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Il telefono prevede le abbuffate? Segnali e micro-aiuti

“Il tuo telefono sa quando stai per crollare?”: segnali precoci e micro-interventi anti-abbuffata

Il telefono prevede le abbuffate? Segnali e micro-aiutiImage ©: Nika_Akin

Il telefono prevede le abbuffate? Quando ti chiedi “Il mio telefono sa quando sto per crollare?”, suona quasi inquietante. Come se ci fosse un occhio che ti spia e ti anticipa. Ma l’idea utile è più semplice – e più umana: non è magia né “controllo”. È imparare a riconoscere quei minuti (e spesso quelle ore) in cui la vulnerabilità sale, prima che parli il sintomo. Il telefono, più che sapere, può aiutarti a vedere una sequenza che, da dentro, sembra nebbia.

La scena è spesso questa: “Non so perché sia successo, mi sono ritrovata in cucina”. Non c’è un “decido”, c’è un trascinamento. Prima c’è stanchezza, o una tensione addosso come un cappotto troppo pesante, o un vuoto difficile da nominare. Poi il gesto automatico: aprire l’armadio e cercare qualcosa che non sia solo cibo. È tregua. È silenzio. È un interruttore che spegne il rumore per qualche minuto.

Eppure, quasi mai l’abbuffata nasce davvero in cucina. Di solito cresce prima, come una marea, perché si incastrano tre pezzi. Il primo pezzo è rappresentato dai trigger emotivi: ansia, vergogna, rabbia, solitudine, frustrazione, la sensazione di essere “in difetto” con il mondo. Il secondo è la fisiologia: sonno corto o frammentato, stress che non molla, fame reale non ascoltata, energia che cala e lascia il cervello senza carburante per scegliere. Il terzo è il contesto: isolamento, frizioni, routine che salta, giornate senza pause, casa che diventa l’unico confine. Quando questi tre fattori si allineano, la soglia di tolleranza si abbassa e l’automatismo diventa più probabile. Non perché tu sia “debole”, ma perché il sistema nervoso cerca una via rapida per regolare un sovraccarico.

Qui entrano in gioco i segnali deboli: piccoli cambiamenti che sembrano innocui, ma che – messi insieme – raccontano molto. Una notte spezzata, un risveglio già in affanno. L’iperconnessione: un’ora di scroll che non ti dà niente, eppure non riesci a smettere. L’evitamento sociale: rimandi le risposte, cancelli un piano, ti dici “non ho voglia di nessuno” e, intanto, ti chiudi ancora di più. E poi la rigidità alimentare, travestita da disciplina: “salto pranzo per recuperare”, “oggi devo essere brava”. Sono frasi che suonano ragionevoli finché non diventano la miccia.

Il telefono non fa diagnosi, ma registra tracce indirette: ore di sonno, picchi di utilizzo, giornate più sedentarie, conversazioni che si diradano. Letti nel modo sbagliato, questi dati diventano un tribunale. Letti nel modo giusto, diventano un semaforo: non “sei sbagliata”, ma “oggi sei più esposta”. E quando sei più esposta, non ti serve un discorso motivazionale. Ti serve un microintervento reale, breve e fattibile: qualcosa che non chieda eroismo, perché nei momenti critici l’eroismo è il primo a saltare.

Immagina quel bivio: senti il richiamo della cucina e, insieme, una parte di te che vorrebbe fermarsi. In quel punto, anche novanta secondi possono cambiare la traiettoria. Novanta secondi di respiro lento, con una mano sul torace o sull’addome, non per “calmarti perfettamente”, ma per interrompere l’automatismo e far rientrare un filo di scelta nel corpo. Subito dopo, aiuta avere una frase già pronta, decisa prima: un piano “se–allora”. Se mi accorgo che sto andando verso il cibo senza fame, faccio tre mosse semplici: bevo qualcosa, respiro e mi sposto fisicamente in un’altra stanza. Il cambio di ambiente funziona perché il corpo capisce i confini prima della mente: una doccia veloce, due minuti sul balcone, anche solo sedersi sul letto con una coperta può spezzare la scena.

Un altro microintervento potente è il contatto umano, anche minimo. Non devi spiegare tutto né confessare. Ti serve un “ponte”: un vocale di venti secondi, un messaggio che dica: “oggi sono fragile, mi fai compagnia un attimo?”. L’isolamento è benzina; un piccolo gesto relazionale può spegnerla. E poi c’è lo snack di prevenzione, spesso frainteso: se hai saltato un pasto o sei arrivata a sera in deficit, il cervello diventa più estremo (o controllo totale o crollo totale). Uno snack semplice e regolare non è “cedere”: è manutenzione, è stabilizzare prima dell’urgenza.

Certo, esistono rischi e limiti. La privacy: non tutto va tracciato né condiviso. E soprattutto il perfezionismo: trasformare i dati in pagella (“ho dormito male, quindi oggi sarà un disastro”) aumenta l’ansia e la rigidità, cioè esattamente il terreno che prepara il sintomo. La regola d’oro è questa: i segnali servono a una cura preventiva, non a una punizione retroattiva. Se la notte è stata corta, la conclusione non è “devo essere più brava”, ma “oggi mi serve più regolarità, più gentilezza, meno pretese”.

Penso a Martina, 27 anni, BED “a ondate”. Le sue abbuffate sembravano arrivare dal nulla, poi la sequenza è diventata chiara: notti corte, un litigio o una frizione, e il salto del pranzo “per recuperare”. Dopo quel trio, l’onda arrivava quasi sempre. Il lavoro non è stato “impedire” con la forza, ma costruire due se–allora: uno corporeo (se dormo poco, allora pranzo vero anche minimo e snack-ponte) e uno relazionale (se mi chiudo dopo una frizione, allora mando un messaggio-ponte). Piccole mosse, ma ripetibili. E quando sono ripetibili, diventano affidabili.

Alla fine, la verità è semplicemente questa: il sintomo raramente è improvviso. Spesso è preceduto da una sequenza. Il target non è “controllarmi”, ma “prendermi prima”. E a volte basta una manovra minuscola – somatica o ambientale – per cambiare l’esito: non perché ti trasformi in una macchina ordinata, ma perché ti riporti, anche solo di poco, dalla parte della cura.

 

Intestino, serotonina e fame emotiva: la neurobiologia dimenticata dei DCA

Intestino, serotonina e fame emotiva: la neurobiologia dimenticata dei DCA

Intestino e fame emotiva. Il ruolo della serotonina nella neurobiologia dimenticata dei DCAImage ©: Kellepics

Voglio parlarvi del rapporto che esiste tra intestino, serotonina e fame emotiva. Quando pensiamo ai disturbi del comportamento alimentare (DCA) – anoressia, bulimia, binge eating – ci viene spontaneo guardare verso lo specchio (ahimè) o, al massimo, verso lo psicologo. Ma pochi sanno che c’è un protagonista silenzioso e viscerale che lavora dietro le quinte: l’intestino. Sì, proprio lui. Quello che chiamiamo simpaticamente “secondo cervello” e che, ironicamente, sembra spesso avere più voce in capitolo del primo.

L’asse intestino-cervello è una vera e propria autostrada bidirezionale fatta di nervi, ormoni, segnali immunitari e… pensieri. In questa trafficata superstrada, il nervo vago è il nostro casello principale: trasporta informazioni dalla pancia al cervello e viceversa. E indovinate un po’? Il traffico è pesante, soprattutto quando si tratta di emozioni e appetito.

Non è un caso se mangiamo quando siamo tristi, annoiati o stressati. O se digiuniamo compulsivamente per avere l’illusione di controllo. Sono strategie emotive, sì, ma hanno un fondamento neurobiologico: la nostra pancia e il nostro cervello chiacchierano in continuazione. E spesso, parlano di cibo.

La serotonina è famosa per essere “l’ormone della felicità”. Ma ecco il colpo di scena: circa il 90% della serotonina del nostro corpo è prodotta… nell’intestino! Altro che cervello.

Questa molecola regola non solo l’umore, ma anche l’appetito, la digestione e il ritmo sonno-veglia. Se la serotonina scarseggia – magari per via di un’infiammazione intestinale o una dieta squilibrata – il risultato può essere un cocktail esplosivo di fame emotiva, ansia e sbalzi di umore. Una combo perfetta per far partire il circolo vizioso dei DCA.

A far girare la ruota di questo circo neurochimico ci pensa il microbiota intestinale: un esercito di batteri (buoni, ma anche meno buoni) che vive nell’intestino e influenza tutto, ma proprio tutto. Compresa la produzione di serotonina.

I nostri batteri intestinali sono dei piccoli biochimici: fermentano fibre, producono acidi grassi a catena corta, modulano l’infiammazione e – sorpresa sorpresa – parlano col cervello. Se il microbiota è in disbiosi, ovvero sbilanciato, può aumentare la vulnerabilità a disturbi come depressione, ansia e, ovviamente, comportamenti alimentari disfunzionali.

La fame emotiva non è un capriccio, né una semplice “mancanza di volontà”. È una risposta neurobiologica a uno squilibrio del sistema di regolazione dell’appetito, spesso legato a emozioni represse, traumi e… squilibri intestinali.

Ecco perché, accanto alla psicoterapia e alla nutrizione, oggi si guarda sempre più alla salute intestinale come chiave per comprendere (e trattare) i DCA. Curare l’intestino, ripristinare un microbiota sano, ridurre l’infiammazione e migliorare la serotonina endogena sono strategie terapeutiche promettenti. E magari, chissà, potremmo iniziare a sentirci meglio… di pancia.

Forse non sarà romantico, ma è scientificamente fondato: il cuore delle emozioni, molto spesso, è la pancia. E se vogliamo davvero capire cosa si cela dietro i disturbi alimentari, dobbiamo smettere di guardare solo la mente e iniziare a dare un’occhiata anche al microbiota. Magari con un po’ di kefir e meno sensi di colpa. Perché, in fondo, siamo quello che mangiamo. Ma anche quello che digeriamo, metabolizziamo… e sentiamo.

Curare la bulimia con le App?

curare la bulimiaImage ©: Almaviva

Negli ultimi anni, il panorama della salute mentale ha visto una crescente integrazione della tecnologia digitale, in particolare attraverso lo sviluppo di applicazioni dedicate alla gestione di disturbi alimentari come la bulimia nervosa. Queste app rappresentano strumenti innovativi che possono supportare sia i pazienti sia i professionisti sanitari nel percorso di cura. Tuttavia, è fondamentale analizzare con spirito critico i vantaggi e i limiti di tali soluzioni per comprendere il loro reale impatto terapeutico.

Le app per la terapia della bulimia offrono una vasta gamma di funzionalità, tra cui il monitoraggio dei pasti, il tracciamento delle emozioni e dei pensieri, esercizi di mindfulness e tecniche di gestione dello stress. Alcune applicazioni includono anche programmi di terapia cognitivo-comportamentale (CBT), considerata il trattamento d’elezione per la bulimia. Attraverso esercizi guidati e strumenti interattivi, le app possono aiutare i pazienti a identificare i trigger emotivi che portano agli episodi di abbuffate e purghe, promuovendo strategie per affrontarli in modo più sano.

Un vantaggio significativo di queste app è la loro accessibilità. La possibilità di accedere a risorse terapeutiche in qualsiasi momento e luogo offre un supporto costante, che può essere particolarmente utile nei momenti critici. Inoltre, molte app sono progettate per essere utilizzate in collaborazione con un terapeuta, migliorando la comunicazione e il monitoraggio dei progressi. Questo approccio integrato consente una personalizzazione del trattamento, adattandolo alle esigenze specifiche di ogni individuo.

Tuttavia, ci sono anche limiti e sfide da considerare. Una delle principali criticità riguarda la validità scientifica delle app disponibili. Non tutte le applicazioni sono basate su evidenze cliniche solide, e l’assenza di regolamentazione nel settore può portare alla diffusione di strumenti inefficaci o potenzialmente dannosi. Pertanto, è essenziale che i pazienti scelgano app sviluppate in collaborazione con esperti del settore e validate da studi scientifici.

Un’altra questione importante è la privacy dei dati. Le app per la terapia della bulimia raccolgono spesso informazioni sensibili sui comportamenti alimentari e sullo stato emotivo degli utenti. Garantire la sicurezza e la riservatezza di questi dati è fondamentale per proteggere la privacy degli utenti e prevenire possibili abusi.

Inoltre, nonostante i loro benefici, le app non possono sostituire il ruolo di un professionista qualificato. La bulimia nervosa è un disturbo complesso che richiede un approccio multidisciplinare, includendo terapia psicologica, supporto nutrizionale e, in alcuni casi, trattamento farmacologico. Le app possono essere uno strumento complementare, ma non dovrebbero mai rappresentare l’unica forma di trattamento.

Un ulteriore limite riguarda l’adesione e l’efficacia a lungo termine. Molti utenti tendono a utilizzare le app solo per brevi periodi, interrompendo il percorso prima di ottenere benefici significativi. Ciò evidenzia la necessità di progettare applicazioni che incentivino l’engagement e la motivazione degli utenti nel lungo periodo.

In conclusione, le app per la terapia della bulimia rappresentano una promettente innovazione nel campo della salute mentale, offrendo supporto e risorse accessibili a chi ne ha bisogno. Tuttavia, è essenziale utilizzarle con consapevolezza, integrandole in un piano terapeutico strutturato e monitorato da professionisti. Solo attraverso un approccio equilibrato e informato è possibile sfruttare al meglio il potenziale di queste tecnologie per migliorare la qualità di vita delle persone affette da bulimia nervosa.

 

Bulimia: i farmaci da evitare

Image ©: ABIT

Esistono farmaci che sarebbe meglio evitare quando si soffre di bulimia nervosa? La risposta è affermativa. Iniziamo con il dire che i farmaci che vengono più spesso usati in questi casi in aggiunta alla psicoterapia sono gli antidepressivi che inibiscono la ricaptazione della serotonina (SSRI). Tra questi i più prescritti sono – in ordine di efficacia – la fluoxetina, la sertralina e il citalopram.

Sebbene questo tipo di sostanze abbiano dimostrato la loro efficacia in pazienti affette da bulimia, non è raro riscontrare in molti di questi casi la concomitante presenza di altre patologie quali una depressione maggiore, disturbi bipolari, disturbi d’ansia, disturbo borderline di personalità, o dipendenze miste da alcool o sostanze. Queste cosiddette comorbidità possono rendere necessario l’utilizzo di altri farmaci quali stabilizzatori dell’umore o neurolettici.

In tutti questi casi la scelta del farmaco o dei farmaci da utilizzare dovrebbe tenere in attenta considerazione l’elevato livello di impulsività che è presente in queste pazienti (anche in assenza di disturbi di personalità), e la possibilità di reazioni crociate con altri farmaci che vengono spesso autoprescritti e abusati quali lassativi, diuretici, stimolanti (per la soppressione dell’appetito e/o come bruciagrassi).

Nella scelta dei farmaci da utilizzare inoltre, bisognerebbe sempre considerare i possibili rischi collegati alle complicanze mediche del vomito autoindotto e della diarrea indotta da lassativi che causano spesso disidratazione e alterazioni elettrolitiche di diverso tipo. Tanto per fare qualche esempio, i farmaci che possono causare prolungamento dell’intervallo QT dell’elettrocardiogramma, quali gli antidepressivi triciclici e alcuni neurolettici, possono causare gravi aritmie in presenza di deficit di potassio. Farmaci eliminati per via renale quali il litio dovrebbero essere evitati per gli stessi motivi (disidratazione e disionie). Il bupropione (un antidepressivo ancora spesso prescritto in questi casi) può causare crisi epilettiche in queste pazienti e per questo motivo ha ricevuto un Black Box Warning della FDA negli Stati Uniti.

Infine i farmaci che possono causare un aumento della fame non sono indicati in questi casi in quanto possono peggiorare la sintomatologia compensatoria delle pazienti. Per sintetizzare quanto detto è importante ricordare che la bulimia può trarre beneficio dal trattamento con alcuni farmaci (in particolare alcuni SSRI) che andrebbero sempre associati ad una psicoterapia specialistica, la scelta del farmaco o dei farmaci da utilizzarsi dovrebbe però essere guidata da una attenta valutazione dei potenziali rischi che esistono in questa specifica popolazione di pazienti.

Microbioma e metabolismo

Image©: AB.it

Il secolo della meta-genomica è cominciato e da oggi niente sarà più come prima. Dopo aver passato gli ultimi tre anni a condurre ricerche sui rapporti tra cibo, salute e malattia, e aver conseguito un dottorato in Scienza della Nutrizione all’Università Politecnica delle Marche di Ancona sono nuovamente qui a raccontarvi quello che è cambiato nel mondo dei disturbi alimentari. E le novità sono tante.

Già, perchè molte cose non sono più le stesse e questo è merito della scoperta del microbioma umano, ovvero di quel secondo genoma che proviene dai batteri che risiedono nell’intestino umano. Oggi sappiamo che l’uomo deve il suo stato di salute (o viceversa di malattia) alla compresenza e all’equilibrio di due diversi corredi genetici: il primo di natura umana (quello che tutti abbiamo sempre essere ritenuto essere la nostra “genetica”) ed il secondo di natura batterica (che rappresenta tutti i geni che vengono espressi dalla flora batterica che vive in simbiosi con il nostro organismo).

Per anni si è ritenuto che quando si parlava di predisposizione genetica il discorso riguardasse esclusivamente il genoma umano (ovvero i geni che sono impressi nei nostri cromosomi). Per molte malattie umane, questo si risolveva spesso in una condanna senza appello dato che, per definizione, la genetica umana è fissa ed immutabile. Da meno di dieci anni si è però scoperto che, quando si parla di predisposizione alla salute o alle malattie dal punto di vista metabolico, i geni umani contano solo per circa il 3%. La genetica batterica è infatti molto più importante di quella umana nel controllo di gestione delle risorse energetiche.

Cosa significa questo in pratica? Che la genetica umana controlla il colore degli occhi (che non può essere modificato), mentre la genetica batterica controlla la quantità di calorie che l’intestino è in grado di assumere dal cibo, e decide pertanto la velocità del metabolismo. Ma questa scoperta, che fino a pochi anni or sono era fanta-scienza, cambia radicalmente tutto ciò che credevamo di sapere sullo sviluppo dell’obesità (tanto per fare un esempio).

Oggi siamo in grado di prevedere la flora batterica intestinale di un individuo sulla base del suo BMI, perchè si è visto che tra i due vi è una concordanza perfetta. E siamo anche in grado di modificare l’uno sulla base dell’altra; una cosa impensabile fino a pochi anni fa. Anzi, sappiamo anche che è possibile modificare la flora batterica semplicemente intervenendo in maniera radicale sulla dieta di un individuo e cambiando così la velocità del suo metabolismo. E sappiamo che questo può essere fatto in soli tre giorni.

Sappiamo inoltre che il microbioma controlla la produzione del BDNF, un fattore neuotrofico stimolante che è implicato nelle sensazioni di fame e sazietà e che è correlato allo sviluppo di comportamenti di binge eating e bulimia. Ma questo significa anche che deve esistere un microbioma tipico della bulima e che pertanto questo può essere modificabile (è una rivoluzione!). E dato che si è visto che è possibile curare alcuni casi di autismo semplicemente modificando la flora batterica intestinale, oggi sappiamo che anche le cosiddette malattie nervose possono dipendere dal genoma batterico.

Insomma, le novità non sono poche e prevedo che nel giro di altri cinque anni, a queste se ne aggiungeranno molte altre che modificheranno radicalmente il modo in cui oggi trattiamo i disturbi del comportamento alimentare.