La solastalgia e l’angoscia per il cibo che scompare
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In questo articolo voglio parlarvi della solastalgia. Negli ultimi tre anni, nel mio studio, sento sempre più spesso una parola nuova. Non la dicono mai direttamente, i pazienti. La dipingono. Parlo di quella sensazione di perdita che arriva quando si sfoglia una rivista di cucina e ci si accorge che il grano, il caffè, l’olio d’oliva, il cioccolato – i mattoni del nostro piacere orale – stanno diventando minacciati, rari, morenti. Esiste un termine specifico per questa sensazione: “solastalgia“.
Coniato dal filosofo Glenn Albrecht, il termine descrive la sofferenza causata dalla trasformazione o distruzione dell’ambiente in cui viviamo mentre lo abitiamo ancora. Non è la nostalgia per un luogo lontano, ma lo struggimento per un luogo che ci si sgretola lentamente, ma inesorabilmente, sotto i piedi. E quando quel luogo è il piatto, per chi ha una storia di disturbi alimentari, la questione diventa esplosiva.
Chi lavora con i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) conosce bene il “rumore di fondo” del controllo. Il tentativo, spesso disperato, di governare il corpo perché non si riesce a governare il mondo esterno. Oggi, quel mondo esterno si sta incaricando di confermare ogni paura.
Elena, 29 anni, anoressica restrittiva in fase di recupero, mi dice: “Dottore, ho passato anni a sentirmi dire che contare le calorie e razionare il cibo era follia. Ora accendo la TV e mi dicono di fare i conti con la CO2 di ogni pasto. Non mangiare carne non è più il mio sintomo, è la salvezza del pianeta. La mia malattia sembra diventata la norma morale”.
Elena descrive la legittimazione del sintomo. L’eco-ansia alimentare offre una copertura etica perfetta al disturbo. Restringere, eliminare categorie di cibo, sentirsi in colpa per il piacere del pasto non è più vissuto come patologia, ma come virtù ecologica. La solastalgia diventa il carburante di un controllo ossessivo che trova finalmente una giustificazione collettiva. Come faccio, come terapeuta, a negoziare la reintroduzione di un alimento “sicuro” per la paziente, se la narrazione globale mi dice che quell’alimento sta uccidendo il pianeta?
C’è un altro fenomeno, più sotterraneo, che ho osservato in alcuni pazienti affetti da binge eating. È una specie di angoscia predittiva che appare nei sogni. “Mangio tutto ora, perché tra vent’anni non ci sarà più niente”. L’abbuffata si colora di una disperazione apocalittica. Il cibo, già oggetto di dipendenza, diventa un bene in via di estinzione da accumulare nel corpo.
Luca, 22 anni, durante una seduta scoppia in lacrime parlando del cacao. “Non è giusto, l’unica cosa che mi calmava davvero, e la stiamo perdendo”. La sua tristezza non era dovuta a un’astrazione climatica; era un lutto personale e anticipatorio. La scomparsa del cioccolato dalla sua dieta futura rappresentava la scomparsa dell’ultima consolazione materna, dolce e accessibile.
Non si tratta di negare la crisi climatica. Si tratta di aiutare i pazienti a distinguere tra un’azione collettiva consapevole e un rituale privato di autopunizione. Perché è esattamente qui che la solastalgia si insinua nelle maglie del disturbo alimentare, offrendo una copertura nobile a ciò che nobile non è: la restrizione che diventa militanza, l’abbuffata che diviene disperazione predittiva, l’ortoressia che si riveste di una nuova identità etica.
Dobbiamo aiutare chi soffre di DCA a tollerare l’incertezza senza rifugiarsi nell’ortoressia verde o nell’edonismo disperato da fine del mondo. Il lavoro terapeutico oggi deve includere questa variabile: come si mangia con consapevolezza ecologica senza ricadere nella trappola del controllo ossessivo? Come si elabora il lutto per un pianeta ferito senza che quel lutto diventi il pretesto perfetto per far rientrare dalla finestra l’anoressia, la bulimia o il binge eating che avevamo cacciato dalla porta?
Perché un pianeta malato si cura con la responsabilità, non con la colpa. E da un disturbo alimentare si guarisce imparando a mangiare in un mondo imperfetto, senza dover essere perfetti né per il proprio corpo né per il pianeta.


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