi alimentari si concentrano sulla dieta e sulle abitudini alimentari, trascurando le radici psicologiche profonde del problema. Affrontare anche i tratti di personalità disfunzionali può rendere il trattamento più efficace e prevenire le ricadute.

Questo è il motivo per cui vi sono alcune terapie che dovrebbero sempre essere incluse nel piano di trattamento dei pazienti che soffrono di disturbi alimentari associati a disturbi della personalità. Tra questi ne citiamo in particolare quattro. Innanzitutto la Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT) e la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) che rappresentano strumenti preziosi per i pazienti che presentano tratti borderline o impulsivi. Poi vi è la Terapia Schema-Focused che aiuta chi lotta con perfezionismo e rigidità eccessiva. E infine le terapie basate sulla regolazione emotiva che sono fondamentali per chi usa il cibo come valvola di sfogo emotivo.

Capire il legame tra disturbi della personalità e disturbi alimentari significa smettere di vedere il cibo come il vero problema e iniziare a lavorare sulla mente e sulle emozioni. Il primo passo? Un approccio terapeutico che guardi alla persona nella sua interezza.

Se questo argomento ti interessa, condividi il post e aiutaci a sensibilizzare su questa connessione ancora troppo poco considerata!

Ridefinire l’obesità

ridefinire obesità

Ridefinire l’obesità. Per molti anni si è ritenuto che il modo migliore per diagnosticare l’obesità fosse la misura del BMI (Indice di Massa Corporea), in quanto considerato un metodo  semplice ed economico. Si tratta di una misura sulla quale siamo sempre stati abbastanza critici, per lo meno per quanto riguarda le obesità di grado lieve o medio (quelle che nel nostro paese rappresentano la quota più diffusa negli individui affetti da questa problematica).

Abbiamo più volte sostenuto che la semplice misura del BMI non permette di valutare adeguatamente lo stato di salute di una persona e che pertanto il fatto di basarsi soltanto su questo dato poteva portare a errori diagnostici, sia di sottostima che di sovrastima della gravità del problema.Si pensi a individui dotati di elevate masse magre che possono falsare in eccesso la misura del BMI. O, viceversa, a individui che hanno un BMI relativamente basso ma che presentano una quota elevata di grasso viscerale.

Image ©: The Lancet

Oggi, finalmente, qualcuno ci dà ragione e dobbiamo Ridefinire l’obesità. In un articolo uscito questo mese, la commissione per lo studio dell’Endocrinologia e del Diabete della rivista The Lancet ha proposto che, al di là della misura del BMI, la diagnosi di obesità debba essere confermata dalla contemporanea misurazione della circonferenza vita, o dal rapporto vita/fianchi, o vita/altezza. In alternativa si consiglial’esecuzione di una DEXA al fine di avere una misurazione più attendibile del livello di grasso corporeo.

In questo modo, finalmente, si è deciso che la diagnosui deve basarsi sulla quantità di grasso effettivamente presente nel corpo dell’individuo (in particolare a livello viscerale) anzichè su una generica misurazione della massa corporea. La commissione ha inoltre suggerito due nuove categorie di obesità, basate su misure oggettive di malattia ottenute mediante questi metodi.

La prima categoria è chiamata “obesità clinica”, per le persone che hanno già una malattia cronica associata all’obesità. E la seconda categoria è chiamata “obesità preclinica” e significherebbe che una persona ha rischi elevati di sviluppare una condizione di salute a causa del suo livello di grasso corporeo. Due modifiche per Ridefinire l’obesità che faranno la differenza soprattutto in termini di prevenzione delle complcanze.

A proposito di pregorexia

pregorexiaImage ©: Zeshdo

La pregorexia, termine che deriva dalla fusione delle parole anglosassoni “pregnancy” (gravidanza) e “anorexia” (anoressia), è un disturbo alimentare che colpisce alcune donne durante la gravidanza. Questo fenomeno, seppur poco comune, sta attirando la nostra attenzione per le gravi implicazioni che comporta sia per la madre che per il bambino, dato che ne abbiamo seguiti alcuni casi nel corso dell’ anno.

In pratica, la pregorexia si manifesta con una preoccupazione ossessiva per il peso e la forma del corpo durante la gravidanza. Le donne che ne soffrono tendono a limitare drasticamente l’assunzione di cibo, a esercitarsi in modo eccessivo, e a evitare di aumentare di peso in modo appropriato. Tutto ciò avviene nonostante la gravidanza richieda un aumento di peso controllato per garantire lo sviluppo del feto e il benessere della madre.

Le cause della pregorexia sono multifattoriali. Alcune donne possono sviluppare questo disturbo a causa di pressioni sociali e culturali che enfatizzano l’importanza della magrezza anche durante la gravidanza. I social media, in particolare, giocano un ruolo significativo, mostrando immagini di celebrità e influencer che sembrano mantenere corpi magri durante e dopo la gravidanza. Una storia pregressa di disturbi alimentari non risolti può aumentare anch’essa il rischio di sviluppare la pregorexia.

Le conseguenze per la salute sono potenzialmente devastanti. Per la madre, il rischio include malnutrizione, debolezza muscolare, perdita di densità ossea e complicazioni durante il parto. Per il feto, invece, possono verificarsi problemi di crescita, basso peso alla nascita, parto prematuro e problemi cognitivi o di sviluppo a lungo termine.

Riconoscere e affrontare la pregorexia è fondamentale. I medici, le ostetriche e i professionisti della salute mentale devono prestare attenzione ai segnali di questo disturbo, che possono includere un’insufficiente crescita del peso durante la gravidanza, commenti ossessivi sul proprio corpo o comportamenti alimentari restrittivi.

Il trattamento della pregorexia richiede, come per gli altri DCA, un approccio multidisciplinare che dovrebbe includere consulenze nutrizionali, supporto psicologico e terapia cognitivo-comportamentale. Non si tratta però di un percorso facile che dovrà necessariamente essere esteso anche al post-partum e ai primi anni di vita del neonato.

La gravidanza è un periodo unico nella vita di una donna, durante il quale il corpo si adatta per creare una nuova vita. È fondamentale ricordare che prendersi cura del proprio corpo in questo periodo non significa solo nutrire se stessi, ma anche il proprio bambino. La salute e il benessere devono essere sempre la priorità, superando l’ossessione per standard estetici irrealistici. Passate parola!

Influenze pericolose

influenze pericoloseImage ©: Geralt

L’ascesa degli influencers sui social media ha profondamente trasformato il modo in cui percepiamo bellezza, successo e stili di vita. Tuttavia, questa influenza può avere effetti negativi, specialmente sui più giovani, contribuendo all’insorgere o al peggioramento di molti disturbi psichici, tra cui anche i disturbi del comportamento alimentare (DCA).

Molti influencer promuovono ideali di bellezza irrealistici, spesso costruiti attraverso immagini filtrate, ritoccate e lontane dalla realtà. Questa costante esposizione a corpi perfetti e vite apparentemente impeccabili alimenta insicurezze, insoddisfazione corporea e bassa autostima. Altri invece descrivono in dettaglio il proprio disagio psichico scatenando meccanismi imitativi tra gli utenti più fragili.  Numerosi studi dimostrano che tali dinamiche possono incrementare il rischio di sviluppare DCA come anoressia, bulimia e binge eating.

Un problema frequente è la diffusione di diete estreme e consigli alimentari non qualificati. Influencer senza competenze specifiche promuovono restrizioni caloriche, digiuni o prodotti dimagranti, presentandoli come soluzioni rapide per ottenere il corpo ideale. Questi contenuti possono indurre comportamenti alimentari pericolosi, in particolare tra gli adolescenti, che sono più vulnerabili alla pressione sociale.

Anche chi opera nel settore del fitness o del benessere, pur senza intenzioni dannose, può contribuire al problema. L’eccessiva enfasi sul “corpo perfetto” come sinonimo di successo e felicità rinforza l’idea che il valore personale dipenda dall’aspetto fisico. Questo messaggio, ripetuto incessantemente, può avere conseguenze devastanti sulla salute mentale dei followers.

Tuttavia, non tutti gli influencers hanno un impatto negativo. Alcuni utilizzano le loro piattaforme per sensibilizzare sui DCA, promuovere l’accettazione del proprio corpo e condividere esperienze personali di guarigione. Questi creators, consapevoli della loro influenza, possono aiutare a contrastare i messaggi tossici e a diffondere contenuti che promuovono benessere e autostima.

Per affrontare il problema, è necessario un intervento collettivo. I social media dovrebbero rafforzare i regolamenti contro contenuti che promuovono ideali irrealistici o comportamenti pericolosi. Gli influencers a loro volta dovrebbero assumersi la responsabilità del loro impatto, collaborando con esperti per diffondere messaggi informati e positivi. Allo stesso tempo, genitori, educatori e professionisti della salute mentale devono educare i giovani a sviluppare un pensiero critico e un rapporto sano con il proprio corpo.

I social media possono essere uno strumento potente, ma è fondamentale che vengano utilizzati con consapevolezza per creare un ambiente che ispiri crescita, equilibrio e inclusività, anzichè disagio.

© Copyright - Anoressia Bulimia | Dr. Fabio Piccini | Medico, Psicoterapeuta e Psicoanalista
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