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Anoressia a 60 anni

Anoressia a 60 anni: il tabù invisibile

Anoressia a 60 anniImage©: congerdesign

In questo post voglio parlarvi dei disturbi alimentari nella terza età. Quando pensiamo all’anoressia, l’immagine che ci viene in mente è quasi sempre la stessa: un’adolescente, magari perfezionista, alle prese con il proprio corpo che cambia. Quasi mai ci immaginiamo una donna di 60 anni o un uomo di 65 che, all’improvviso, iniziano a mangiare sempre meno, a dimagrire in modo allarmante e a sviluppare una vera e propria ossessione per il controllo del cibo.

Eppure succede. Non è la norma, ma è un fenomeno in crescita e, soprattutto, è quasi totalmente invisibile. In questo post voglio accompagnarti a capire perché l’anoressia può esordire – o riacutizzarsi – nella terza età, quali sono i fattori di rischio più frequenti e cosa possiamo fare, come familiari, come professionisti, o come persone direttamente coinvolte – per rompere il tabù e chiedere aiuto.

Chi arriva nel mio studio a 60, 65 o 70 anni con un disturbo alimentare quasi sempre inizia dicendo: “Mi vergogno un po’ a parlarne…mi sento ridicola, lo so che queste sono cose da ragazzine.” E questo è il primo grande ostacolo: l’idea che, dopo una certa età, non si “abbia diritto” a stare male in questo modo. Il risultato? Si sottovalutano i sintomi, si attribuisce tutto alla menopausa, all’andropausa, al metabolismo, allo stress, ai “capricci” della persona anziana.

In realtà, dietro a un’anoressia a 60 anni troviamo spesso una trama psicologica molto complessa, in cui il cibo è solo la punta dell’iceberg. Ma perché l’anoressia può comparire dopo i sessant’anni?

Molte storie iniziano con un lutto: la morte del partner, di un fratello, di un’amica con cui si condivideva tutto. Il dolore del lutto può intaccare profondamente l’appetito (all’inizio può essere “solo” inappetenza), alterare il ritmo sonno–veglia e la percezione del tempo e creare un senso di vuoto e di perdita di significato.

In alcuni casi, il controllo del cibo diventa una risposta al caos interno: “Non posso controllare la morte, l’assenza, l’invecchiamento… ma posso controllare quello che mangio”. Questa dinamica, se si struttura, può assumere tutte le caratteristiche di un disturbo alimentare vero e proprio.

La terza età porta con sé una serie di cambiamenti non negoziabili, tra cui: il pensionamento e il cambiamento di ruolo sociale, figli che vanno via o costruiscono altre famiglie, la riduzione delle energie fisiche, una maggiore dipendenza dagli altri in alcune attività.

Per alcune persone, quelle dalle strutture di personalità più rigide, tutto questo è vissuto come una drammatica perdita di controllo. Restrizione alimentare, calcolo delle calorie, rituali rigidi intorno ai pasti possono diventare un modo – malsano ma potente – per sentire di avere ancora un “punto fermo”: il proprio corpo.

La solitudine è un fattore di rischio sottostimato. Pasti consumati da soli, nessuno che osserva davvero i cambiamenti di peso, nessuno che dice “mi preoccupi”. In queste condizioni, un disturbo alimentare può crescere quasi indisturbato.

Alcune persone iniziano a “non avere voglia di cucinare solo per me”, saltano un pasto, poi due, e riducono le porzioni… Altre, al contrario, sviluppano rituali estremamente rigidi come unico modo per tenere insieme le giornate. Dietro la rigidità, spesso, c’è un senso profondo di vuoto.

L’idea che “dopo una certa età l’aspetto non conta più” è una fantasia confortante, ma poco realistica. Menopausa e andropausa portano:

  • Cambiamenti nella distribuzione del grasso corporeo

  • Variazioni del tono muscolare

  • Vampate, insonnia, irritabilità, calo del desiderio sessuale

Questi cambiamenti possono riattivare vecchie insicurezze o aprire un capitolo mai affrontato con il proprio corpo. Alcune persone reagiscono con una rigida dieta, un esercizio fisico compulsivo o una restrizione estrema per “non lasciarsi andare”. In altri casi, l’anoressia dell’anziano rappresenta un tentativo di fermarsi nel tempo, di opporsi alla percezione dell’invecchiamento.

Quali sono i segnali d’allarme? Non è normale che:

  • Una persona perda peso in modo rapido e importante “senza motivo”

  • Ci sia un’ossessione crescente per diete, calorie, cibi “puri” o “spazzatura”

  • Si evitino pranzi e cene sociali con scuse sempre diverse

  • Si neghi il problema nonostante gli allarmi di medici e familiari

  • La bilancia diventi un rituale quotidiano carico di ansia

Spesso chi è intorno pensa: “È solo invecchiamento”, oppure  “Finalmente mangia meno, così dimagrisce”, o magari  “È il metabolismo che cambia”. Questa minimizzazione è pericolosa. A 60 anni, una forte restrizione alimentare può avere effetti fisici molto più rapidi e gravi rispetto a quelli di un’adolescente: rischio di osteoporosi, scompensi cardiaci, cadute, indebolimento generale.

Ma se ti riconosci in queste righe, non sei “ridicolo/a”, non sei “troppo grande” per soffrire di un disturbo alimentare. Il dolore non ha età, e neanche il diritto alla cura. Parlane con il tuo medico di base, senza vergogna: è spesso il primo alleato, oppure cerca un medico psicoterapeuta esperto in disturbi alimentari, specificando l’età e le tue condizioni fisiche. Quasi certamente costoro coinvolgeranno nel trattamento anche un nutrizionista o un medico internista con esperienza in disturbi alimentari e in età avanzata.

Chiedere aiuto non significa “fallire”, ma smettere di combattere da solo una guerra logorante.