Farmaci e disturbi alimentari: cosa sapere

Psicofarmaci e disturbi alimentari: facciamo chiarezza

Farmaci e disturbi alimentari: cosa sapereImage ©: melyserna

In questo articolo cercherò di fare chiarezza sui farmaci utilizzati nei disturbi alimentari. SI tratta di un argomento delicato perché, quando si parla di disturbi alimentari, il tema “farmaci sì o farmaci no?” accende subito discussioni accese. C’è chi pensa che “basti la forza di volontà”, chi teme che gli psicofarmaci “cambino la personalità”, e chi spera in una pillola magica che faccia sparire di colpo abbuffate, vomito o ossessioni sul cibo.

La verità, come quasi sempre in psichiatria, è più sfumata. I farmaci non curano da soli un disturbo alimentare, ma possono diventare un tassello fondamentale del percorso, soprattutto quando ci sono comorbidità importanti quali depressione, ansia, DOC, disturbi di personalità, abuso di sostanze, instabilità dell’umore.

In questo post vi porterò “dietro le quinte” di ciò che usiamo più spesso nella pratica clinica, con un linguaggio il più diretto possibile, ma rigoroso. Prima distinzione importante:

  • I farmaci non sostituiscono la psicoterapia e il lavoro nutrizionale.

  • I farmaci possono aiutare a ridurre sintomi specifici che mantengono la malattia (ossessioni, impulsività, umore depresso, ansia devastante).

In altre parole: non “guariscono dall’anoressia” o “guariscono dalla bulimia”, ma creano le condizioni mentali perché la persona possa lavorare meglio in terapia e nel quotidiano. In questo senso, il blocco di partenza è costituito dagli antidepressivi SSRI. Gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) sono infatti i farmaci più utilizzati nei disturbi alimentari, soprattutto quando ci sono:

  • Bulimia nervosa

  • Disturbo da binge-eating

  • Depressione e ansia associate a un disturbo alimentare

Uno degli SSRI più studiati nella bulimia è la fluoxetina, spesso a dosaggi più elevati rispetto a quelli impiegati nella depressione. Può aiutare a ridurre frequenza e intensità di abbuffate e condotte di compenso, migliorare il tono dell’umore e ridurre pensieri ossessivi legati al peso e al cibo

Altri SSRI usati (sempre su valutazione psichiatrica) includono sertralina, escitalopram, paroxetina, citalopram.

Nel disturbo da alimentazione incontrollata (o binge-eating), gli SSRI possono ridurre le abbuffate, soprattutto quando c’è una componente depressiva o ansiosa di fondo. Talvolta si usano anche altri antidepressivi (es. alcuni SNRI come la venlafaxina) se sono presenti dolore cronico, ansia marcata o caratteristiche cliniche specifiche. Punto chiave: l’antidepressivo non viene prescritto “perché sei debole”, ma perché il sistema nervoso è incastrato in circuiti di ansia, ossessione e umore depresso che alimentano il disturbo.

Nell’anoressia nervosa il ruolo dei farmaci è più complesso. Con un peso molto basso, il cervello è letteralmente “a dieta forzata” di nutrienti: molti farmaci funzionano peggio e possono risultare più rischiosi. Gli antidepressivi possono essere considerati dopo un parziale recupero ponderale, soprattutto se persistono depressione, ansia intensa o DOC.

A volte, in questi casi, si utilizzano antipsicotici atipici a basso dosaggio (es. olanzapina, brexpiprazolo, ecc.) per ridurre l’ansia estrema legata al cibo, attenuare la rigidità del pensiero e l’ossessione per il controllo, e favorire indirettamente il recupero del peso.

Questa non è una scelta che nasce dal fatto che “sei psicotico”, ma dal fatto che questi farmaci agiscono su sistemi dopaminergici e serotoninergici che modulano la rigidità, l’ansia e la percezione del corpo.
Ovviamente, vanno monitorati con estrema attenzione (metabolismo, ECG, ecc.).

Nei disturbi alimentari con forte impulsività, autolesionismo e sbalzi d’umore (per esempio quando coesiste un disturbo borderline di personalità) possiamo valutare anche stabilizzatori dell’umore (come lamotrigina, acido valproico, litio, a seconda del quadro clinico). Non “aggiustano il carattere”, ma riducono l’intensità delle tempeste emotive che spesso scatenano abbuffate, vomito o comportamenti a rischio.

Se il disturbo alimentare si intreccia con un disturbo d’ansia generalizzato, un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) o con attacchi di panico, gli SSRI sono spesso la prima scelta. Nei casi più resistenti, si possono aggiungere antipsicotici in piccole dosi come potenziamento terapeutico. Le benzodiazepine, invece, si usano con molta cautela (se possibile per brevi periodi) per via del rischio di dipendenza.

Sempre più spesso vediamo la coesistenza tra ADHD e disturbi alimentari, soprattutto nel binge-eating e nella bulimia. E qui entrano in gioco anche i farmaci per l’ADHD (es. stimolanti o non stimolanti), che possono migliorare attenzione e controllo degli impulsi e ridurre il mangiare impulsivo, ,a la gestione è delicata, soprattutto se ci sono condotte restrittive o abuso di sostanze.

Ed ora qualche suggerimento pratico. Se tu o qualcuno che conosci sta lottando con un disturbo alimentare e ti stai chiedendo se i farmaci possano aiutare, parlane apertamente con lo specialista. Segnati domande e timori: “Questo farmaco a cosa serve esattamente nel mio caso?”, “Quali sono i possibili effetti collaterali?”, “In che tempi potrei aspettarmi un beneficio?”

Importantissimo! Non interrompere mai da soli la terapia farmacologica. Soprattutto con antidepressivi e stabilizzatori dell’umore, uno stop brusco può risultare controproducente e comportare effetti collaterali. Ogni modifica andrebbe apportata insieme al curante.

E comunque bisogna sempre ricordare che il farmaco è solo una parte del lavoro e che nessuna molecola potrà mai sostituire la psicoterapia (individuale, di gruppo, familiare), il lavoro nutrizionale con un professionista o gli interventi sul contesto di vita, sulle relazioni, sullo stress.

Il corpo come avatar

Il corpo come avatar: disturbi alimentari nell’era digitale

Il corpo come avatarImage ©: 3D_Realistix

Oggi parliamo del corpo come avatar e dei disturbi alimentari nell’era digitale. Ti è mai capitato di guardare il tuo avatar in un videogioco o su una piattaforma social e pensare: “Magari il mio corpo fosse così”?

Se la risposta è sì, sappi che è molto più comune di quanto immagini. E non riguarda solo l’ego o la vanità, ma tocca il modo in cui percepiamo il nostro corpo in un’epoca in cui l’identità digitale pesa quanto – e a volte più – di quella fisica.

Da psicoterapeuta che si occupa di disturbi alimentari, sto vedendo una trasformazione silenziosa ma potente: il corpo non è più soltanto qualcosa che viviamo, ma qualcosa che progettiamo, quasi fosse un personaggio di un videogioco. E quando il corpo reale non coincide con quello digitale… iniziano i problemi.

Siamo cresciuti a selfie e filtri, ma il metaverso ha fatto un ulteriore passo: ci permette di creare un corpo come se fosse un progetto grafico. Puoi essere altissima, magrissima, muscolosa, filiforme, fluida, androgina, ibrida… tutto. Non è solo libertà creativa, è un nuovo modo di esistere.

Il punto è che questo corpo digitale spesso diventa una versione idealizzata, una sorta di sogno lucido di ciò che vorremmo essere. E quando torniamo nel corpo reale – quello che suda, che ha fame, si stanca, cambia – può emergere una discrepanza fastidiosa; a volte dolorosa.

Nelle sedute di terapia sento spesso cose del tipo: “Il mio avatar è la versione di me che nessuno potrà mai rifiutare.” Oppure: “Quando sono online, mi sento leggerə, fuori dal corpo. Nella vita vera mi sento pesante.” È qui che il rischio dei disturbi alimentari entra in gioco. L’avatar diventa un modello irraggiungibile che cerchiamo di imitare con la dieta, l’allenamento, la restrizione, l’ossessione del controllo.

Non succede da un giorno all’altro. È un processo sottile, che inizia con il confronto:

  • tra ciò che siamo e ciò che “potremmo essere”

  • tra corpi reali e corpi digitali

  • tra sensazioni fisiche e performance visive

E a un certo punto il corpo reale sembra quasi un bug, un errore di rendering. In più, il metaverso e i social alimentano un circolo vizioso: feedback immediati, avatar iperperfetti, estetiche irrealistiche. Tutto questo può amplificare la vergogna, l’insoddisfazione e la disconnessione da ciò che si prova davvero.

La buona notizia è che l’avatar non deve necessariamente essere un nemico. Anzi, in terapia può diventare un alleato sorprendente. L’immagine digitale che scegli dice molto di te: cosa desideri, quali parti senti bloccate, cosa vorresti sperimentare senza la paura del giudizio. L’obiettivo non è somigliare al proprio avatar, ma capire perché quel corpo digitale ci rappresenta, cosa esprime che il corpo reale non riesce.

È un lavoro di integrazione, non di perfezione fisica. L’essenza è questa: non siamo costretti a scegliere tra “io reale” e “io digitale”. Possiamo imparare a farli dialogare. E parallelamente, c’è un cammino prezioso da fare: tornare ad abitare il corpo reale. Non come oggetto da perfezionare, ma come luogo vivo, fatto di sensazioni, limiti, storia.

Se ti rendi conto che il corpo digitale pesa più del tuo corpo reale, puoi partire da alcune domande come queste:

  • Che sensazione provo quando mi guardo allo specchio dopo aver trascorso del tempo nel metaverso?

  • Quanta parte del mio umore dipende dall’immagine che presento online?

  • Mi è capitato di modificare il mio modo di mangiare o di allenarmi per avvicinarmi al mio avatar?

Sono domande semplici ma scomode, che spesso aprono scenari importanti. Poi, a piccoli passi:

  • Riduci il bombardamento visivo se noti che, dopo aver utilizzato certe piattaforme, ti senti a terra.

  • Riporta l’attenzione sul corpo con gesti quotidiani: mangiare senza schermi, respirare profondamente, muoverti senza obiettivi estetici.

  • Parlane con qualcuno che non ti dica “ma sì, è solo un gioco”. Ovvero, se senti che il rapporto con il cibo o col corpo sta diventando un pensiero fisso, cerca un aiuto professionale. Non perché “sei grave”, ma perché meriti di stare meglio.

Il metaverso, gli avatar, le identità digitali, sono strumenti potentissimi. Possiamo usarli per esplorare chi siamo, per giocare, per creare. Ma non possono sostituirci. Il corpo reale non è un downgrade. È il posto in cui viviamo davvero, quello che sente, che soffre, che si emoziona, che ci accompagna.

L’avatar può talvolta essere un racconto di te, ma mai un verdetto su di te. E se inizi a guardarlo così, può diventare una porta verso la cura, anziché un recinto che ti imprigiona.

I disturbi alimentari nascosti nel mondo del Gaming

I disturbi alimentari nascosti nel mondo del Gaming

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Mai sentito parlare dei disturbi alimentari nascosti nel mondo gaming? Se sei un gamer, probabilmente ti è capitato di dirlo: “Solo un’altra partita e poi vado a mangiare.”
Ma poi ne arriva un’altra. E un’altra ancora. Alla fine ti ritrovi alle tre del mattino, con lo stomaco che brontola e la scrivania piena di lattine vuote.

Nel mondo degli e-sport — e persino tra chi gioca “solo” per passione — il rapporto con il cibo diventa spesso disfunzionale. Non per scelta o superficialità, ma per come funziona la mente sotto pressione. Le ore di gioco, l’adrenalina costante, la paura di “staccare” e perdere ritmo: tutto questo spinge a ignorare i segnali di fame, a rimandare i pasti, a compensare poi con abbuffate o con dosi eccessive di caffeina.

Dietro la performance digitale (come in quelle fisiche del resto) c’è un corpo che vive nel mondo reale, anche se a volte ce lo dimentichiamo. Molti gamer professionisti mi raccontano di come “il tempo sparisca” quando sono concentrati. E in effetti è così: quando siamo immersi in una partita competitiva, il cervello è bombardato di dopamina, adrenalina e cortisolo. Queste sostanze spengono temporaneamente la percezione della fame e creano un senso di “urgenza continua”.

Finisce che il corpo aspetta, aspetta, e poi pretende: “Ora mi devi nutrire!” — e lo fa in modo impulsivo, portando spesso a episodi di binge eating, cioè di abbuffate incontrollate. Dall’altro lato, c’è chi vive la fame come un fastidio o una distrazione e tende a saltare pasti per “restare leggero”, o chi tiene in piedi tutto con energy drink e caffè, come se la caffeina fosse un carburante infinito. Spoiler: non lo è.

Il risultato? Una montagna russa energetica. Ti senti lucido per un’ora, poi crolli. Ti riempi di stimolanti per risalire, ma il sonno ne risente, e con lui la capacità di concentrazione. È un circolo vizioso che, nel tempo, mina la performance più di quanto la migliori. Spesso, quando parlo con i gamer, emerge una convinzione implicita: “Se sto attento a mangiare e dormire, perdo tempo utile all’allenamento.”
In realtà è l’opposto.

Il cervello, proprio come una scheda grafica, ha bisogno di energia costante per funzionare al massimo. Un’alimentazione regolare, con snack equilibrati e pause mirate, può tradursi in:

  • una concentrazione più stabile,

  • tempi di reazione più rapidi,

  • meno tilt durante gli scontri,

  • e soprattutto un recupero cognitivo migliore dopo ore di gioco.

Mangiare in modo consapevole non è “una distrazione”: è una strategia di performance. Chi riesce a integrare alimentazione e allenamento mentale spesso scopre di avere una lucidità nuova, anche nei momenti di stress o in un match decisivo. Dunque, cosa bisogna fare per affrontare i disturbi alimentari nascosi nel mondo del gaming? Non serve rivoluzionare tutto da un giorno all’altro. Si può iniziare da cose minuscole, ma costanti.

Ad esempio, prova a programmare il cibo come fosse un cooldown: ogni tot ore, una pausa breve, anche solo per bere o fare uno snack veloce. Non serve cucinare da chef — bastano combinazioni semplici come yogurt e frutta, pane integrale e burro d’arachidi, o una banana e un po’ di frutta secca.

Un altro trucchetto: bevi un sorso d’acqua a ogni respawn o cambio di lobby. È un modo facile per ricordarti di idratarti senza dover “pensare” troppo. E per quanto riguarda la caffeina… mettila “sotto contratto”. Decidi in anticipo quando la usi e quando no. Se inizi a berla solo per tenerti sveglio, è già un segnale che il corpo è in affanno.

Infine, se ti capita di abbuffarti, niente panico e niente sensi di colpa. Il binge eating non è “mancanza di forza di volontà”, è spesso una risposta a una lunga restrizione o a un eccesso di stress. La soluzione non è punirti, ma ricominciare a mangiare regolarmente nei giorni successivi.

Se però noti che il tuo rapporto con il cibo ti sfugge di mano, e i binge divengono frequenti o se senti di non avere controllo su caffeina e fame, parlarne con uno psicoterapeuta o un nutrizionista esperto in disturbi alimentari è il passo più efficace — e più “pro” — che puoi fare.

Non devi arrivare a un punto di crisi per meritare supporto. I disturbi alimentari nei gamer sono reali, ma spesso invisibili, nascosti dietro monitor e routine competitive. Riconoscerli non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. Il mondo del gaming è ancora giovane, ed è necessario imparare a bilanciare performance e salute mentale. Imparare a nutrirsi bene non serve solo a “stare meglio”: serve a giocare più a lungo, con più lucidità e meno stress. Perché, alla fine, anche il miglior player del mondo ha bisogno di un corpo che regga il ritmo della sua mente.

Mangiare luce. Pseudoscienze e disturbi identità

Mangiare luce: l’ascesa delle pseudoscienze alimentari nei disturbi dell’identità

Image ©: ReenablackMangiare luce. Pseudoscienze e disturbi identità

In questo post voglio parlarvi dell’ascesa delle pseudoscienze alimentari nei disturbi dell’identità. Il motivo è che negli ultimi anni ho visto diffondersi online una quantità di racconti seducenti: persone che dichiarano di vivere “di prana”, influencer che giurano di “resettare l’anima” con digiuni interminabili, community che promettono purezza e identità nuova attraverso regimi alimentari sempre più ristretti.

È il cosiddetto fascino del mangiare luce, un ombrello che include il Breatharianesimo, le diete estreme e la spiritualizzazione del digiuno estremo. Il problema? Queste narrazioni, pur presentandosi come percorsi di crescita, spesso alimentano disturbi dell’identità e disturbi alimentari. L’idea di “purificarsi” fino a diventare eterei rischia di trasformarsi in una gabbia: meno mangio, più valgo, più divengo “vero”. Un’equazione tossica.

Il Breatharianesimo sostiene che si possa vivere senza cibo (e talvolta senza acqua), nutrendosi soltanto di energia vitale. Non esistono prove scientifiche che lo supportino; esistono, invece, rischi medici gravissimi (malnutrizione, squilibri elettrolitici, complicanze cardiache). Dietro al linguaggio spirituale, spesso si nasconde una negazione del corpo—e quando l’identità è fragile, l’idea di trascenderlo diventa un’illusione seducente.

Quando l’identità è incerta, pensiamo a periodi di transizione, rotture, burnout, traumi, il bisogno di controllo, appartenenza e significato cresce. Le pseudoscienze alimentari offrono:

  • Controllo totale: “Se controllo il cibo, controllo la vita”. Ridurre l’assunzione diventa un modo rapido (e pericoloso) per sentire potere.

  • Purezza morale: il cibo non è più nutrimento, ma peccato o virtù. Nasce la spiritualizzazione del digiuno: meno mangio, più divengo “elevato”.

  • Identità di gruppo: community online offrono appartenenza, lessico comune, rituali, del tipo: “Noi capiamo la verità, gli altri dormono”.

  • Pensiero magico: promessa di trasformazione istantanea (“digiuna tre giorni e rinascirai”).

  • Dissociazione dal corpo: in chi ha storia di trauma, il corpo può essere vissuto come estraneo; affamarlo diventa un modo di non sentirlo.

Il digiuno ha radici culturali e religiose complesse; praticato in modo breve e consapevole, con indicazioni mediche, può avere significati personali legittimi. Ma nella versione social—challenge prolungate, “water fasting” di settimane, “dry fasting” come prova di purezza—si scivola presto in condotte disfunzionali che rinforzano sintomi ansiosi, depressivi e ossessivo-compulsivi. Quali?

  • Diminuzione rapida di peso, stanchezza estrema, capogiri, sincope.

  • Ossessioni su “cibi impuri”, rituali rigidi, conteggi maniacali.

  • Isolamento sociale: rifiuto di pasti in compagnia per “non contaminarsi”.

  • Linguaggio assolutista (“tutto o niente”, “puro/impuro”).

  • Segretezza, bugie su ciò che si mangia, pratica di digiuni prolungati non condivisi con familiari/curanti.

Sotto l’ideale di nutrirsi di luce spesso c’è sempre un desiderio legittimo: quello di sentirsi integri, liberi, in pace. Ma l’astensione ritualizzata non restituisce identità; la frantuma in una moltitudine di regole e colpa. Il vero desiderio da coltivare è un altro: ricongiungersi al corpo come luogo di sicurezza, trovare comunità non basate sulla restrizione, dare significato alla vita senza sacrificare la salute. Qui non si tratta di “forza di volontà”, ma di ricostruzione identitaria. Ecco una mappa essenziale:

  • Inventario dei trigger: annota quando emergono pensieri di purezza/restrizione (ora del giorno, profili seguiti, stati emotivi).

  • Sostituzioni narrative: quando compare “devo purificarmi”, rispondi con “posso regolarmi senza punirmi” e aggiungi un’azione di cura (bere, fare uno snack bilanciato, riposare).

  • Contratti di realtà: condividi con una persona fidata un patto anti-digiuno estremo (“se penso a un dry fast, ti scrivo prima”).

  • Feed detox: rimuovi contenuti pro-Breatharianesimo/diete estreme; segui profili di nutrizionisti e terapeuti con approccio evidence-based.

  • Team di supporto: valuta un percorso con uno psicoterapeuta specializzato in disturbi alimentari e un dietista con esperienza clinica. Se ci sono sintomi fisici, coinvolgi il tuo medico di fiducia

Attenzione infine ai casi in cui è necessario un controllo medico urgente. Mi riferisco specificamente a:

  • Capogiri, svenimenti, dolore toracico, amenorrea prolungata, perdita di peso rapida.

  • Condotte di digiuno >24–36 ore ripetute, soprattutto se accompagnate da disidratazione.

  • Pensieri autolesivi o ideazione suicidaria: in questi casi, contatta subito i servizi di emergenza o le linee di ascolto del tuo territorio.

Ricorda, la vera crescita spirituale non passa per l’invisibilità del corpo, ma per la sua riconciliazione. Nutrire il sé significa nutrire anche il corpo: con cibo, relazioni sane, riposo e senso. Se ti riconosci in questi temi, parlare con uno specialista può aprire un varco fuori dal labirinto. Se questo post ti ha parlato, salvalo e condividilo con chi potrebbe averne bisogno.

L'alimentazione come forma di comunicazione nei DCA

L’alimentazione come forma di comunicazione nei DCA

L'alimentazione come mezzo di comunicazione nei DCAImage ©: StockSnap

Oggi voglio parlarvi di come nei DCA l’alimentazione diviene una forma di comunicazione. Quando parliamo di disturbi del comportamento alimentare (DCA), infatti, pensiamo subito a calorie, peso, diete e ossessioni corporee. Ma chi lavora quotidianamente con questi pazienti sa bene che il cibo, in questi casi, raramente è solo nutrimento. Diventa un linguaggio, un codice non verbale attraverso cui la persona comunica vissuti profondi, spesso indicibili a parole.

Dal punto di vista psicodinamico, anoressia, bulimia o binge eating non vanno letti soltanto come “abitudini sbagliate” o come scelte consapevoli: sono modalità simboliche attraverso cui la persona cerca di esprimere bisogni emotivi, conflitti interiori, rabbia, dolore o il desiderio di esercitare controllo.

Molti pazienti con DCA hanno una grande difficoltà a dare voce alle proprie emozioni. Le emozioni vengono percepite come troppo minacciose, troppo intense, oppure non trovano uno spazio di ascolto e riconoscimento nel contesto familiare o sociale. Il corpo e il comportamento alimentare diventano così un canale alternativo.

Rifiutare un pasto può significare “non ho spazio per te dentro di me”; abbuffarsi può esprimere un vuoto affettivo che si tenta di colmare; vomitare può rappresentare un bisogno disperato di espellere qualcosa di tossico, che non riguarda il cibo in sé, ma esperienze interiori difficili da digerire.

In molte storie cliniche emerge il tema della rabbia. Spesso si tratta di una rabbia non riconosciuta, repressa o vissuta come inaccettabile, soprattutto in contesti in cui la persona percepisce di non avere il diritto di esprimere aggressività o di affermare i propri bisogni.

Il corpo allora diventa teatro di una lotta silenziosa. Nel restringimento anoressico, la rabbia può rivolgersi verso di sé: “non ti concedo nulla, nemmeno il nutrimento”. Nell’abbuffata, la rabbia può assumere la forma di un atto impulsivo, quasi autosabotante: “riempio, distruggo, mi punisco”. Attraverso questi atti, la persona dice qualcosa che non riesce a pronunciare: “Sono arrabbiata, ma non posso dirtelo”.

Molte pazienti descrivono una sensazione di vuoto interiore difficile da definire. L’uso del cibo come strumento di regolazione emotiva nasce proprio dal tentativo di dare forma e confine a questo dolore che non si sa come definire a parole (alessitimia).

Il digiuno può rappresentare il bisogno di chiudersi, di anestetizzare la sofferenza fino a non sentirla più. L’abbuffata, al contrario, può essere un tentativo di riempire quel vuoto, almeno temporaneamente. Ma subito dopo arrivano il senso di colpa, il disgusto e il ciclo si ripete. In entrambi i casi, il cibo è la materia prima con cui si costruisce un messaggio corporeo: “sto male, ma non so come dirtelo”.

Il bisogno di controllo è un altro aspetto centrale. In contesti di vita percepiti come caotici o imprevedibili, il controllo sul corpo e sull’alimentazione diventa un’ancora. Decidere cosa, quanto e quando mangiare significa poter esercitare un potere su almeno un frammento della realtà.

Ma dietro questa apparente forza si cela spesso una profonda fragilità. Il controllo ossessivo non è altro che un tentativo di difesa, un modo per dire: “ho paura di perdermi, di essere invaso, di non contare nulla”. Così, l’alimentazione diventa una grammatica personale attraverso cui il soggetto cerca di mantenere un senso di sé.

Se il cibo è un linguaggio, il compito del clinico non è semplicemente “correggere” l’alimentazione. È piuttosto difficile decodificare il messaggio, restituirgli significato e creare uno spazio in cui ciò che era muto possa trovare voce.

La psicoterapia psicodinamica, in questo senso, diventa un luogo di traduzione: si cerca di comprendere quali emozioni, conflitti o bisogni siano nascosti dietro i comportamenti alimentari. Solo quando il paziente può sentirsi accolto nella sua complessità, senza giudizio, diventa possibile iniziare un lavoro di trasformazione.

Nei disturbi del comportamento alimentare, il cibo smette di essere nutrimento e diventa linguaggio. Un linguaggio fatto di silenzi, di gesti estremi, di rituali che parlano laddove le parole non arrivano. Riconoscere questa dimensione significa non ridurre il disturbo a un problema di peso o di dieta, ma restituirgli la sua profondità psicologica. Significa ascoltare il corpo come se fosse una lettera, una richiesta di aiuto che aspetta di essere letta e compresa.

Disregolazione alimentare nei bambini

I segnali di disregolazione alimentare nei bambini

Disregolazione alimentare nei bambiniImage©: DayronV

Oggi parliamo di disregolazione alimentare nei bambini, una problematica abbastanza frequente e sulla quale molti lettori mi hanno chiesto chiarimenti.

Quando pensiamo ai disturbi alimentari, infatti, ci vengono in mente adolescenti o giovani adulti. Raramente pensiamo sia possibile che i primi segnali possano comparire già nei primi mesi di vita. Eppure, recenti studi di matrice sia psicodinamica che neurobiologica mostrano che le radici dei disturbi alimentari possono affondare nella primissima infanzia, ancor prima che il bambino parli o sviluppi una coscienza piena del proprio corpo.

Nel neonato, il cibo non è solo nutrizione: è relazione, contenimento, sicurezza. L’allattamento, che sia al seno o con biberon, è uno degli strumenti primari con cui il bambino sperimenta il mondo. Ogni poppata è un momento di connessione profonda con la figura di attaccamento.

Se questa relazione viene vissuta con ansia, ipercontrollo o discontinuità, il bambino può iniziare a mostrare comportamenti disorganizzati collegati all’atto del nutrirsi: rifiuto del seno, suzione irregolare, vomito funzionale o estrema passività durante l’alimentazione.

Alcuni comportamenti possono rappresentare campanelli d’allarme:

  • Rifiuto costante del cibo nonostante la fame

  • Pianto inconsolabile durante le poppate

  • Rigetto violento o vomito senza causa organica

  • Tensione corporea o irrigidimento quando si avvicina il biberon o il seno

  • Passività eccessiva: il bambino non richiede mai cibo

  • Reazioni fortemente ambivalenti: cerca il cibo ma lo rifiuta subito dopo

Spesso, questi segnali vengono attribuiti a coliche, dentizione o “una fase difficile”, ma quando persistono meritano un’osservazione più approfondita, specialmente se coesistono con difficoltà relazionali tra genitore e bambino.

Il sistema nervoso del neonato è in pieno sviluppo, e la regolazione delle emozioni avviene in gran parte attraverso la relazione con il caregiver. Il nutrirsi, in questo senso, diventa una forma di regolazione affettiva.

Diversi studi hanno evidenziato come un attaccamento disorganizzato nei primi mesi di vita possa predire future difficoltà alimentari e comportamenti auto-regolativi disfunzionali.

Quando si parla delle cause di diregolazione alimentare nei bambini non si tratta mai di “colpa” del genitore, ma di dinamiche inconsapevoli che si attivano nelle relazioni precoci. Depressione post-partum, stress cronico, difficoltà nel sintonizzarsi emotivamente con il bambino, possono alterare il clima relazionale durante l’alimentazione.

Questo spiega perché un intervento precoce – come la consulenza di un neuropsichiatra infantile, di un terapeuta dell’età evolutiva o di un consulente dell’allattamento – può interrompere sul nascere un ciclo di disregolazione che potrebbe sfociare in disturbi alimentari successivi.

Il concetto è che i disturbi alimentari non iniziano a tavola, ma molto tempo prima, nel momento in cui il bambino impara a sentire, comunicare e ricevere cura. Prestare attenzione ai segnali precoci non significa patologizzare ogni difficoltà, ma offrire uno sguardo più ampio e preventivo.

Riconoscere il disagio nella sua fase embrionale è un atto di cura, non di allarmismo. Perché talvolta, per capire l’origine del rifiuto del cibo, bisogna ascoltare ciò che ancora non è stato detto.

Intestino, serotonina e fame emotiva: la neurobiologia dimenticata dei DCA

Intestino, serotonina e fame emotiva: la neurobiologia dimenticata dei DCA

Intestino e fame emotiva. Il ruolo della serotonina nella neurobiologia dimenticata dei DCAImage ©: Kellepics

Voglio parlarvi del rapporto che esiste tra intestino, serotonina e fame emotiva. Quando pensiamo ai disturbi del comportamento alimentare (DCA) – anoressia, bulimia, binge eating – ci viene spontaneo guardare verso lo specchio (ahimè) o, al massimo, verso lo psicologo. Ma pochi sanno che c’è un protagonista silenzioso e viscerale che lavora dietro le quinte: l’intestino. Sì, proprio lui. Quello che chiamiamo simpaticamente “secondo cervello” e che, ironicamente, sembra spesso avere più voce in capitolo del primo.

L’asse intestino-cervello è una vera e propria autostrada bidirezionale fatta di nervi, ormoni, segnali immunitari e… pensieri. In questa trafficata superstrada, il nervo vago è il nostro casello principale: trasporta informazioni dalla pancia al cervello e viceversa. E indovinate un po’? Il traffico è pesante, soprattutto quando si tratta di emozioni e appetito.

Non è un caso se mangiamo quando siamo tristi, annoiati o stressati. O se digiuniamo compulsivamente per avere l’illusione di controllo. Sono strategie emotive, sì, ma hanno un fondamento neurobiologico: la nostra pancia e il nostro cervello chiacchierano in continuazione. E spesso, parlano di cibo.

La serotonina è famosa per essere “l’ormone della felicità”. Ma ecco il colpo di scena: circa il 90% della serotonina del nostro corpo è prodotta… nell’intestino! Altro che cervello.

Questa molecola regola non solo l’umore, ma anche l’appetito, la digestione e il ritmo sonno-veglia. Se la serotonina scarseggia – magari per via di un’infiammazione intestinale o una dieta squilibrata – il risultato può essere un cocktail esplosivo di fame emotiva, ansia e sbalzi di umore. Una combo perfetta per far partire il circolo vizioso dei DCA.

A far girare la ruota di questo circo neurochimico ci pensa il microbiota intestinale: un esercito di batteri (buoni, ma anche meno buoni) che vive nell’intestino e influenza tutto, ma proprio tutto. Compresa la produzione di serotonina.

I nostri batteri intestinali sono dei piccoli biochimici: fermentano fibre, producono acidi grassi a catena corta, modulano l’infiammazione e – sorpresa sorpresa – parlano col cervello. Se il microbiota è in disbiosi, ovvero sbilanciato, può aumentare la vulnerabilità a disturbi come depressione, ansia e, ovviamente, comportamenti alimentari disfunzionali.

La fame emotiva non è un capriccio, né una semplice “mancanza di volontà”. È una risposta neurobiologica a uno squilibrio del sistema di regolazione dell’appetito, spesso legato a emozioni represse, traumi e… squilibri intestinali.

Ecco perché, accanto alla psicoterapia e alla nutrizione, oggi si guarda sempre più alla salute intestinale come chiave per comprendere (e trattare) i DCA. Curare l’intestino, ripristinare un microbiota sano, ridurre l’infiammazione e migliorare la serotonina endogena sono strategie terapeutiche promettenti. E magari, chissà, potremmo iniziare a sentirci meglio… di pancia.

Forse non sarà romantico, ma è scientificamente fondato: il cuore delle emozioni, molto spesso, è la pancia. E se vogliamo davvero capire cosa si cela dietro i disturbi alimentari, dobbiamo smettere di guardare solo la mente e iniziare a dare un’occhiata anche al microbiota. Magari con un po’ di kefir e meno sensi di colpa. Perché, in fondo, siamo quello che mangiamo. Ma anche quello che digeriamo, metabolizziamo… e sentiamo.

La diagnosi di autismo nella donna adulta

La diagnosi di autismo tardivo nella donna

La diagnosi di autismo tardivo nella donnaImage©: Daniel_Nebreda

Oggi vorrei parlarvi della diagnosi di autismo tardivo nella donna dal punto di vista clinico. E vorrei iniziare da un quesito che mi sono spesso sentito porre dalle mie pazienti.

“E se non fossi stata solo timida, ansiosa o troppo sensibile?”
È una domanda che tante donne ormai adulte portano in seduta. Alcune hanno passato anni con diagnosi parziali quali: disturbi alimentari, ansia sociale, depressione atipica, disturbo borderline. Altre non hanno mai avuto un’etichetta, solo la sensazione costante di dover sforzarsi per essere “normali”.
E poi succede qualcosa — talvolta la diagnosi di un figlio o magari un post letto per caso sui social — che fa scattare la domanda: “E se fossi autistica anch’io?”

La diagnosi tardiva di autismo nelle donne è una realtà ancora troppo poco esplorata, ma sempre più presente nei contesti clinici. E porta con sé un carico emotivo enorme, fatto di risposte, ma anche di ferite aperte da tempo.

Il motivo per cui molte donne autistiche non ricevono una diagnosi da bambine è semplice e sconcertante: mascherano. Fin da piccole apprendono, spesso inconsapevolmente, a imitare le altre, a copiare comportamenti sociali, a sorridere nei momenti giusti anche se dentro sono esauste o confuse.
In clinica, molte raccontano un’infanzia vissuta nell’ansia di “sbagliare”, un’adolescenza passata a studiare i codici sociali, relazioni complicate, e una vita adulta piena di burnout, crisi di identità, senso di inadeguatezza.

Alcune frasi tipiche che emergono nei colloqui:

“Mi hanno sempre detto che ero troppo sensibile.”

“Mi sentivo diversa ma cercavo di adattarmi.”

“Facevo finta di capire cosa provavano gli altri, ma non era naturale.”

“Ogni situazione sociale mi sfinisce, ma pensavo fosse normale.”

Spesso queste donne sono intelligenti, empatiche, con carriere solide. Ma vivono un malessere interno silenzioso, fatto di iperadattamento e stanchezza cronica.

La diagnosi tardiva di autismo non è una condanna, anzi: per molte è un vero e proprio atto liberatorio.
Finalmente possono rileggere la loro vita con una nuova chiave di lettura. Comprendere che la fatica nelle interazioni non è debolezza, ma una manifestazione della neurodivergenza. Che l’ipersensibilità non è esagerazione. Che l’amore per la routine, il dettaglio o la solitudine non è un difetto da correggere.

La psicoterapia, in questi casi, ha un valore doppio: da un lato offre uno spazio sicuro per elaborare la diagnosi e il passato, dall’altro aiuta a costruire un nuovo equilibrio fatto di autenticità, non più solo adattamento. Si lavora sul senso di colpa, sull’autostima, sull’identità. Si validano i bisogni (anche sensoriali). E soprattutto, si normalizza il diritto a non dover più fingere, allo smascheramento.

Come terapeuti, dobbiamo essere pronti a vedere l’invisibile. Le donne autistiche adulte spesso non corrispondono allo stereotipo dell’autismo. Ma raccontano, se ascoltate con attenzione, una storia coerente e potente. Ecco perché è fondamentale aggiornare i nostri strumenti diagnostici, conoscere le differenze di genere nell’espressione dello spettro, e creare percorsi psicologici che tengano conto della loro esperienza specifica.

Se sei una donna adulta che si è sempre sentita “fuori posto”, o una professionista della salute mentale che vuole capire di più, inizia da qui. L’autismo non è solo silenzio e distacco. Può essere anche empatia estrema, fatica sociale e intelligenza mascherata. Se vuoi approfondire o raccontare la tua esperienza posso aiutarti a esplorarla con rispetto e senza etichette inutili. Scrivimi.

Disturbi alimentari e ADHD: un’associazione complicata

L’associazione tra Disturbi alimentari e ADHD

associazione tra Disturbi alimentari e ADHDImage ©: Geralt

Sapevi che i disturbi alimentari possono associarsi a una ADHD? Se ti sei mai ritrovato a mangiare senza controllo, a sentirti in colpa subito dopo, o a passare ore e ore a pensare al cibo, al peso o al corpo, sappi che non sei solo. E se oltre a questo ti riconosci anche in una mente che salta da un pensiero all’altro, nella fatica a concentrarti, a stare fermo o a gestire le emozioni… beh, potresti trovarti nel mezzo di una combinazione più comune di quanto non si pensi: ADHD e disturbi alimentari.

Questa combinazione si chiama comorbidità – una parola complicata per dire che due difficoltà diverse possono convivere e influenzarsi a vicenda. E quando succede, può diventare davvero dura capire da dove iniziare per stare meglio.

Perché ADHD e disturbi alimentari si associano così spesso? L’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) non riguarda solo i bambini iperattivi ma anche gli adulti, spesso senza che nessuno lo abbia mai diagnosticato. Si manifesta con difficoltà a mantenere l’attenzione, gestire il tempo, organizzarsi, ma anche con emozioni intense e reazioni impulsive.

Ora pensa al cibo: è sempre lì, disponibile, veloce, capace di calmare, distrarre o dare una sensazione momentanea di piacere. Per chi ha l’ADHD, il cibo può diventare un modo per regolare emozioni difficili, noia, ansia, frustrazione o anche solo per sentirsi “a posto” per un attimo.

In particolare:

  • il binge eating (le abbuffate compulsive) è molto frequente in chi ha ADHD;
  • anche l’anoressia e la bulimia possono nascondere una fatica più profonda nel gestire emozioni e impulsi;
  • nelle donne, l’ADHD è spesso meno visibile e può essere mascherato da un forte controllo sul corpo e sull’alimentazione.

La buona notizia è che si può lavorare su entrambi, insieme. Forse ti è già capitato di iniziare un percorso per l’ADHD o per i disturbi alimentari, ma senza sentire un vero miglioramento. Questo accade quando si guarda solo a metà della storia (come accade nell’associazione tra autismo e disturbi alimentari).

Per stare davvero meglio, serve un approccio che tenga conto di entrambe le cose. Non è una questione di “etichetta”, ma di capire davvero come funzionano il tuo corpo e la tua mente.

Nel mio lavoro come psicoterapeuta, ho visto che:

  • quando si lavora solo sul cibo senza toccare l’ADHD, il miglioramento è spesso temporaneo;
  • quando si riconosce l’ADHD e si lavora anche su come ti fa vivere le emozioni, il tempo, il corpo e le relazioni, il percorso diventa più profondo e autentico;
  • non sei sbagliato: semplicemente, stai lottando con due difficoltà che si alimentano a vicenda.

Da dove partire? Ecco qualche spunto concreto:

  • Se ti riconosci in quello che hai letto, parlane con uno psicoterapeuta che conosca bene sia l’ADHD che i disturbi alimentari.
  • Scrivi nero su bianco i momenti in cui ti senti fuori controllo col cibo: cosa succede prima, cosa provi dopo?
  • Inizia ad osservare il tuo rapporto con il tempo, con l’attenzione, con il corpo. Non per giudicarti, ma per conoscerti davvero.

E ricorda: chiedere aiuto non significa essere deboli. Significa avere il coraggio di affrontare il proprio dolore in modo nuovo.

In conclusione, ADHD e disturbi alimentari possono essere associati ma non sono una condanna. Sono due modi in cui la tua mente cerca di sopravvivere a un mondo che forse non ti ha capito fino in fondo. Ma oggi puoi iniziare a riscrivere la tua storia – con più consapevolezza, più gentilezza, e finalmente con il supporto giusto.

Disturbi alimentari nei maschi

Disturbi alimentari nei maschi

Disturbi alimentari nei maschiImage ©: Egon Schiele

Parliamo dei disturbi alimentari nei maschi, concentrandoci su stigma, diagnosi mancate e specificità cliniche. Quando si parla di disturbi alimentari, l’immaginario collettivo tende a visualizzare figure femminili: adolescenti o giovani donne che lottano con anoressia, bulimia o binge eating. Ma c’è una realtà nascosta, ancora troppo silenziosa, che riguarda i maschi. I disturbi alimentari non fanno discriminazioni di genere, eppure nei maschi restano spesso invisibili, sottovalutati o fraintesi. Il risultato? Diagnosi tardive, sofferenze silenziose e percorsi terapeutici più complessi.

Per molti ragazzi, ammettere di avere un problema con il cibo significa esporsi a un doppio stigma. Da un lato, quello legato ai disturbi alimentari in sé – ancora erroneamente considerati “malattie da donne” – e dall’altro, quello associato alla mascolinità tossica: l’idea che un vero uomo debba essere forte, autonomo, immune da fragilità emotive. Questo doppio tabù porta a un pericoloso silenzio. Studi recenti stimano che circa il 25% delle persone con disturbi alimentari siano maschi, ma si ritiene che la cifra reale sia molto più alta, a causa delle diagnosi mancate. Molti uomini non chiedono aiuto, oppure i professionisti stessi non colgono i segnali, influenzati da bias culturali inconsapevoli.

Le manifestazioni dei disturbi alimentari nei maschi possono differire da quelle femminili, rendendo ancora più difficile individuarle. Ad esempio, nei ragazzi è più frequente l’ortoressia (l’ossessione per il cibo sano) o la vigoressia, ovvero la fissazione sullo sviluppo muscolare, spesso accompagnata da diete estreme e allenamenti compulsivi. Anche il binge eating (abbuffate compulsive) è comune nei maschi, spesso legato a emozioni represse, ansia o stress, ma difficilmente raccontato. Meno frequente è l’anoressia “classica”, ma quando si presenta, tende a essere più grave e cronicizzata, proprio perché riconosciuta in ritardo.

Un altro elemento distintivo è che i maschi spesso non desiderano diventare “magri”, ma più spesso “definiti”, “forti”, “prestanti”. Questo modifica il tipo di comportamento alimentare, pur mantenendo una matrice psicopatologica simile: controllo, bassa autostima, perfezionismo, bisogno di approvazione. Anche l’ambiente gioca un ruolo chiave. I media e i social hanno contribuito a creare un ideale maschile sempre più irrealistico: fisici scolpiti, zero grasso, addominali perfetti. Questa pressione estetica non è più un’esclusiva femminile. Sempre più ragazzi si confrontano con standard inarrivabili e interiorizzano l’idea che il proprio valore dipenda dall’aspetto fisico.

Palestra, diete iperproteiche, integratori, uso di steroidi: tutto può rientrare in un quadro di disordine alimentare, se motivato da ansia, compulsione e distorsione dell’immagine corporea. Ma chi lo direbbe? Chi oserebbe definirlo un disturbo? Ecco perché il primo passo per cambiare le cose è parlarne. Dare spazio al vissuto maschile nei disturbi alimentari, raccontarlo senza vergogna, è un atto rivoluzionario. I professionisti della salute mentale devono essere formati per riconoscere anche le forme meno “classiche” del disturbo e ascoltare senza pregiudizi.

La diagnosi precoce dei disturbi alimentari nei maschi salva vite. E soprattutto, restituisce dignità a chi, fino a ieri, si sentiva fuori posto persino nella sofferenza. Rompere il silenzio sui disturbi alimentari maschili non è solo una questione clinica, ma culturale. È un invito a ridefinire cosa significa essere uomo, anche nella vulnerabilità.

© Copyright - Anoressia Bulimia | Dr. Fabio Piccini | Medico, Psicoterapeuta e Psicoanalista
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