DCA e gaslighting nella relazione di coppia

DCA e gaslighting nella relazione di coppia

Image©:artbykleitonDCA e gaslighting nella relazione di coppia

Oggi vi parlerò di DCA e gaslighting nella relazione di coppia. Se sei affetta da un disturbo del comportamento alimentare e sei in una relazione di coppia, potresti aver sentito frasi che all’apparenza sembrano “normali”, ma dentro ti lasciano confusa, colpevole, svuotata. Tipo: “Dai, non è successo niente.” “Te la stai inventando.” “Sei troppo sensibile.” “Stai soltanto facendo un dramma.” “Non hai davvero fame, è ansia.” “Non sei ‘così magra’, smettila.” “E vai pure in psicoterapia!” Ecco: questi sono tutti esempi del cosiddetto gaslighting.

Gaslighting significa una cosa precisa: una dinamica in cui l’altra persona mette ripetutamente in dubbio la tua percezione della realtà (pensieri, emozioni, ricordi, segnali del corpo), fino a farti pensare che il problema sei tu. Non è “una litigata”, né “un’opinione diversa”. È una distorsione sistematica dei tuoi vissuti: tu porti un’esperienza (“mi sento in ansia quando commenti il mio piatto”) e l’altra persona la riscrive (“sei tu che esageri, io scherzo”).

Nelle relazioni di coppia, il gaslighting è particolarmente potente perché si appoggia su due leve: la fiducia e l’intimità. Quando la persona che ami ti dice che stai sbagliando a sentire ciò che senti, spesso ci credi più facilmente che non se te lo dice uno sconosciuto. Ma perché chi soffre di un DCA è più esposta al gaslighting?

La risposta è semplice. Un DCA è come una lente deformante: “non fidarti della fame”, “non fidarti dello specchio”, “non fidarti delle emozioni”. Se questa base è già instabile, quando il partner aggiunge: “Sei paranoica, te lo inventi”, il dubbio si duplica. È come se ti togliessero anche l’ultima bussola.

Molte pazienti temono di essere “troppo poco”, “un peso”, “difettose”. In coppia questo può tradursi in: non dire, non chiedere, non disturbare. E il gaslighting funziona benissimo quando tu ti senti in debito o in colpa anche solo per il fatto di avere dei bisogni.

Nel nostro mondo è socialmente accettato che il partner commenti il corpo, il cibo, il peso e l’attività fisica. “Lo dico per motivarti.” “È per la tua salute.” Peccato che, in un DCA, questi commenti, anziché motivare, inneschino strategie di controllo, ansia, restrizioni, abbuffate, purging. Se poi lo fai notare e ti rispondono “sei tu che la vivi male” (ed ecco di nuovo il gaslighting).

Come si manifesta il gaslighting nella coppia quando c’è un DCA? Qui entriamo nel concreto: “gaslighting” è una parola grande, ma nella vita quotidiana assume facce specifiche.

Minimizzazione

Tu: “Quando dici che dovrei dimagrire mi si accende il DCA.”
Partner: “Ma figurati, era una battuta. Esageri sempre.”

Messaggio implicito: la tua esperienza non vale.

Ribaltamento

Tu: “Mi mette ansia se controlli cosa mangio.”
Partner: “Lo faccio perché sei fuori controllo. Se ti arrabbi, è perché hai qualcosa da nascondere.”

Messaggio implicito: se protesti, sei colpevole.

Negazione

Tu: “Ieri mi hai detto che sembravo gonfiə e che dovevo stare attentə.”
Partner: “Mai detto. Ti inventi sempre tutto.”

Messaggio implicito: non fidarti della tua memoria.

Colpevolizzazione

“Ti butto via questi cibi, ti fanno male.”
“Se mi amassi davvero, mangeresti meglio.”
“Se non cambi, non so se posso restare con te.”

Qui la cura diventa ricatto. E il ricatto diventa un acceleratore del DCA.

Isolamento

“Il tuo terapeuta ti mette contro di me.”
“Le tue amiche ti influenzano.”
“Quel centro DCA ti fa credere di essere malata.”

Messaggio implicito: non ascoltare chi ti dà strumenti, ascolta solo me.

In coppia si litiga, certo. E può capitare che qualcuno dica una frase infelice. Il gaslighting però è un pattern relazionale, non un episodio: si ripete, ti confonde, ti fa dubitare di te, e spesso porta a una relazione dove tu cammini sulle uova.

Un indicatore pratico: dopo averne parlato, ti senti più chiara o più confusa di prima? Se la relazione ti lascia sistematicamente confusa, in colpa e con la sensazione di essere “sbagliata” anche quando poni confini, vale la pena prenderla molto sul serio. Ma come puoi proteggerti da queste situazioni?

Ecco alcune frasi da tenere in mente e utilizzare con il partner per uscire dalla trappola del gaslighting. Tutte condividono lo stesso concetto: “Posso discuterne ma non posso essere smentita perché questo è ciò che sento”.

  • Non sto discutendo se provo questo: lo provo.”

  • “Possiamo parlare del fatto senza dirmi che me lo invento?”

  • “Se quando ti dico una mia sensazione minimizzi, la conversazione si ferma.”

  • “I commenti sul corpo e sul cibo non vanno bene per me.”

E se hai dei dubbi, fai un reality check con un terapeuta esperto in terapia dei DCA, un gruppo di autoaiuto o un’amica fidata. Il punto non è “mettere il partner in cattiva luce”, ma evitare che la tua realtà venga riscritta. Nelle coppie con DCA, spesso serve una regola base: niente commenti su peso, porzioni, “sgarri”, addominali, bilancia. Anche se “positivi”. Anche “che bella, sei dimagrita” può innescare il disturbo. Quando il partner non ascolta, ridicolizza, ti isola o ti ricatta, non è più “mancanza di sensibilità”: è una dinamica potenzialmente abusante. In quel caso, il supporto professionale e una rete esterna diventano fondamentali.

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo

I disturbi alimentari nascosti nel fitness estremoImage©: eduardoonef

In questo post vi parlerò dei disturbi alimentari nascosti nel fitness estremo. Parleremo, cioè di quando disciplina e performance divengono coperture di fragilità psicologiche.

C’è una frase che sento spesso in studio (e che leggo ovunque nel mondo del fitness): “Non è ossessione, è disciplina.” Ecco il problema: in alcuni contesti sportivi la linea tra disciplina sana e comportamento disfunzionale non è una riga sottile… è una nebbia fitta, piena di applausi, “like”, complimenti e medaglie. È facile confondere il controllo con la forza, la rigidità con la determinazione, la restrizione con la “pulizia”.

Negli atleti e nel fitness estremo, i disturbi alimentari possono mimetizzarsi alla perfezione: allenamenti impeccabili, nutrizione “perfetta”, zero sgarri, focus totale sul corpo. Il punto è che non sempre dietro c’è benessere. A volte c’è ansia, paura, vergogna e un bisogno di sentirsi “abbastanza” che passa solo attraverso il corpo.

C’è una cosa che vedo spesso: la disciplina smette di essere uno strumento e diventa un’etichetta. “IO sono disciplinato/a.” E quando la disciplina è un’etichetta, ogni deviazione diventa una minaccia: se sgarro, se riposo, se mangio qualcosa “fuori piano”… non sto solo cambiando abitudine. Sto mettendo in discussione chi sono.

È qui che la maschera della forza si incolla al viso.

  • “Non mangio quella roba perché voglio stare bene.” (ma sotto c’è ansia e controllo)

  • “Non salto allenamenti perché ho obiettivi.” (ma sotto c’è colpa e panico)

  • “Mi piace la routine.” (ma sotto c’è terrore del caos)

E la cosa più subdola? L’ambiente spesso rinforza tutto: più sei rigido/a, più ti dicono che sei un esempio. Nel frattempo, magari ti senti sempre più stanco/a, più irritabile, più solo/a… però “hey, che disciplina!”. Facciamo qualche esempio.

L’ortoressia, detta semplice, è quando la ricerca del “sano” diventa così rigida da rubarti la vita. Non è “mi piace mangiare bene”. È: “Se non mangio perfetto, mi sento sporco, in colpa, agitato”. Di solito non parte con drammi. Parte con una lista: togli questo, poi anche quello, poi “solo se è bio”, poi “solo se lo preparo io”. E piano piano lo spazio si restringe.

Segnali che non sono solo “stile di vita”, in quanto: pensi al cibo (e alle regole) più di quanto vorresti ammettere; mangiare fuori diventa stressante, non più divertente; ti senti moralmente migliore o peggiore in base a cosa mangi e, se “sgarri”, scatta il bisogno di compensare (più cardio, meno pasti, digiuni “riparatori”). E attenzione: nel fitness questo è facilissimo da mascherare, perché è tutto presentabile. Sembra autocontrollo. Ma se ti toglie la serenità, non è controllo: è prigionia.

La bigoressia (o dismorfia muscolare) è una roba che spesso non viene presa sul serio, soprattutto negli uomini, perché “vabbè, si allena, che sarà mai?”. In realtà è una sofferenza vera: puoi essere già super muscoloso e continuare a vederti “piccolo”, “scarico”, “non definito”. E allora cosa fai? Stringi ancora di più.

Segnali tipici della bigoressia sono che ti alleni anche quando sei distrutto o infortunato (perché fermarti è impensabile), controlli continuamente foto, specchio, pump e misure, la tua vita sociale si adatta agli allenamenti, non il contrario, e ti senti ok solo quando sei “in controllo” (ma il controllo dura poco). Qui la performance diventa un anestetico: ti calma per un attimo, ma poi torna l’ansia. E per stare zitto quel rumore interno, alzi il volume di allenamento e rigidità.

Infine, c’è la RED-S, acronimo di Relative Energy Deficiency in Sport. In pratica: introduci meno energia di quella che consumi e il corpo, che non è scemo, inizia a risparmiare dove può. Il prezzo lo paghi con il recupero, l’umore, gli ormoni, le ossa e l’immunità. E spesso te ne accorgi tardi, perché all’inizio magari “dimagrisci e vai forte”, quindi ti convinci che stia funzionando.

Poi arrivano cose come una stanchezza che non passa mai, infortuni ricorrenti o strani dolorini che non guariscono, irritabilità, sonno sballato e calo della libido, performance che crollano “senza motivo” e, nelle donne,  il ciclo che salta o cambia (ma anche negli uomini ci sono segnali ormonali e di energia). Se ti sembra che il corpo stia diventando un nemico “pigro”, a volte non è pigrizia: è sovraccarico.

Qui da terapeuta ti direi una cosa semplice: non mi interessa se la tua dieta è “pulita” o se ti alleni 6 volte a settimana. Mi interessa cosa ti succede dentro se non lo fai. Se riposi e ti sale l’ansia.
Se mangi qualcosa fuori piano e ti senti in colpa. Se salti un allenamento e ti sembra di valere meno. Quelli sono tutti campanelli. E non sono “mancanza di disciplina”: spesso sono segnali di un rapporto complesso tra controllo, autostima e paura.

La disciplina sana ha una caratteristica: sa essere flessibile. Quella tossica, invece, ha sempre lo stesso tono: “devi”.

 

Anoressia a 60 anni

Anoressia a 60 anni: il tabù invisibile

Anoressia a 60 anniImage©: congerdesign

In questo post voglio parlarvi dei disturbi alimentari nella terza età. Quando pensiamo all’anoressia, l’immagine che ci viene in mente è quasi sempre la stessa: un’adolescente, magari perfezionista, alle prese con il proprio corpo che cambia. Quasi mai ci immaginiamo una donna di 60 anni o un uomo di 65 che, all’improvviso, iniziano a mangiare sempre meno, a dimagrire in modo allarmante e a sviluppare una vera e propria ossessione per il controllo del cibo.

Eppure succede. Non è la norma, ma è un fenomeno in crescita e, soprattutto, è quasi totalmente invisibile. In questo post voglio accompagnarti a capire perché l’anoressia può esordire – o riacutizzarsi – nella terza età, quali sono i fattori di rischio più frequenti e cosa possiamo fare, come familiari, come professionisti, o come persone direttamente coinvolte – per rompere il tabù e chiedere aiuto.

Chi arriva nel mio studio a 60, 65 o 70 anni con un disturbo alimentare quasi sempre inizia dicendo: “Mi vergogno un po’ a parlarne…mi sento ridicola, lo so che queste sono cose da ragazzine.” E questo è il primo grande ostacolo: l’idea che, dopo una certa età, non si “abbia diritto” a stare male in questo modo. Il risultato? Si sottovalutano i sintomi, si attribuisce tutto alla menopausa, all’andropausa, al metabolismo, allo stress, ai “capricci” della persona anziana.

In realtà, dietro a un’anoressia a 60 anni troviamo spesso una trama psicologica molto complessa, in cui il cibo è solo la punta dell’iceberg. Ma perché l’anoressia può comparire dopo i sessant’anni?

Molte storie iniziano con un lutto: la morte del partner, di un fratello, di un’amica con cui si condivideva tutto. Il dolore del lutto può intaccare profondamente l’appetito (all’inizio può essere “solo” inappetenza), alterare il ritmo sonno–veglia e la percezione del tempo e creare un senso di vuoto e di perdita di significato.

In alcuni casi, il controllo del cibo diventa una risposta al caos interno: “Non posso controllare la morte, l’assenza, l’invecchiamento… ma posso controllare quello che mangio”. Questa dinamica, se si struttura, può assumere tutte le caratteristiche di un disturbo alimentare vero e proprio.

La terza età porta con sé una serie di cambiamenti non negoziabili, tra cui: il pensionamento e il cambiamento di ruolo sociale, figli che vanno via o costruiscono altre famiglie, la riduzione delle energie fisiche, una maggiore dipendenza dagli altri in alcune attività.

Per alcune persone, quelle dalle strutture di personalità più rigide, tutto questo è vissuto come una drammatica perdita di controllo. Restrizione alimentare, calcolo delle calorie, rituali rigidi intorno ai pasti possono diventare un modo – malsano ma potente – per sentire di avere ancora un “punto fermo”: il proprio corpo.

La solitudine è un fattore di rischio sottostimato. Pasti consumati da soli, nessuno che osserva davvero i cambiamenti di peso, nessuno che dice “mi preoccupi”. In queste condizioni, un disturbo alimentare può crescere quasi indisturbato.

Alcune persone iniziano a “non avere voglia di cucinare solo per me”, saltano un pasto, poi due, e riducono le porzioni… Altre, al contrario, sviluppano rituali estremamente rigidi come unico modo per tenere insieme le giornate. Dietro la rigidità, spesso, c’è un senso profondo di vuoto.

L’idea che “dopo una certa età l’aspetto non conta più” è una fantasia confortante, ma poco realistica. Menopausa e andropausa portano:

  • Cambiamenti nella distribuzione del grasso corporeo

  • Variazioni del tono muscolare

  • Vampate, insonnia, irritabilità, calo del desiderio sessuale

Questi cambiamenti possono riattivare vecchie insicurezze o aprire un capitolo mai affrontato con il proprio corpo. Alcune persone reagiscono con una rigida dieta, un esercizio fisico compulsivo o una restrizione estrema per “non lasciarsi andare”. In altri casi, l’anoressia dell’anziano rappresenta un tentativo di fermarsi nel tempo, di opporsi alla percezione dell’invecchiamento.

Quali sono i segnali d’allarme? Non è normale che:

  • Una persona perda peso in modo rapido e importante “senza motivo”

  • Ci sia un’ossessione crescente per diete, calorie, cibi “puri” o “spazzatura”

  • Si evitino pranzi e cene sociali con scuse sempre diverse

  • Si neghi il problema nonostante gli allarmi di medici e familiari

  • La bilancia diventi un rituale quotidiano carico di ansia

Spesso chi è intorno pensa: “È solo invecchiamento”, oppure  “Finalmente mangia meno, così dimagrisce”, o magari  “È il metabolismo che cambia”. Questa minimizzazione è pericolosa. A 60 anni, una forte restrizione alimentare può avere effetti fisici molto più rapidi e gravi rispetto a quelli di un’adolescente: rischio di osteoporosi, scompensi cardiaci, cadute, indebolimento generale.

Ma se ti riconosci in queste righe, non sei “ridicolo/a”, non sei “troppo grande” per soffrire di un disturbo alimentare. Il dolore non ha età, e neanche il diritto alla cura. Parlane con il tuo medico di base, senza vergogna: è spesso il primo alleato, oppure cerca un medico psicoterapeuta esperto in disturbi alimentari, specificando l’età e le tue condizioni fisiche. Quasi certamente costoro coinvolgeranno nel trattamento anche un nutrizionista o un medico internista con esperienza in disturbi alimentari e in età avanzata.

Chiedere aiuto non significa “fallire”, ma smettere di combattere da solo una guerra logorante.

Farmaci e disturbi alimentari: cosa sapere

Psicofarmaci e disturbi alimentari: facciamo chiarezza

Farmaci e disturbi alimentari: cosa sapereImage ©: melyserna

In questo articolo cercherò di fare chiarezza sui farmaci utilizzati nei disturbi alimentari. SI tratta di un argomento delicato perché, quando si parla di disturbi alimentari, il tema “farmaci sì o farmaci no?” accende subito discussioni accese. C’è chi pensa che “basti la forza di volontà”, chi teme che gli psicofarmaci “cambino la personalità”, e chi spera in una pillola magica che faccia sparire di colpo abbuffate, vomito o ossessioni sul cibo.

La verità, come quasi sempre in psichiatria, è più sfumata. I farmaci non curano da soli un disturbo alimentare, ma possono diventare un tassello fondamentale del percorso, soprattutto quando ci sono comorbidità importanti quali depressione, ansia, DOC, disturbi di personalità, abuso di sostanze, instabilità dell’umore.

In questo post vi porterò “dietro le quinte” di ciò che usiamo più spesso nella pratica clinica, con un linguaggio il più diretto possibile, ma rigoroso. Prima distinzione importante:

  • I farmaci non sostituiscono la psicoterapia e il lavoro nutrizionale.

  • I farmaci possono aiutare a ridurre sintomi specifici che mantengono la malattia (ossessioni, impulsività, umore depresso, ansia devastante).

In altre parole: non “guariscono dall’anoressia” o “guariscono dalla bulimia”, ma creano le condizioni mentali perché la persona possa lavorare meglio in terapia e nel quotidiano. In questo senso, il blocco di partenza è costituito dagli antidepressivi SSRI. Gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) sono infatti i farmaci più utilizzati nei disturbi alimentari, soprattutto quando ci sono:

  • Bulimia nervosa

  • Disturbo da binge-eating

  • Depressione e ansia associate a un disturbo alimentare

Uno degli SSRI più studiati nella bulimia è la fluoxetina, spesso a dosaggi più elevati rispetto a quelli impiegati nella depressione. Può aiutare a ridurre frequenza e intensità di abbuffate e condotte di compenso, migliorare il tono dell’umore e ridurre pensieri ossessivi legati al peso e al cibo

Altri SSRI usati (sempre su valutazione psichiatrica) includono sertralina, escitalopram, paroxetina, citalopram.

Nel disturbo da alimentazione incontrollata (o binge-eating), gli SSRI possono ridurre le abbuffate, soprattutto quando c’è una componente depressiva o ansiosa di fondo. Talvolta si usano anche altri antidepressivi (es. alcuni SNRI come la venlafaxina) se sono presenti dolore cronico, ansia marcata o caratteristiche cliniche specifiche. Punto chiave: l’antidepressivo non viene prescritto “perché sei debole”, ma perché il sistema nervoso è incastrato in circuiti di ansia, ossessione e umore depresso che alimentano il disturbo.

Nell’anoressia nervosa il ruolo dei farmaci è più complesso. Con un peso molto basso, il cervello è letteralmente “a dieta forzata” di nutrienti: molti farmaci funzionano peggio e possono risultare più rischiosi. Gli antidepressivi possono essere considerati dopo un parziale recupero ponderale, soprattutto se persistono depressione, ansia intensa o DOC.

A volte, in questi casi, si utilizzano antipsicotici atipici a basso dosaggio (es. olanzapina, brexpiprazolo, ecc.) per ridurre l’ansia estrema legata al cibo, attenuare la rigidità del pensiero e l’ossessione per il controllo, e favorire indirettamente il recupero del peso.

Questa non è una scelta che nasce dal fatto che “sei psicotico”, ma dal fatto che questi farmaci agiscono su sistemi dopaminergici e serotoninergici che modulano la rigidità, l’ansia e la percezione del corpo.
Ovviamente, vanno monitorati con estrema attenzione (metabolismo, ECG, ecc.).

Nei disturbi alimentari con forte impulsività, autolesionismo e sbalzi d’umore (per esempio quando coesiste un disturbo borderline di personalità) possiamo valutare anche stabilizzatori dell’umore (come lamotrigina, acido valproico, litio, a seconda del quadro clinico). Non “aggiustano il carattere”, ma riducono l’intensità delle tempeste emotive che spesso scatenano abbuffate, vomito o comportamenti a rischio.

Se il disturbo alimentare si intreccia con un disturbo d’ansia generalizzato, un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) o con attacchi di panico, gli SSRI sono spesso la prima scelta. Nei casi più resistenti, si possono aggiungere antipsicotici in piccole dosi come potenziamento terapeutico. Le benzodiazepine, invece, si usano con molta cautela (se possibile per brevi periodi) per via del rischio di dipendenza.

Sempre più spesso vediamo la coesistenza tra ADHD e disturbi alimentari, soprattutto nel binge-eating e nella bulimia. E qui entrano in gioco anche i farmaci per l’ADHD (es. stimolanti o non stimolanti), che possono migliorare attenzione e controllo degli impulsi e ridurre il mangiare impulsivo, ,a la gestione è delicata, soprattutto se ci sono condotte restrittive o abuso di sostanze.

Ed ora qualche suggerimento pratico. Se tu o qualcuno che conosci sta lottando con un disturbo alimentare e ti stai chiedendo se i farmaci possano aiutare, parlane apertamente con lo specialista. Segnati domande e timori: “Questo farmaco a cosa serve esattamente nel mio caso?”, “Quali sono i possibili effetti collaterali?”, “In che tempi potrei aspettarmi un beneficio?”

Importantissimo! Non interrompere mai da soli la terapia farmacologica. Soprattutto con antidepressivi e stabilizzatori dell’umore, uno stop brusco può risultare controproducente e comportare effetti collaterali. Ogni modifica andrebbe apportata insieme al curante.

E comunque bisogna sempre ricordare che il farmaco è solo una parte del lavoro e che nessuna molecola potrà mai sostituire la psicoterapia (individuale, di gruppo, familiare), il lavoro nutrizionale con un professionista o gli interventi sul contesto di vita, sulle relazioni, sullo stress.

Il corpo come avatar

Il corpo come avatar: disturbi alimentari nell’era digitale

Il corpo come avatarImage ©: 3D_Realistix

Oggi parliamo del corpo come avatar e dei disturbi alimentari nell’era digitale. Ti è mai capitato di guardare il tuo avatar in un videogioco o su una piattaforma social e pensare: “Magari il mio corpo fosse così”?

Se la risposta è sì, sappi che è molto più comune di quanto immagini. E non riguarda solo l’ego o la vanità, ma tocca il modo in cui percepiamo il nostro corpo in un’epoca in cui l’identità digitale pesa quanto – e a volte più – di quella fisica.

Da psicoterapeuta che si occupa di disturbi alimentari, sto vedendo una trasformazione silenziosa ma potente: il corpo non è più soltanto qualcosa che viviamo, ma qualcosa che progettiamo, quasi fosse un personaggio di un videogioco. E quando il corpo reale non coincide con quello digitale… iniziano i problemi.

Siamo cresciuti a selfie e filtri, ma il metaverso ha fatto un ulteriore passo: ci permette di creare un corpo come se fosse un progetto grafico. Puoi essere altissima, magrissima, muscolosa, filiforme, fluida, androgina, ibrida… tutto. Non è solo libertà creativa, è un nuovo modo di esistere.

Il punto è che questo corpo digitale spesso diventa una versione idealizzata, una sorta di sogno lucido di ciò che vorremmo essere. E quando torniamo nel corpo reale – quello che suda, che ha fame, si stanca, cambia – può emergere una discrepanza fastidiosa; a volte dolorosa.

Nelle sedute di terapia sento spesso cose del tipo: “Il mio avatar è la versione di me che nessuno potrà mai rifiutare.” Oppure: “Quando sono online, mi sento leggerə, fuori dal corpo. Nella vita vera mi sento pesante.” È qui che il rischio dei disturbi alimentari entra in gioco. L’avatar diventa un modello irraggiungibile che cerchiamo di imitare con la dieta, l’allenamento, la restrizione, l’ossessione del controllo.

Non succede da un giorno all’altro. È un processo sottile, che inizia con il confronto:

  • tra ciò che siamo e ciò che “potremmo essere”

  • tra corpi reali e corpi digitali

  • tra sensazioni fisiche e performance visive

E a un certo punto il corpo reale sembra quasi un bug, un errore di rendering. In più, il metaverso e i social alimentano un circolo vizioso: feedback immediati, avatar iperperfetti, estetiche irrealistiche. Tutto questo può amplificare la vergogna, l’insoddisfazione e la disconnessione da ciò che si prova davvero.

La buona notizia è che l’avatar non deve necessariamente essere un nemico. Anzi, in terapia può diventare un alleato sorprendente. L’immagine digitale che scegli dice molto di te: cosa desideri, quali parti senti bloccate, cosa vorresti sperimentare senza la paura del giudizio. L’obiettivo non è somigliare al proprio avatar, ma capire perché quel corpo digitale ci rappresenta, cosa esprime che il corpo reale non riesce.

È un lavoro di integrazione, non di perfezione fisica. L’essenza è questa: non siamo costretti a scegliere tra “io reale” e “io digitale”. Possiamo imparare a farli dialogare. E parallelamente, c’è un cammino prezioso da fare: tornare ad abitare il corpo reale. Non come oggetto da perfezionare, ma come luogo vivo, fatto di sensazioni, limiti, storia.

Se ti rendi conto che il corpo digitale pesa più del tuo corpo reale, puoi partire da alcune domande come queste:

  • Che sensazione provo quando mi guardo allo specchio dopo aver trascorso del tempo nel metaverso?

  • Quanta parte del mio umore dipende dall’immagine che presento online?

  • Mi è capitato di modificare il mio modo di mangiare o di allenarmi per avvicinarmi al mio avatar?

Sono domande semplici ma scomode, che spesso aprono scenari importanti. Poi, a piccoli passi:

  • Riduci il bombardamento visivo se noti che, dopo aver utilizzato certe piattaforme, ti senti a terra.

  • Riporta l’attenzione sul corpo con gesti quotidiani: mangiare senza schermi, respirare profondamente, muoverti senza obiettivi estetici.

  • Parlane con qualcuno che non ti dica “ma sì, è solo un gioco”. Ovvero, se senti che il rapporto con il cibo o col corpo sta diventando un pensiero fisso, cerca un aiuto professionale. Non perché “sei grave”, ma perché meriti di stare meglio.

Il metaverso, gli avatar, le identità digitali, sono strumenti potentissimi. Possiamo usarli per esplorare chi siamo, per giocare, per creare. Ma non possono sostituirci. Il corpo reale non è un downgrade. È il posto in cui viviamo davvero, quello che sente, che soffre, che si emoziona, che ci accompagna.

L’avatar può talvolta essere un racconto di te, ma mai un verdetto su di te. E se inizi a guardarlo così, può diventare una porta verso la cura, anziché un recinto che ti imprigiona.

I disturbi alimentari nascosti nel mondo del Gaming

I disturbi alimentari nascosti nel mondo del Gaming

Image ©: StockSnap

Mai sentito parlare dei disturbi alimentari nascosti nel mondo gaming? Se sei un gamer, probabilmente ti è capitato di dirlo: “Solo un’altra partita e poi vado a mangiare.”
Ma poi ne arriva un’altra. E un’altra ancora. Alla fine ti ritrovi alle tre del mattino, con lo stomaco che brontola e la scrivania piena di lattine vuote.

Nel mondo degli e-sport — e persino tra chi gioca “solo” per passione — il rapporto con il cibo diventa spesso disfunzionale. Non per scelta o superficialità, ma per come funziona la mente sotto pressione. Le ore di gioco, l’adrenalina costante, la paura di “staccare” e perdere ritmo: tutto questo spinge a ignorare i segnali di fame, a rimandare i pasti, a compensare poi con abbuffate o con dosi eccessive di caffeina.

Dietro la performance digitale (come in quelle fisiche del resto) c’è un corpo che vive nel mondo reale, anche se a volte ce lo dimentichiamo. Molti gamer professionisti mi raccontano di come “il tempo sparisca” quando sono concentrati. E in effetti è così: quando siamo immersi in una partita competitiva, il cervello è bombardato di dopamina, adrenalina e cortisolo. Queste sostanze spengono temporaneamente la percezione della fame e creano un senso di “urgenza continua”.

Finisce che il corpo aspetta, aspetta, e poi pretende: “Ora mi devi nutrire!” — e lo fa in modo impulsivo, portando spesso a episodi di binge eating, cioè di abbuffate incontrollate. Dall’altro lato, c’è chi vive la fame come un fastidio o una distrazione e tende a saltare pasti per “restare leggero”, o chi tiene in piedi tutto con energy drink e caffè, come se la caffeina fosse un carburante infinito. Spoiler: non lo è.

Il risultato? Una montagna russa energetica. Ti senti lucido per un’ora, poi crolli. Ti riempi di stimolanti per risalire, ma il sonno ne risente, e con lui la capacità di concentrazione. È un circolo vizioso che, nel tempo, mina la performance più di quanto la migliori. Spesso, quando parlo con i gamer, emerge una convinzione implicita: “Se sto attento a mangiare e dormire, perdo tempo utile all’allenamento.”
In realtà è l’opposto.

Il cervello, proprio come una scheda grafica, ha bisogno di energia costante per funzionare al massimo. Un’alimentazione regolare, con snack equilibrati e pause mirate, può tradursi in:

  • una concentrazione più stabile,

  • tempi di reazione più rapidi,

  • meno tilt durante gli scontri,

  • e soprattutto un recupero cognitivo migliore dopo ore di gioco.

Mangiare in modo consapevole non è “una distrazione”: è una strategia di performance. Chi riesce a integrare alimentazione e allenamento mentale spesso scopre di avere una lucidità nuova, anche nei momenti di stress o in un match decisivo. Dunque, cosa bisogna fare per affrontare i disturbi alimentari nascosi nel mondo del gaming? Non serve rivoluzionare tutto da un giorno all’altro. Si può iniziare da cose minuscole, ma costanti.

Ad esempio, prova a programmare il cibo come fosse un cooldown: ogni tot ore, una pausa breve, anche solo per bere o fare uno snack veloce. Non serve cucinare da chef — bastano combinazioni semplici come yogurt e frutta, pane integrale e burro d’arachidi, o una banana e un po’ di frutta secca.

Un altro trucchetto: bevi un sorso d’acqua a ogni respawn o cambio di lobby. È un modo facile per ricordarti di idratarti senza dover “pensare” troppo. E per quanto riguarda la caffeina… mettila “sotto contratto”. Decidi in anticipo quando la usi e quando no. Se inizi a berla solo per tenerti sveglio, è già un segnale che il corpo è in affanno.

Infine, se ti capita di abbuffarti, niente panico e niente sensi di colpa. Il binge eating non è “mancanza di forza di volontà”, è spesso una risposta a una lunga restrizione o a un eccesso di stress. La soluzione non è punirti, ma ricominciare a mangiare regolarmente nei giorni successivi.

Se però noti che il tuo rapporto con il cibo ti sfugge di mano, e i binge divengono frequenti o se senti di non avere controllo su caffeina e fame, parlarne con uno psicoterapeuta o un nutrizionista esperto in disturbi alimentari è il passo più efficace — e più “pro” — che puoi fare.

Non devi arrivare a un punto di crisi per meritare supporto. I disturbi alimentari nei gamer sono reali, ma spesso invisibili, nascosti dietro monitor e routine competitive. Riconoscerli non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. Il mondo del gaming è ancora giovane, ed è necessario imparare a bilanciare performance e salute mentale. Imparare a nutrirsi bene non serve solo a “stare meglio”: serve a giocare più a lungo, con più lucidità e meno stress. Perché, alla fine, anche il miglior player del mondo ha bisogno di un corpo che regga il ritmo della sua mente.

Mangiare luce. Pseudoscienze e disturbi identità

Mangiare luce: l’ascesa delle pseudoscienze alimentari nei disturbi dell’identità

Image ©: ReenablackMangiare luce. Pseudoscienze e disturbi identità

In questo post voglio parlarvi dell’ascesa delle pseudoscienze alimentari nei disturbi dell’identità. Il motivo è che negli ultimi anni ho visto diffondersi online una quantità di racconti seducenti: persone che dichiarano di vivere “di prana”, influencer che giurano di “resettare l’anima” con digiuni interminabili, community che promettono purezza e identità nuova attraverso regimi alimentari sempre più ristretti.

È il cosiddetto fascino del mangiare luce, un ombrello che include il Breatharianesimo, le diete estreme e la spiritualizzazione del digiuno estremo. Il problema? Queste narrazioni, pur presentandosi come percorsi di crescita, spesso alimentano disturbi dell’identità e disturbi alimentari. L’idea di “purificarsi” fino a diventare eterei rischia di trasformarsi in una gabbia: meno mangio, più valgo, più divengo “vero”. Un’equazione tossica.

Il Breatharianesimo sostiene che si possa vivere senza cibo (e talvolta senza acqua), nutrendosi soltanto di energia vitale. Non esistono prove scientifiche che lo supportino; esistono, invece, rischi medici gravissimi (malnutrizione, squilibri elettrolitici, complicanze cardiache). Dietro al linguaggio spirituale, spesso si nasconde una negazione del corpo—e quando l’identità è fragile, l’idea di trascenderlo diventa un’illusione seducente.

Quando l’identità è incerta, pensiamo a periodi di transizione, rotture, burnout, traumi, il bisogno di controllo, appartenenza e significato cresce. Le pseudoscienze alimentari offrono:

  • Controllo totale: “Se controllo il cibo, controllo la vita”. Ridurre l’assunzione diventa un modo rapido (e pericoloso) per sentire potere.

  • Purezza morale: il cibo non è più nutrimento, ma peccato o virtù. Nasce la spiritualizzazione del digiuno: meno mangio, più divengo “elevato”.

  • Identità di gruppo: community online offrono appartenenza, lessico comune, rituali, del tipo: “Noi capiamo la verità, gli altri dormono”.

  • Pensiero magico: promessa di trasformazione istantanea (“digiuna tre giorni e rinascirai”).

  • Dissociazione dal corpo: in chi ha storia di trauma, il corpo può essere vissuto come estraneo; affamarlo diventa un modo di non sentirlo.

Il digiuno ha radici culturali e religiose complesse; praticato in modo breve e consapevole, con indicazioni mediche, può avere significati personali legittimi. Ma nella versione social—challenge prolungate, “water fasting” di settimane, “dry fasting” come prova di purezza—si scivola presto in condotte disfunzionali che rinforzano sintomi ansiosi, depressivi e ossessivo-compulsivi. Quali?

  • Diminuzione rapida di peso, stanchezza estrema, capogiri, sincope.

  • Ossessioni su “cibi impuri”, rituali rigidi, conteggi maniacali.

  • Isolamento sociale: rifiuto di pasti in compagnia per “non contaminarsi”.

  • Linguaggio assolutista (“tutto o niente”, “puro/impuro”).

  • Segretezza, bugie su ciò che si mangia, pratica di digiuni prolungati non condivisi con familiari/curanti.

Sotto l’ideale di nutrirsi di luce spesso c’è sempre un desiderio legittimo: quello di sentirsi integri, liberi, in pace. Ma l’astensione ritualizzata non restituisce identità; la frantuma in una moltitudine di regole e colpa. Il vero desiderio da coltivare è un altro: ricongiungersi al corpo come luogo di sicurezza, trovare comunità non basate sulla restrizione, dare significato alla vita senza sacrificare la salute. Qui non si tratta di “forza di volontà”, ma di ricostruzione identitaria. Ecco una mappa essenziale:

  • Inventario dei trigger: annota quando emergono pensieri di purezza/restrizione (ora del giorno, profili seguiti, stati emotivi).

  • Sostituzioni narrative: quando compare “devo purificarmi”, rispondi con “posso regolarmi senza punirmi” e aggiungi un’azione di cura (bere, fare uno snack bilanciato, riposare).

  • Contratti di realtà: condividi con una persona fidata un patto anti-digiuno estremo (“se penso a un dry fast, ti scrivo prima”).

  • Feed detox: rimuovi contenuti pro-Breatharianesimo/diete estreme; segui profili di nutrizionisti e terapeuti con approccio evidence-based.

  • Team di supporto: valuta un percorso con uno psicoterapeuta specializzato in disturbi alimentari e un dietista con esperienza clinica. Se ci sono sintomi fisici, coinvolgi il tuo medico di fiducia

Attenzione infine ai casi in cui è necessario un controllo medico urgente. Mi riferisco specificamente a:

  • Capogiri, svenimenti, dolore toracico, amenorrea prolungata, perdita di peso rapida.

  • Condotte di digiuno >24–36 ore ripetute, soprattutto se accompagnate da disidratazione.

  • Pensieri autolesivi o ideazione suicidaria: in questi casi, contatta subito i servizi di emergenza o le linee di ascolto del tuo territorio.

Ricorda, la vera crescita spirituale non passa per l’invisibilità del corpo, ma per la sua riconciliazione. Nutrire il sé significa nutrire anche il corpo: con cibo, relazioni sane, riposo e senso. Se ti riconosci in questi temi, parlare con uno specialista può aprire un varco fuori dal labirinto. Se questo post ti ha parlato, salvalo e condividilo con chi potrebbe averne bisogno.

L'alimentazione come forma di comunicazione nei DCA

L’alimentazione come forma di comunicazione nei DCA

L'alimentazione come mezzo di comunicazione nei DCAImage ©: StockSnap

Oggi voglio parlarvi di come nei DCA l’alimentazione diviene una forma di comunicazione. Quando parliamo di disturbi del comportamento alimentare (DCA), infatti, pensiamo subito a calorie, peso, diete e ossessioni corporee. Ma chi lavora quotidianamente con questi pazienti sa bene che il cibo, in questi casi, raramente è solo nutrimento. Diventa un linguaggio, un codice non verbale attraverso cui la persona comunica vissuti profondi, spesso indicibili a parole.

Dal punto di vista psicodinamico, anoressia, bulimia o binge eating non vanno letti soltanto come “abitudini sbagliate” o come scelte consapevoli: sono modalità simboliche attraverso cui la persona cerca di esprimere bisogni emotivi, conflitti interiori, rabbia, dolore o il desiderio di esercitare controllo.

Molti pazienti con DCA hanno una grande difficoltà a dare voce alle proprie emozioni. Le emozioni vengono percepite come troppo minacciose, troppo intense, oppure non trovano uno spazio di ascolto e riconoscimento nel contesto familiare o sociale. Il corpo e il comportamento alimentare diventano così un canale alternativo.

Rifiutare un pasto può significare “non ho spazio per te dentro di me”; abbuffarsi può esprimere un vuoto affettivo che si tenta di colmare; vomitare può rappresentare un bisogno disperato di espellere qualcosa di tossico, che non riguarda il cibo in sé, ma esperienze interiori difficili da digerire.

In molte storie cliniche emerge il tema della rabbia. Spesso si tratta di una rabbia non riconosciuta, repressa o vissuta come inaccettabile, soprattutto in contesti in cui la persona percepisce di non avere il diritto di esprimere aggressività o di affermare i propri bisogni.

Il corpo allora diventa teatro di una lotta silenziosa. Nel restringimento anoressico, la rabbia può rivolgersi verso di sé: “non ti concedo nulla, nemmeno il nutrimento”. Nell’abbuffata, la rabbia può assumere la forma di un atto impulsivo, quasi autosabotante: “riempio, distruggo, mi punisco”. Attraverso questi atti, la persona dice qualcosa che non riesce a pronunciare: “Sono arrabbiata, ma non posso dirtelo”.

Molte pazienti descrivono una sensazione di vuoto interiore difficile da definire. L’uso del cibo come strumento di regolazione emotiva nasce proprio dal tentativo di dare forma e confine a questo dolore che non si sa come definire a parole (alessitimia).

Il digiuno può rappresentare il bisogno di chiudersi, di anestetizzare la sofferenza fino a non sentirla più. L’abbuffata, al contrario, può essere un tentativo di riempire quel vuoto, almeno temporaneamente. Ma subito dopo arrivano il senso di colpa, il disgusto e il ciclo si ripete. In entrambi i casi, il cibo è la materia prima con cui si costruisce un messaggio corporeo: “sto male, ma non so come dirtelo”.

Il bisogno di controllo è un altro aspetto centrale. In contesti di vita percepiti come caotici o imprevedibili, il controllo sul corpo e sull’alimentazione diventa un’ancora. Decidere cosa, quanto e quando mangiare significa poter esercitare un potere su almeno un frammento della realtà.

Ma dietro questa apparente forza si cela spesso una profonda fragilità. Il controllo ossessivo non è altro che un tentativo di difesa, un modo per dire: “ho paura di perdermi, di essere invaso, di non contare nulla”. Così, l’alimentazione diventa una grammatica personale attraverso cui il soggetto cerca di mantenere un senso di sé.

Se il cibo è un linguaggio, il compito del clinico non è semplicemente “correggere” l’alimentazione. È piuttosto difficile decodificare il messaggio, restituirgli significato e creare uno spazio in cui ciò che era muto possa trovare voce.

La psicoterapia psicodinamica, in questo senso, diventa un luogo di traduzione: si cerca di comprendere quali emozioni, conflitti o bisogni siano nascosti dietro i comportamenti alimentari. Solo quando il paziente può sentirsi accolto nella sua complessità, senza giudizio, diventa possibile iniziare un lavoro di trasformazione.

Nei disturbi del comportamento alimentare, il cibo smette di essere nutrimento e diventa linguaggio. Un linguaggio fatto di silenzi, di gesti estremi, di rituali che parlano laddove le parole non arrivano. Riconoscere questa dimensione significa non ridurre il disturbo a un problema di peso o di dieta, ma restituirgli la sua profondità psicologica. Significa ascoltare il corpo come se fosse una lettera, una richiesta di aiuto che aspetta di essere letta e compresa.

Disregolazione alimentare nei bambini

I segnali di disregolazione alimentare nei bambini

Disregolazione alimentare nei bambiniImage©: DayronV

Oggi parliamo di disregolazione alimentare nei bambini, una problematica abbastanza frequente e sulla quale molti lettori mi hanno chiesto chiarimenti.

Quando pensiamo ai disturbi alimentari, infatti, ci vengono in mente adolescenti o giovani adulti. Raramente pensiamo sia possibile che i primi segnali possano comparire già nei primi mesi di vita. Eppure, recenti studi di matrice sia psicodinamica che neurobiologica mostrano che le radici dei disturbi alimentari possono affondare nella primissima infanzia, ancor prima che il bambino parli o sviluppi una coscienza piena del proprio corpo.

Nel neonato, il cibo non è solo nutrizione: è relazione, contenimento, sicurezza. L’allattamento, che sia al seno o con biberon, è uno degli strumenti primari con cui il bambino sperimenta il mondo. Ogni poppata è un momento di connessione profonda con la figura di attaccamento.

Se questa relazione viene vissuta con ansia, ipercontrollo o discontinuità, il bambino può iniziare a mostrare comportamenti disorganizzati collegati all’atto del nutrirsi: rifiuto del seno, suzione irregolare, vomito funzionale o estrema passività durante l’alimentazione.

Alcuni comportamenti possono rappresentare campanelli d’allarme:

  • Rifiuto costante del cibo nonostante la fame

  • Pianto inconsolabile durante le poppate

  • Rigetto violento o vomito senza causa organica

  • Tensione corporea o irrigidimento quando si avvicina il biberon o il seno

  • Passività eccessiva: il bambino non richiede mai cibo

  • Reazioni fortemente ambivalenti: cerca il cibo ma lo rifiuta subito dopo

Spesso, questi segnali vengono attribuiti a coliche, dentizione o “una fase difficile”, ma quando persistono meritano un’osservazione più approfondita, specialmente se coesistono con difficoltà relazionali tra genitore e bambino.

Il sistema nervoso del neonato è in pieno sviluppo, e la regolazione delle emozioni avviene in gran parte attraverso la relazione con il caregiver. Il nutrirsi, in questo senso, diventa una forma di regolazione affettiva.

Diversi studi hanno evidenziato come un attaccamento disorganizzato nei primi mesi di vita possa predire future difficoltà alimentari e comportamenti auto-regolativi disfunzionali.

Quando si parla delle cause di diregolazione alimentare nei bambini non si tratta mai di “colpa” del genitore, ma di dinamiche inconsapevoli che si attivano nelle relazioni precoci. Depressione post-partum, stress cronico, difficoltà nel sintonizzarsi emotivamente con il bambino, possono alterare il clima relazionale durante l’alimentazione.

Questo spiega perché un intervento precoce – come la consulenza di un neuropsichiatra infantile, di un terapeuta dell’età evolutiva o di un consulente dell’allattamento – può interrompere sul nascere un ciclo di disregolazione che potrebbe sfociare in disturbi alimentari successivi.

Il concetto è che i disturbi alimentari non iniziano a tavola, ma molto tempo prima, nel momento in cui il bambino impara a sentire, comunicare e ricevere cura. Prestare attenzione ai segnali precoci non significa patologizzare ogni difficoltà, ma offrire uno sguardo più ampio e preventivo.

Riconoscere il disagio nella sua fase embrionale è un atto di cura, non di allarmismo. Perché talvolta, per capire l’origine del rifiuto del cibo, bisogna ascoltare ciò che ancora non è stato detto.

Intestino, serotonina e fame emotiva: la neurobiologia dimenticata dei DCA

Intestino, serotonina e fame emotiva: la neurobiologia dimenticata dei DCA

Intestino e fame emotiva. Il ruolo della serotonina nella neurobiologia dimenticata dei DCAImage ©: Kellepics

Voglio parlarvi del rapporto che esiste tra intestino, serotonina e fame emotiva. Quando pensiamo ai disturbi del comportamento alimentare (DCA) – anoressia, bulimia, binge eating – ci viene spontaneo guardare verso lo specchio (ahimè) o, al massimo, verso lo psicologo. Ma pochi sanno che c’è un protagonista silenzioso e viscerale che lavora dietro le quinte: l’intestino. Sì, proprio lui. Quello che chiamiamo simpaticamente “secondo cervello” e che, ironicamente, sembra spesso avere più voce in capitolo del primo.

L’asse intestino-cervello è una vera e propria autostrada bidirezionale fatta di nervi, ormoni, segnali immunitari e… pensieri. In questa trafficata superstrada, il nervo vago è il nostro casello principale: trasporta informazioni dalla pancia al cervello e viceversa. E indovinate un po’? Il traffico è pesante, soprattutto quando si tratta di emozioni e appetito.

Non è un caso se mangiamo quando siamo tristi, annoiati o stressati. O se digiuniamo compulsivamente per avere l’illusione di controllo. Sono strategie emotive, sì, ma hanno un fondamento neurobiologico: la nostra pancia e il nostro cervello chiacchierano in continuazione. E spesso, parlano di cibo.

La serotonina è famosa per essere “l’ormone della felicità”. Ma ecco il colpo di scena: circa il 90% della serotonina del nostro corpo è prodotta… nell’intestino! Altro che cervello.

Questa molecola regola non solo l’umore, ma anche l’appetito, la digestione e il ritmo sonno-veglia. Se la serotonina scarseggia – magari per via di un’infiammazione intestinale o una dieta squilibrata – il risultato può essere un cocktail esplosivo di fame emotiva, ansia e sbalzi di umore. Una combo perfetta per far partire il circolo vizioso dei DCA.

A far girare la ruota di questo circo neurochimico ci pensa il microbiota intestinale: un esercito di batteri (buoni, ma anche meno buoni) che vive nell’intestino e influenza tutto, ma proprio tutto. Compresa la produzione di serotonina.

I nostri batteri intestinali sono dei piccoli biochimici: fermentano fibre, producono acidi grassi a catena corta, modulano l’infiammazione e – sorpresa sorpresa – parlano col cervello. Se il microbiota è in disbiosi, ovvero sbilanciato, può aumentare la vulnerabilità a disturbi come depressione, ansia e, ovviamente, comportamenti alimentari disfunzionali.

La fame emotiva non è un capriccio, né una semplice “mancanza di volontà”. È una risposta neurobiologica a uno squilibrio del sistema di regolazione dell’appetito, spesso legato a emozioni represse, traumi e… squilibri intestinali.

Ecco perché, accanto alla psicoterapia e alla nutrizione, oggi si guarda sempre più alla salute intestinale come chiave per comprendere (e trattare) i DCA. Curare l’intestino, ripristinare un microbiota sano, ridurre l’infiammazione e migliorare la serotonina endogena sono strategie terapeutiche promettenti. E magari, chissà, potremmo iniziare a sentirci meglio… di pancia.

Forse non sarà romantico, ma è scientificamente fondato: il cuore delle emozioni, molto spesso, è la pancia. E se vogliamo davvero capire cosa si cela dietro i disturbi alimentari, dobbiamo smettere di guardare solo la mente e iniziare a dare un’occhiata anche al microbiota. Magari con un po’ di kefir e meno sensi di colpa. Perché, in fondo, siamo quello che mangiamo. Ma anche quello che digeriamo, metabolizziamo… e sentiamo.