Tag Archivio per: Trauma

Il trattamento delle vittime di abusi

Il trattamento delle vittime di abusi

Il trattamento delle vittime di abusiImage©: Alexas_Fotos

Oggi ti parlerò del trattamento delle vittime di abusi. E lo farò, in quanto si tratta di un tema che spesso corre parallelo a quello dei disturbi alimentari. Ci sono frasi che sento ripetere quasi identiche: “Non è stato niente di grave”, “È passato tanto tempo”, “Non voglio darci peso”. Spesso le pronuncia qualcuno che convive da anni con incubi, insonnia o una sensazione di estraneità che non sa spiegare. L’abuso non sempre lascia un racconto. Spesso lascia solo un corpo in allerta, che reagisce a stimoli che la mente non collega a nulla. E sintomi, che la medicina stenta a guarire.

E questo avviene perché un ricordo ordinario è una storia: ha un prima, un durante, un dopo. Un ricordo traumatico no. Ritorna sotto forma di frammento — un odore, una voce, una tensione muscolare — senza contesto né parole. Per questo molte vittime non “ricordano” nel senso comune del termine: rivivono. Più spesso mediante un sintomo. Il primo lavoro terapeutico, allora, non è far emergere dettagli, ma costruire sicurezza. Senza una base sicura, chiedere il racconto può ritraumatizzare, e il paziente impara che anche la cura può far male.

Quando finalmente si comincia a lavorare sul trauma, gli strumenti con maggiore evidenza sono le terapie cognitivo-comportamentali focalizzate sul trauma, che aiutano a riorganizzare le credenze lasciate dall’abuso — quelle parole: “sono sporca”, “è colpa mia” che si ripetono come una sentenza. L’EMDR è preziosa quando il ricordo è frammentato e corporeo, mentre gli approcci psicodinamici, meno protocollari, lavorano sul lungo periodo e sulla relazione terapeutica, che per molte vittime rappresenta la prima esperienza di un legame affidabile. Un altro approccio che nella mia esperienza è molto efficace il lavoro sugli autoritratti.

Ma l’abuso è un’esperienza somatica prima che psicologica, e il corpo va incluso: pratiche trauma-informed, biofeedback, lavoro sulla regolazione del sistema nervoso. Non sono accessori, sono parte del trattamento. Quanto ai farmaci, gli SSRI possono ridurre l’iperarousal, gli incubi e i sintomi depressivi. Non curano il trauma, ma abbassano il rumore di fondo abbastanza da permettere alla terapia di respirare. È sbagliato demonizzarli, ed è sbagliato aspettarsi che facciano il lavoro da soli.

Se ti riconosci in queste righe, sappi che non devi raccontare tutto subito, nemmeno al primo incontro. Puoi cambiare terapeuta se non ti senti al sicuro: non è un tradimento, è il tuo diritto. Puoi anche dire “oggi non ce la faccio” e restare in silenzio per un’intera seduta, se è ciò di cui hai bisogno. La vergogna, poi, non è tua: è di chi ha agito. Ripeterlo a sé stessi non è una frase vuota: è un lavoro lento che, a un certo punto, comincia a fare presa.

Se invece sei un clinico, ricorda che la vittima non è un insieme di sintomi, ma qualcuno a cui è stato tolto il controllo. Restituirglielo — anche solo decidendo insieme quando parlare e quando fermarsi, quando spingere e quando arretrare — è già un trattamento. E non dimenticare che dietro ogni paziente c’è una storia che non conosci: il modo in cui ha imparato a sopravvivere potrebbe sembrarti disfunzionale, ma è stato intelligente nel contesto in cui è nato. Rispettare quella sopravvivenza è il punto di partenza, non l’ostacolo da superare.

Curare un abuso non significa cancellarlo. Significa restituire a una persona la possibilità di abitare di nuovo la propria storia, senza che quella storia la abiti al posto suo.

Il corpo grida ciò che la mente non sa dire

Il corpo grida ciò che la mente non sa dire

Il corpo grida ciò che la mente non sa direImage©: StockSnap

Il corpo grida ciò che la mente non sa dire, questa è l’essenza dei disturbi alimentari. Mangiare non è solo nutrirsi. È relazione, identità, controllo, conforto, ribellione. È una danza sottile tra ciò che sentiamo e ciò che pensiamo. I disturbi alimentari nascono quando questa danza si spezza, quando il dialogo tra il nostro sentire (femminile) e il nostro raziocinio (maschile) si trasforma in conflitto.

Non sono solo malattie del corpo, anche se il corpo ne porta i segni visibili. Sono ferite dell’anima, mappe emozionali che non abbiamo imparato a leggere. L’anoressia, la bulimia, il binge eating non sono capricci, né mode. Sono strategie di sopravvivenza, tentativi disperati (e creativi, per quanto distruttivi) di trovare un equilibrio quando tutto dentro vacilla.

Il femminile in noi sente. Ha bisogno di ascolto, di accoglienza, di tempo. Ma in una società che premia la performance e l’autocontrollo, impariamo presto a zittire le emozioni. Il maschile, con la sua logica e la sua spinta a “funzionare”, prende il sopravvento: ci dice che dobbiamo essere forti, belli, efficienti. Che dobbiamo controllare tutto, anche il corpo, anche la fame.

E così, ciò che sentiamo diventa ingombrante. La fame emotiva si confonde con quella fisica. Il cibo diventa l’unico linguaggio possibile per esprimere un dolore che non trova parole. Si mangia troppo per riempire un vuoto. Si digiuna per sentire di avere il potere. Si vomita per espellere un senso di colpa che non ci appartiene.

In un disturbo alimentare, il corpo diventa campo di battaglia. Lo si punisce, lo si modella, lo si odia, lo si vuole cancellare. Ma quel corpo siamo noi. E quando lo attacchiamo, in realtà stiamo attaccando una parte di noi che chiede solo di essere riconosciuta. Il corpo parla quando la mente tace. E dice sempre la verità.

Spesso, dietro a un disturbo alimentare, c’è un trauma, un vuoto relazionale, un’identità fragile, un dolore antico. Ma c’è anche una grande sensibilità, una ricerca profonda di senso, un bisogno autentico di connessione. Il problema non è il cibo. Il problema è tutto ciò che il cibo cerca di nascondere, di anestetizzare, di sistemare.

Guarire da un disturbo alimentare non significa “tornare a mangiare normalmente”. Significa ritrovare un’alleanza con se stessi. Riunire il maschile e il femminile interiori. Dare spazio al sentire, senza perdere il pensiero. Ritrovare fiducia nel corpo, senza paura di ascoltarlo.

È un processo lento, imperfetto, spesso doloroso. Ma è anche un atto di profonda libertà. Non si tratta solo di guarire, ma di rinascere. Di dire: non voglio più combattermi. Voglio capirmi. Voglio accogliermi.

Se stai vivendo un disturbo alimentare, o se ami qualcuno che lo sta vivendo, sappi questo: non sei sbagliato. Il tuo dolore ha un senso, anche se adesso ti sembra incomprensibile. E non sei solo. Ci sono professionisti, reti, storie che possono aiutarti a fare pace con quel corpo che oggi ti fa paura.

Il corpo grida ciò che la mente non sa dire. Perché il corpo non è il problema. È il messaggero. E ascoltarlo può essere il primo passo per tornare a casa.

© Copyright - Anoressia Bulimia | Dr. Fabio Piccini | Medico, Psicoterapeuta e Psicoanalista
Prenota una consulenza